Un recente “viaggio della memoria”: la cattedrale di San Pietro di Sorres (Borutta – SS)

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: veduta dalla periferia di Cheremule

Può capitare di partire per una piccola escursione che ripercorra le memorie della famiglia. Può capitare che un percorso, pensato e valutato prima, accolga delle varianti, spesso perché i tempi stimati in eccesso lasciano qualche ora in più da dedicare ad altre curiosità.
E’ in uno di questi viaggi della memoria che mi è capitato di rivedere la bellissima chiesa cattedrale che sorge a poca distanza dal centro abitato di Borutta, e che insiste nel suo territorio comunale.
Sono tanti i motivi per cui si ha voglia di arrampicarsi su quel pianoro. Primo tra tutti la magnifica vista di cui si può godere nelle giornate battute dal vento, quando l’aria è tersa e si può apprezzare il paesaggio sottostante per diversi chilometri intorno.
Si arriva alla chiesa seguendo le indicazioni e attraversando diversi terreni delimitati da muretti a secco nei quali trovano posto molti ricoveri per animali, la cui struttura è interamente in pietra chiara. Le greggi pascolano sui campi in rigoglio e a incorniciare quest’immagine bucolica sembra mancare soltanto la colonna sonora dell’Intervallo di tanti e tanti anni fa… e, ahimè, questo mi qualifica già dal punto di vista anagrafico, perché solo i lettori di una “certa” età ricorderanno a cosa mi riferisco…

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: particolare della facciata

Ma procediamo… Lasciata la macchina a congrua e rispettosa distanza, l’ultimo piccolo tratto a piedi predispone all’impatto con la maestosità della chiesa, che si presenta in tutta la sua bellezza e grandiosità: un biglietto da visita che lascia davvero senza fiato. Ci si sente istintivamente piccoli all’atto di ammirare le fini decorazioni ad intarsio che incrostano la facciata in modo particolare, e si ripetono in tono minore nei fianchi e nel prospetto absidale.
Il primo incontro con questo bellissimo monumento risale ai primi anni ’90, quando preparavo l’esame di Arte medievale all’Università e dovevo scegliere un monumento sardo da studiare attraverso la stesura di una “temutissima” (…eh si…) tesina da esporre al docente. Non avevo avuto dubbi su cosa scegliere: mi imbarcai in un viaggio un po’ avventuroso in treno (gli scioperi imperversavano) e alla stazione di Giave mi venne a prendere uno dei monaci della comunità benedettina che attualmente vive a Sorres. Arrivammo a destinazione, presi posto nella foresteria e dopo pranzo iniziai con macchina fotografica, taccuino e matita a girare dentro e fuori il monumento, prendere appunti, fare schizzi e studiare in biblioteca, in una full immersion durata due giorni.

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: interno

Cronologia e descrizione
Si deve a Raffaello Delogu il merito di averne individuato i diversi momenti costruttivi. Alla prima fase (compresa tra il 1050 e il 1100 e proseguita quasi immediatamente non oltre i primi decenni del secolo successivo) si ascrive la parte inferiore del fianco meridionale. La lettura dell’edificio palesa il ruolo  decisivo delle maestranze toscane (per la struttura) che operavano nel settentrione sardo, alle quali si aggiunsero probabilmente esponenti di cultura diversa. Il completamento (così lo definiva il Delogu, mentre Renata Serra preferisce pensare a una “ricostruzione”) è precisabile grosso modo tra il 1170 e il 1190. Non sarebbe inusuale questo andamento “a singhiozzo” dei cantieri, tanto più nel caso di edifici di grandi dimensioni che presupponevano un impegno economico rilevante. E’ importante, tuttavia, riflettere sulla posizione di Renata Serra secondo la quale il momento di ipotetica interruzione dei lavori coinciderebbe con una fase di grande attività dei vescovi sorrensi e sarebbe difficile, dunque, pensare per quel periodo a una cattedrale non del tutto agibile.
Non è stato possibile individuare il committente della chiesa e della struttura episcopale (della quale residua la porzione che oggi collega l’edificio sacro alle strutture monastiche recenti) ma doveva essere sicuramente di alto rango sia per il ruolo della cattedrale stessa, sia per le sue dimensioni e per l’impegno economico intuibile.
Se in facciata una falsa loggia movimenta le murature con decori delicati come trine, con gran profusione di motivi geometrici, l’interno acquisisce un ritmo ordinato dettato dalla sola evidenza della struttura architettonica in cui grandi pilastri  – che suddividono lo spazio rettangolare in tre profonde navate terminanti nel presbiterio rialzato – sorreggono le arcate sulle quali si impostano le scure volte, probabilmente dovute a maestranze francesi.  Per maggiori approfondimenti su questi aspetti (che richiederebbero troppo spazio) si rimanda alla bibliografia e al link in calce. Qui si propone la suggestione di un interno che si gioca tutto sui contrasti dovuti all’alternanza di filari di pietra chiara con filari di pietra scurissima, unica forma di “decoro” (a parte i capitelli di pilastro) che esclude ogni orpello e sembra voler valorizzare la “sostanza”. Viene spontaneo riflettere sulla valenza del contrasto tra il bianco e il nero, normalmente indicanti la luce e le tenebre, ci si chiede se questa scelta di essenzialità e semplificazione volesse invitare anche il fedele a tralasciare tutto per concentrarsi nella preghiera, senza distrazioni. E, perché no, si riflette sull’effetto che produce l’introdursi e il sostare (credenti o meno) in uno spazio così particolare.

