E se Sestu fosse primavera?

Ho sempre saputo e creduto che il toponimo Sestu derivasse dal latino Sextum con riferimento al miliario romano che si trova nella chiesa di S. Giorgio. Ma qualche giorno fa, mi è passato per le mani un libro di recente pubblicazione, La toponomastica in Sardegna. Origini, etimologia di Salvatore Dedòla, che ha fatto traballare questa mia seppur piccola certezza. L’attribuzione del toponimo al miliario credo risalga allo storico Pietro Meloni. Nella sua opera La Sardegna romana, nel capitolo dedicato alla viabilità, lo studioso descrive il tracciato della strada che da Carales conduceva a Turris Libisonis (Porto Torres) a partire dal nord Sardegna e sostiene che l’ultimo tratto passava ad occidente di Sanluri, ad oriente di Samassi e di Serramanna, e raggiungeva dunque Monastir e Sestu  “ad Sextum Lapidem – 9 km da Carales” (pag. 325). Quest’ultimo tratto, sostiene Meloni, è segnato da tre miliari: il primo tra Sanluri e S. Gavino, noto da una carta medievale del 1206; il secondo rinvenuto in territorio di Monastir; il terzo in quello di Sestu, senza denominazione della strada. Questa lacuna ha portato lo stesso studioso a dubitare dell’attribuzione del nostro miliario alla strada Carales Turris, e lo  ha contestualmente indotto a formulare l’ipotesi secondo la quale esisteva un tratto comune con la strada che da Carales conduceva a Olbia, con inizio proprio a Sestu. Poiché nel miliario di Sestu non compare o non è leggibile neppure la parola o l’abbreviazione che rimanda alle miglia (o più precisamente ai milia passuum), sembra di capire che l’identificazione del cippo di San Giorgio con il sesto miliario in partenza da Cagliari sia desunto dal fatto che il cippo è stato ritrovato a Sestu. Così si legge infatti nel libro “Sestu” (2009), curato da Franco Secci: “Non è leggibile all’inizio del miliario la menzione delle miglia, se pure tutto lascia presumere che si tratti del sesto in partenza da Carales, come indica lo stesso nome del paese.”

Facendo leva su questa lacuna e su teorie linguistiche che si discostano da quelle tradizionali usate per spiegare l’etimologia dei toponimi della Sardegna, Salvatore Dedòla sostiene per Sestu un’altra origine. L’errore di fondo, secondo Dedòla, deriva da fatto che a partire dal Wagner diverse generazioni di linguisti hanno tramandato l’idea che la lingua sarda sia figlia del latino. Questa teoria, secondo Dedòla, disconosce il fatto che i popoli presenti in Sardegna prima della colonizzazione romana avessero una lingua propria e non tiene conto dei risultati delle ricerche storiche e archeologiche. Queste dimostrano che nell’epoca preromana (I millennio a. C.) il mediterraneo era diviso in due sfere d’influenza: quella orientale egemonizzata dai Greci, quella occidentale, in cui era inserita la Sardegna, egemonizzata dai Fenici. Pertanto, quando i romani arrivarono in Sardegna (238 a. C.) i suoi abitanti parlavano il semitico, ovvero una lingua non indoeuropea.

Dedòla cita a sostengo di questa ipotesi alcune testimonianze dell’epoca, tra cui quella di Cicerone che nella famosa orazione in difesa di Scauro denuncia una Sardegna dove, ancora duecento anni dopo l’invasione, non esiste nemmeno una città amica del popolo romano. E se non erano amiche le città situate lungo le coste che rappresentavano i capisaldi della dominazione romana dell’isola, figuriamoci quanto dovevano esserlo le popolazioni dell’interno, di cui è nota la strenua resistenza (culturale  prima ancora che  militare) che opposero alla romanizzazione. Perché dunque avrebbero dovuto rinunciare alla loro lingua per adottare quella dei colonizzatori della loro terra? Insomma la popolazione che abitava la Sardegna fino al I sec. a. C. aveva mantenuto notevoli affinità con i Libico-Punici africani e lo stesso l’appellativo di afer, africani, usato da Cicerone come equivalente di sardi suggerisce la realtà di popolazioni africane presenti nell’isola. Peraltro numerose altre fonti, come si legge nei più recenti manuali di Storia della Sardegna, confermano l’immissione di gruppi umani provenienti dall’Africa settentrionale già da epoca preistorica. Insomma, per Dedòla la -u dei sardi non deriva dalla -us romana ma dall’antica -u sumerica, accadica, assira, babilonese e la medesima origine avrebbero anche le velari k e g del centro-nord Sardegna. Allo stesso modo, non essendoci prove archeologiche e linguistiche che dimostrano l’esistenza di una strada romana di una qualche importanza che passava per Sestu, il nome del nostro paese deriverebbe invece dal sumerico šestub: primavera. Suggestivo, se non altro.

