KRANOVALI SESTESU 2012

S'orcu foresu

Domani, Giovedì grasso (16 febbraio) si entra nel vivo dei festeggiamenti per il Carnevale. Anche quest’anno l’amministrazione di Sestu, in collaborazione con alcune tra le più attive associazioni culturali locali, ha organizzato una serie di appuntamenti rivolti a bambini e adulti. Secondo una formula ormai collaudata da diversi anni il carnevale sestese ha come fulcro la valorizzazione delle antiche maschere locali rappresentate da is mustayonis, s’orku foresu, su pilloi indoviadori, su jun cun is carrogas. Maschere terrificanti e misteriose dove uomo e bestia convivono insieme: provengono da epoche lontane e rimandano a riti apotropaici di antiche civiltà civiltà agro-pastorali. Lo scorso anno il comune di Sestu ha partecipato al progetto regionale “L’isola che danza”, finalizzato a promuovere e valorizzare gli eventi identitari e tradizionali della Sardegna, ottenendo un finanziamento di 5.000 euro e insieme di figurare nella Mappa del Carnevale in Sardegnatra le manifestazioni carnevalesche della tradizione  (www.regione.sardegna.it/speciali/isolachedanza/).

Preparazione de "is parafrittus"

Nel solco della tradizione si inserisce anche la manifestazione prevista per il pomeriggio di sabato 25 febbraio, evocativa del carnevale equestre ancora vivo nelle zone interne dell’isola, dove cavalli e cavalieri mostrano il loro coraggio e abilità sfidandosi in corse temerarie e spettacolari. Le manifestazioni si concluderanno domenica 26 febbraio con il processo a Kranevaloi e la distribuzione dei dolci tipici del carnevale: zippulas e parafrittus.

S. M.

Appuntamenti in evidenza:

Ballu tundu de Kranovali

Pedalata di carnevale

Pentolaccia a cavallo

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Una risposta

  1. L’uomo, sin dai primordi della caccia e dell’agricoltura è sempre ricorso a pratiche magiche e a mezzi apotropaici, per propiziare il mondo circostante e allontanare le potenze malefiche.
    Da qui i simboli, le finzioni drammatiche e i mascheramenti rituali, divenuti poi retaggio del Carnevale e di altre feste tradizionali, che ci rimandano ad atavici culti dove i partecipanti assumevano l’aspetto di un animale, perché vi ritenevano incarnata la divinità.
    “Alcuni si vestono con pelli di bestia, altri si adattano sul capo teste di animali, esultanti e gaudenti se riescono a trasformarsi in forme bestiali, tanto da non sembrare più uomini…”, così predicava Sant’Agostino in uno dei suoi sermoni contro le Calende di gennaio.
    E proprio in Sardegna il Carnevale non è solo trasgressione, inversione di ruoli o festa colorita e risibile, come nell’attuale periodo storico, ma rappresentazione tragica, vago ricordo di culti e religioni antichissime, importate nell’isola decine di secoli addietro da civiltà medio-orientali.
    Dumuzi, Tammuz, Telipinus, Osiris, Dioniso, Bacco, Sabazio, Attis, Men, Adone, Baal, nomi diversi di una stessa figura divina, che muore, rinasce o ritorna ciclicamente come il grano, l’erba e le piante, manifestazione di ogni naturale rinnovamento e forza regolatrice del corso delle stagioni.
    Culti connessi con le vicende annuali della vegetazione, laddove sangue, morte e rinascita erano ingredienti essenziali di un sacrificio divino, ancestrale e pagano; ciclico come le stagioni, necessario per dispensare fertilità e abbondanza. Miti e leggende penetrati profondamente anche nell’anima del popolo sardo, tasselli di una storia più vasta che trova riscontro in paesi molto lontani fra loro, ma accomunati da una grande cultura civilizzatrice, portatrice di riti e divinità rappresentate con pelli e corna.
    Sacro e profano insieme, in una terra, dove la struttura agricola e pastorale della società ha costituito l’ambiente più idoneo all’assimilazione e alla persistenza di tali culti. Credenze e storie fantastiche, ben custodite nella memoria collettiva, originatesi tra costruzioni nuragiche e grotte incantate, luoghi di antiche e misteriose presenze, dimore abituali, come vuole la tradizione, di spiriti infernali e del terrifico Orku.
    Orcus, ecco un altro oscuro essere mitologico che ritorna alla mente, conosciuto nel mondo miceneo e greco-romano come signore dell’oltretomba e degli inferi, ma anche antichissima divinità agraria, protettrice della prosperità dei campi e dispensatrice di ricchezza. A lui si immolavano animali dal vello nero. Gli era sacro l’asfodelo, il fiore dei morti, che in Sardegna veniva fatto a pezzi per far turbinare il cosiddetto “bentu Maimoni“, necessario per separare la pula dal grano nelle aie.
    A Sestu s’Orku è la maschera zoomorfa che gli anziani ricordano nelle parodie carnevalesche antecedenti la Grande Guerra.
    “Sr’Oku foresu corrudu, piluzu pegu murrudu!
    Sr’Oku foresu nieddu, su pegu (mannu) de Corraxedu”.

