Una donna sarda poco conosciuta: Sardigna de Lacon

Il lago Omodeo visto dalla chiesa di San Pietro, Zuri (Ghilarza)

A volte occorre del tempo per cogliere realmente la portata concreta di quello che comunicano le cose: succede anche in campo storico-artistico.
Infatti è frequente imbattersi a distanza di tempo in un manufatto altre volte osservato, rilevando cose mai notate prima, o magari di mettere in connessione parti diverse di un edificio e scoprire che questa azione ci introduce immediatamente in un aspetto particolare della storia.
La badessa Sardigna de Lacon compare citata in un’iscrizione del 1291 ubicata nella facciata della chiesa romanica di San Pietro di Zuri. La storia di questo edificio conosce negli anni ‘20 del Novecento un episodio necessario e traumatico. In occasione della costruzione della diga presso l’attuale Lago Omodeo, il piccolo villaggio di Zuri (frazione di Ghilarza) fu ricostruito a monte perché il sito originario era destinato ad essere invaso dalle acque. Si poneva il problema di non perdere un edificio di valore architettonico e storico-artistico che testimonia di un momento di passaggio tra due linee diverse: la transizione dal romanico al gotico, dove il primo rimane ampiamente base strutturale fondante, mentre il secondo si esplica soprattutto in particolari quali la struttura delle aperture e, soprattutto, la decorazione architettonica. Esiste una dettagliata documentazione di Carlo Aru che guidò lo smontaggio dell’edificio, la numerazione delle diverse parti e la ricostruzione a monte, nell’attuale sito.
Senza andare ad analizzare i dettagli della storia di questa architettura e i diversi soggetti decorativi, in occasione della festa che oggi si celebra la nostra attenzione cade su una figura la cui conoscenza è possibile grazie alla sola iscrizione di cui si parlava. Non c’è traccia di questo personaggio nelle genealogie medievali della Sardegna, ma il nome e il ruolo di badessa ci suggeriscono che fosse un’esponente di un ramo collaterale della famiglia regnante in Arborea in quel tempo: il destino dei figli non primogeniti e delle donne (non sposate o vedove) delle famiglie regnanti era quasi sempre quello della consacrazione religiosa, in un iter che li portava spessissimo ad assumere comunque ruoli importanti. Sarebbe facile e suggestivo romanzare una storia i cui connotati si possono solo intuire, cercando di definire una biografia di comodo che avvalori le tesi che si preferiscono. Ma l’operazione più corretta e onesta è verificare quanto si possa dedurre da così pochi dati oggettivi mettendoli a confronto con realtà maggiormente conosciute.
L’iscrizione recita:

ANNO DOMINI MCCXCI / FABRICATA EST HAEC ECCLESIA ET CONSEC / RATA IN HONORE BEATI PETRI / APOSTOLI DE ROMA SUB TEMPORE IU / DICIS MARIANI IUDICI ARBOREE ET / FRATRE IOHANNES EPISCOPUS SANCTAE IUSTE EO / DEM TEMPORE ERAT OPERARIA ABADISSA / DONNA SARDIGNA DE LACON / MAGISTER ANSELEMUS DE CUMIS FABRICAVIT.