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: iscrizione sulla soglia del portale principale

Maestro Mariano: committente o architetto?
Si deve a “+ Mariane maistro” (così è definito nell’iscrizione presente sulla soglia del portale di facciata) la capacità di orchestrare armoniosamente tendenze architettoniche e culture differenti. Di lui si conosce solo il nome, ma non tutti concordano nell’identificarlo come architetto, proponendo che possa trattarsi del committente. La questione è spinosa, ma finora la bibliografia ha privilegiato l’identificazione di Mariano come architetto, in attesa e nella speranza che nuove acquisizioni documentarie possano chiarire l’enigma.
Se tuttavia così dovesse essere, era sicuramente a capo di un cantiere di grande rilevanza e dimensioni, deve considerarsi come una sorta di impresario a capo di una bottega capace di soddisfare richieste importanti e impegnative se, contrariamente alla prassi più comune per quei tempi, il suo nome (una firma?) campeggia in un punto di passaggio che tutti dovevano vedere all’atto dell’ingresso in cattedrale.

In previsione dei prossimi giorni di festa, si consiglia di recarsi a vedere di persona il luogo sacro e lasciarsi coinvolgere dalle tante suggestioni che un occhio attento può cogliere.

Anna Pistuddi

Per approfondire:
-D. Scano, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, Montorsi, 1907, pp. 177-191;
-R. Delogu, L’architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, La Libreria dello Stato, 1953, pp. 76-77;
-R. Serra, La Sardegna, collana “Italia romanica”, Milano, Jaca Book, 1989, pp. 301-310;
-R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, collana “Storia dell’arte in Sardegna”, Nuoro, Ilisso, 1993, sch. 20;
-R. Coroneo-R. Serra, Sardegna preromanica e romanica, collana “Patrimonio artistico italiano”, Milano, Jaca Book, 2004, pp. 169-179;
-R. Coroneo, Chiese romaniche della Sardegna. Itinerari turistico culturali, Cagliari, AV, 2005, pp. 46-49.

Dal web:
http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17800&v=2&c=2660&c1=2633&visb=&t=1
http://www.sanpietrodisorres.net/

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  1. Salve, sono Antonella nata a Sestu ma trapiantata dopo il matrimonio in un paese vicino. Anch’io come Anna ho avuto la fortuna di recarmi in questo magnifico Monastero in compagnia della mia suora del cuore “suor Ambrogina”. Mi invitò a compiere con lei un ritiro spirituale, viaggio in treno da Cagliari a Giave dove venne a prenderci un simpatico monaco benedettino e ci porto al monastero e lì… fu subito un sogno: tutto ciò che ci circondava era bellissimo per non parlare della pace, profumi e della buonissima cucina :) L’indomani alzandoci presto per fare le letture alle 5,45 vidi per la prima volta nella mia vita un sorgere del sole spettacolare. Il monastero si trova nel punto più alto della montagna e vi lascio immaginare: domina su tutto il territorio. Seguivamo tutto il programma, cioè tutto ciò che facevano i monaci lo facevamo anche noi e loro con la loro semplicità e silenzio erano di grande esempio e sempre disponibili. Non mi sono persa nulla.L’adorazione al “SS-Eucaristia” meravigliosa nel silenzio più profondo. E i canti gregoriani???? Sentirli dal vivo ti entrano nel cuore. Una mattina mi avventurai nel giardino circostante e iniziò a piovere, per ripararmi trovai un nuraghe e lì mi sedetti, ascoltai il vento,la pioggia. Sensazioni mai sentite nella vita normale, presi da tante cose non ci soffermiamo mai ad ascoltare queste cose meravigliose che il SIGNORE ci ha dato. Dopo 4 gg ci preparavamo al rientro, la famiglia ci aspettava, la vita fuori ci aspettava. Spero di poterci riandare presto,anzi invito tutti ad andarci ed assaporare per alcuni giorni la vita monastica. Giuro, è una cosa che riempie e insegna tanto!
    M.Antonella Cau