    Avvolto in una pelle nera d’animale, lunghe corna sul capo, “s’Orku” cammina carico di campanacci, legato alla vita con una corda, tenuta all’estremità dai Mustayonis, che avanzano in gruppo armati di verghe d’olivastro e canne; vestiti con abiti smessi, sonagli e fazzoletti neri in testa. Durante il tragitto S’Orku tenta di sfuggire ai suoi guardiani, si lamenta e si dimena, ma viene strattonato, gettato a terra e percosso coi bastoni, mentre alcuni mustayonis con fare grave battono rumorosamente le canne attorno a lui, gridandogli: ”Sr’Oku foresu pedditzoi”. Alla fine resterà esanime sul terreno; ma una manciata di paglia e un rivolo d’acqua gettati per terra, lo faranno risorgere per cominciare da capo la sua pantomima.
    Atmosfera magica e rituale, maschera animalesca destinata al sacrificio, sonagli apotropaici, canne sbattute, fazzoletti color lutto, strumenti sacrificali, spiriti dei campi e della fecondità, morte cruenta, acqua, terra e rinascita sono gli elementi essenziali su cui s’impernia la dinamica della rappresentazione carnevalesca sestese.
    Ma chi sono i mustayonis? Semplici fantocci dalle sembianze antropomorfe, posti a protezione dei campi e del raccolto, o veri e propri numi tutelari della terra, con funzioni magiche contro la carestia e gli spiriti maligni? E chi è l’oscuro essere imbrigliato nella corda? Una divinità del mondo infero, raffigurata da un animale sacrificale che muore e come il raccolto rinasce a primavera o una personificazione maligna da eliminare?
    Reminiscenza quindi, di un arcaico culto agrario atto a risvegliare la forza germinatrice della natura, così come avveniva con la sciampitta, l’antica danza propiziatoria Campidanese, assimilata da padre Bresciani al mito di Adone? Oppure, semplice satira? Crudele e tragica? Estremo epilogo di una proto-storica rivalità tra agricoltori e pastori, laddove in una comunità prevalentemente agricola, i contadini tendevanono a ridicolizzare gli aspetti del mondo pastorale, spesso in conflitto con loro, perché il pastore non rispettava le regole e sconfinava nei pascoli danneggiando le coltivazioni e pertanto, impersonava un male da esorcizzare.
    Ipotesi dal duplice aspetto; due facce della stessa medaglia. Entrambe suggestive e con la propria valenza, sebbene la seconda coi mutamenti subentrati nel tempo sembra fondarsi su un nucleo rituale più antico incentrato, come attestano i vari Carnevali sardi e del bacino mediterraneo, su un culto di tipo naturistico-agrario, essenziale per garantire abbondanza alla comunità che lo praticava.

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