San Pietro di Zuri (Ghilarza): iscrizione in facciata

La lettura risulta agevole (il segno “/” separa le righe) e si tratta di un’iscrizione completa sotto il profilo dei dati inerenti il cantiere della chiesa. Sono menzionati l’anno (1291), il santo titolare (San Pietro), il sovrano regnante (Giudice Mariano d’Arborea, che risulta anche il committente) e il vescovo Giovanni di Santa Giusta. In conclusione del testo, dopo aver proceduto in linea rigidamente gerarchica nelle citazioni, si nomina l’operaia Badessa Sardigna de Lacon, seguita da Anselmo di Como, l’architetto.
Molto si è scritto sulla condizione della donna nel medioevo europeo, a partire dai ben noti saggi di Jaques le Goff (per citare un autore tra i più noti anche ai non addetti ai lavori), e appare quasi unilateralmente descritto per essa un ruolo subalterno, tranne i casi in cui, appunto, le donne in questione facessero parte di famiglie nobili. Ma chi ci garantisce che la loro posizione all’interno di questi sistemi così rigidi e mortificanti per la libertà individuale fosse così idilliaca? Quando non andavano spose di mariti non scelti da loro, erano inserite in ambienti religiosi, ma sempre a seguito di scelte imposte dall’alto, anche quando l’ingresso in convento seguiva la morte del marito. Sardigna de Lacon, questa nostra conterranea vissuta tanti secoli fa, non sembra discostarsi dal quadro generale. Riceve, nel contesto della fabbrica del San Pietro di Zuri, un incarico piuttosto importante e delicato. Se infatti il sovrano, commissionando ad Anselmo di Como l’edificazione dell’edificio di culto, mette a disposizione una certa somma di denaro, questo denaro doveva necessariamente essere amministrato da una figura degna di fiducia. Da quanto si sa sugli “operai” (figure ben diverse dall’operaio come inteso oggi, che riveste un ruolo pratico assimilabile al manovale, sebbene di volta in volta specializzato), dovevano avere dimestichezza col denaro e saperlo gestire. Quindi (nel contesto del cantiere): saper comprendere quali figure fossero necessarie, valutare la congruità delle richieste provenienti dall’architetto in merito ai costi dei materiali e valutare anche quanto pagare le maestranze, dai carpentieri ai manovali, dagli apprendisti agli scalpellini, l’architetto stesso, e via dicendo. Sardigna de Lacon doveva essere dunque in grado di fare tutto questo, seppure si possa ipotizzare coadiuvata da qualcuno, perché lei in prima persona doveva rendere conto al committente, nel senso letterale dell’espressione, delle somme affidatele.

San Pietro di Zuri (Ghilarza): architrave decorato

Un ulteriore segnale della sua importanza in seno al cantiere e, quindi, riconoscibilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, è l’ipotesi della sua presenza figurata nell’architrave del portale principale. È rappresentata in posizione solo apparentemente sottomessa: è inginocchiata nell’atto di essere presentata al Santo titolare, Pietro, (identificabile dalle chiavi che ne connotano l’iconografia), rispettosa del contesto sacrale, ma rappresentata, a conferma dell’importanza del suo ruolo, come solitamente vengono rappresentati i committenti.

Su questo e altri aspetti che non è possibile approfondire in questa sede, si può ragionare ancora. Rimane il dovere di far conoscere più capillarmente una figura consegnataci dalla storia, unica donna nel contesto sardo dell’epoca (alla luce delle attuali conoscenze) ad essere rappresentata in questo ambito e con un ruolo così importante e insolito, normalmente ricoperto  da figure maschili.
Sebbene, dunque, non si possa dire nulla di più sulla sua vita, quel poco che si può ricostruire con il conforto del ragionamento e del confronto con altre fonti più studiate (mi riferisco, ad esempio, alle epigrafi delle torri cagliaritane di San Pancrazio e dell’Elefante – terminate entro il primo decennio del 1300 – molto più dettagliate ma analoghe per impostazione) e che offrono citazioni di altri operai, consente di gettare un po’ di luce su Sardigna de Lacon, pur lasciandoci la curiosità (e la speranza) di saperne sempre di più.

Anna Pistuddi

Per approfondire:
- Carlo Aru, San Pietro di Zuri, Reggio Emilia, 1926 [rist. anast. a cura di Donatella Salvi e Anna Luisa Sanna, Ghilarza, 2006];
- Francesco Cesare Casula, Genealogie Medioevali di Sardegna, Sassari, 1984;
- Roberto Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300=Storia dell’arte in Sardegna, Nuoro, 1993, scheda n. 144;

Dal web:
- http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17856&v=2&c=2660&c1=2633&visb=&t=1

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  1. Dicono di questo articolo:
    “Sendi ca seus comenti seus po su chi spetat a sa stòria nosta, no ndi scieus nudda est a nai po is arrexonis chi connosceus, candu m’incapitat de scoberri calincuna cosa de nou mi fait praxeri a dda socializai. E duncas ligei-sì su contu de Sardigna de Lacon, aici tupais unu stampu bosàterus puru. Gràtzias a Anna Pistuddi po s’artìculu.”
    Ivo Murgia, http://logga.me/ivomurgia/2012/03/12/articulus-e-vidius/

  2. Su richiesta diamo una libera traduzione del testo latino dell’iscrizione:
    “Nell’anno del Signore 1291 fu costruita e consacrata questa chiesa in onore del Beato Pietro apostolo di Roma, al tempo del Giudice Mariano di Arborea e di frate Giovanni, vescovo di Santa Giusta. Nello stesso periodo era operaia la Badessa Signora Sardigna de Lacon. (La) costruì il maestro Anselmo di Como”.

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