  2. Non posso fare a meno, dopo aver letto ciò che Anna ci racconta su questo straordinario monumento di pietra, di parlare di un altro monumento del medioevo sardo ad esso collegato, più fragile perché di carta, ma altrettanto importante: il condaghe di San Pietro di Sorres.
    Scritto tra il 1422 e il 1502, quindi qualche secolo dopo la conclusione dei lavori di costruzione della cattedrale, il condaghe di San Pietro di Sorres è un registro, e in quanto tale, come tutti i documenti d’archivio, venne redatto per finalità pratiche, cioè per tenere memoria dell’amministrazione della diocesi di Sorres. Pertanto nessuno dei suoi estensori avrebbe potuto immaginare quale valore storico e culturale avrebbe assunto molti secoli più tardi per i posteri. Pur non avendo un grande valore estetico (le scritture sono spesso sciatte, corsive) né diplomatistico (si tratta infatti di un brogliaccio dove i notai annotavano rapidamente e concisamente gli elementi utili per una successiva stesura degli atti in forma definitiva e perfetta), il condaghe di San Pietro di Sorres contiene una grande quantità di informazioni storiche, economiche e sociali sul tardo medioevo sardo. Tanto più importanti se si pensa che esso rappresenta una delle rare testimonianze di questo tipo sopravvissute al generale naufragio che ha colpito le fonti documentarie antiche prodotte in Sardegna. Dalla lettura di questo documento apprendiamo, ad esempio, che al tempo della sua stesura la prosperità economica che aveva permesso la costruzione della stupenda cattedrale, l’arrivo di architetti e maestranze specializzate dalla terraferma, il coinvolgimento di non pochi operai locali, l’approntamento e il trasporto dei vari materiali per la fabbrica, era ormai un ricordo lontano. A causa dei guerrarum turbinibus, con riferimento alla lunga guerra tra i giudici d’Arborea e i catalano aragonesi, delle mortalitatibus, ovvero le epidemie che a partire dalla peste nera del 1348-1350 si susseguirono a ritmi regolari dimezzando la popolazione e provocando la scomparsa di numerosi villaggi et alii sinistris eventibus, tra i quali probabilmente dobbiamo comprendere l’importazione del sistema feudale, il vescovado di Sorres si era ridotto in miseria non meno che l’intera isola.
    Vi figurano inoltre notizie di costume tra le quali quelle che testimoniano dell’urgenza di porre un’argine alla pratica del concubinaggio da parte del clero sardo. E preziosissime sono anche le informazioni linguistiche che se ne possono trarre. Il condaghe è scritto in sardo-logudorese, caratterizzato da un forte influsso italiano e dalla presenza di numerosi latinismi. Mentre il catalano vi appare come una presenza non integrata dove cioè le parole catalane sono ben separata da quelle sarde: la rappresentazione della situazione politica dell’isola all’indomani della definitiva conquista da parte dei catalano-aragonesi. Interessanti dal punto di vista linguistico sono anche le riproduzioni delle espressioni gergali tipiche della vita quotidiana. Ne voglio citare una in particolare che suona di notevole attualità: vivere “abba a bula”.

    Per chi volesse approfondire la conoscenza di questo monumento di carta, suggerisco la lettura della recente edizione curata da Sara Silvia Piras e Gisa Dessì, con introduzione storica di Raimondo Turtas: Il registro di San Pietro di Sorres, Cuec 2003.

    • E’ proprio vero, i registri di amministrazione sono delle fonti inesauribili per diverse branche della ricerca storica, e conservano testimonianze di fatti di tutti i tipi. Una notizia che ricordo tra le tante è la denuncia di Andreuccio de Pogiu (si veda la scheda 32 a p. 13 dell’edizione CUEC del 2003) presso l’autorità Sorrense, che chiamava in causa il canonico Beltramu Solinas per avergli sottratto ben 150 tegole.
      La notiza presa isolata non ci dice null’altro che un furto si era verificato e che la parte lesa indicava l’ipotetico ladro. Ma a voler ampliare lo sguardo si coglie meglio una consuetudine giuridica del tempo, si può dedurre una delle prerogative dell’autorità ecclesiastica del luogo; si apprende che presso San Pietro di Sorres si producevano tegole o, quanto meno, vi era un punto di raccolta delle stesse, quindi un’attività edile…..
      A rileggerlo tante volte ci si colma di tutte le curiosità possibili!

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