Sandra Mereu

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  1. Lunedì 19 Marzo, alle 20.00, l’Associazione Riprendiamoci la Sardegna, nei locali di Viale Colombo 2 a Cagliari (sala Sapori di Sardegna), organizza un incontro con il glottologo Salvatore Dedola che presenterà il libro “La Toponomastica della Sardegna”, origini e etimologia, pubblicato nel Gennaio 2012. L ‘occasione offrirà un contradditorio interessante con il linguista Blasco Ferrer.

    • Passate la voce: l’incontro non si terrà. Invierò quanto prima le emails ad amici e conoscenti per fissare un nuovo incontro presso la Società degli Operai, in Cagliari, via XX Settembre. Salvatore Dedola

  2. Tra Decimo-Settimo-Quartu-Sestu: in un Campidano completamente romanizzato, dove molti paesi hanno nomi di latifondisti romani, in un mare di grano e benessere, la Sardegna una fabbrica di strade, ponti, acquedotti, municipi e statue di benefattori. Da Karales a Turres:ci sono sei miglia romane al vico di Sestu, dove i soldati romani andavano in pensione dopo il diploma di servizio militare.

  3. Comunicazione di servizio: segnaliamo ai lettori che la foto del miliario postata originariamente in questo articolo è stata sostituita in quanto Roberto Bullita, attingendo dal suo archivio fotografico, per errore (capita agli umani) ci aveva inviato una foto che non era stata scattata da lui. Detto questo ci aspettiamo ora che chi ha gridato allo scandalo, ipotizzando che un assessore potesse aver consapevolmente “rubato” una foto e insinuando che gli amministratori di questo blog preferiscano sfruttare il lavoro artistico altrui anziché farsi carico dell’oneroso e impegnativo compito di scattare una foto con le proprie mani, prenda atto del fatto che si è trattato di un mero equivoco.

  4. Non ho chiesto a nessuno di recapitarmi il vostro dialogo, e non so niente della signora Sandra Mereu nè del signor Mario Sanna, ai quali auguro una buona giornata e una felice esistenza, allietata da molte buone letture.
    Dal giudizio del Sanna, argomento ch’egli sia un glottologo, o qualcosa del genere.
    Se è così, lo pregherei con somma cortesia di precisare gli argomenti che gli fanno avvertire come ridicole le mie ricerche sulle origini della lingua sarda. Questo sarebbe l’unico modo per attuare un confronto su basi scientifiche, senza alcunchè di epidermico. E mi darebbe il destro di dialogare con uno che tratta la mia stessa materia con pari competenza.
    Se invece egli non fosse del mestiere? E se le mie tesi facessero ridere perchè si preferisce la certezza che tutto provenne dall’Urbe, e che prima dei Romani i Sardi grugnissero come i maiali? Ebbene, se il Sanna non è del mestiere, penso, con somma modestia, che dovrebbe seguire il mio atteggiamento di assoluta incondizionata modestia, il quale nei confronti delle altrui specializzazioni non si discosta mai dal sommo rispetto e dalla totale disponibilità ad imparare (dagli altri).
    Salvatore Dedola

    • Gentile prof. Dedola, l’articolo le è stato inviato dal blog ritenendo che fosse corretto informarla su quanto si dice riguardo alle sue teorie. Ho sempre pensato che chi scrive un libro lo fa perché altri lo leggano, ne discutano e possibilmente rivedano o rafforzino le proprie convinzioni. Spero non sia un problema per lei il fatto che, pur non conoscendola personalmente, mi sia incuriosita a leggere il suo libro e abbia voluto condividere con altri quanto ho appreso.

      • Sono orgoglioso e onorato del suo interessamento per i miei lemmi. Se lei volesse inviarmi l’indirizzo della sua email, la inviterei ogni qualvolta terrò delle conferenze.
        Ad esempio, venerdì 2 marzo alle ore 18 terrò a Sinnai, presso la Pinacoteca-Museo (via Colletta), una conferenza per commentare e tradurre la STELE DI NORA, il documento più antico dell’Occidente. La conferenza è già stata tenuta a Cagliari di recente, e nel salone di 100 posti c’è stato il “tutto esaurito”. A Sinnai i posti sono 80, e la replica della conferenza mi è stata chiesta dall’Associazione Archeologica di Sinnai.
        A rivederla con sommo piacere. Salvatore Dedola

  5. Una tesi ridicola. Come buona parte delle tesi del Dedola. Si tratta di quello che in toponomastica viene definito un TOPONIMO TRASPARENTE. Al massimo il numerale di 6, potrebbe essere riferito a qualcosa che non sia la strada (ad esempio un tempio, un accampamento, un albero. Dedola è un ottimo ricercatore, ma non può avere la pretesa di trovare significati diversi e lontani, quando un toponimo ha un significato chiarissimo come in questo caso.

    • Certo, tutto può essere…una volta che sleghiamo il miliario dal toponimo. Sulla tesi di Dedòla si può non essere d’accordo, ma bisogna riconoscere che ha una sua coerenza.

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