Quando Lawrence giunse a Mandas

“Alle sette del mattino era chiaro, freddo, il sole non era ancora sorto. In piedi accanto alla finestra della camera da letto, guardando fuori, non riuscivo a credere ai miei occhi, era così simile all’Inghilterra, alla Cornovaglia nelle sue parti più brulle o agli altipiani del Derbyshire. Dietro la stazione c’era un piccolo prato recintato, piuttosto trascurato, nel quale stavano due pecore. C’erano diversi fabbricati dall’aspetto abbandonato, proprio come in Cornovaglia. E poi l’ampia, abbandonata strada di campagna che si allontanava tra margini d’erba e bassi muretti a secco verso una fattoria di pietra grigia con un ciuffo d’alberi, e un nudo paesino di pietra in lontananza… I bassi, verdi fianchi delle colline erano divisi in campi, con bassi muretti a secco e fossi…”  Da Mare e Sardegna, D. H. Lawrence (1921)

David Herbert Lawrence, la cui fama è legata soprattutto a L’amante di Lady Chatterly, giunse in Sardegna nel 1921, attratto dal fascino di una terra poco conosciuta, e la attraversò in un breve tour durato appena 6 giorni, dal 4 al 10 gennaio. Lo scrittore inglese raccolse le impressioni di quel viaggio in un manoscritto vergato di getto, ma essendone rimasto insoddisfatto lo buttò letteralmente nel cesso. Si deve a Frida, sua compagna di viaggio e di vita, se Lawrence decise in extremis di recuperare il suo diario e se noi sardi oggi possiamo vantare di comparire in un libro “so nicely written and tidy” (dalle Memorie di Frida Not I, but the wind). Lawrence, è stato detto, ha cambiato per sempre il modo di guardare all’isola. Prima di lui i viaggiatori ottocenteschi venivano in Sardegna attratti da una terra selvaggia e al loro rientro sul continente ne riferivano in cronache distorte e piene di luoghi comuni.

Famosi sono i brani di Sea and Sardinia, riportati sopra, che Lawrence dedica a Mandas, una delle tappe del viaggio, complice quel sentimento di nostalgia che lo colse inaspettatamente al risveglio. Lawrence e Frida erano giunti a Mandas a tarda sera e quando al mattino lui si affacciò alla finestra scoprì un paesaggio di dolci colline che gli apparve tale e quale a quello della Cornovaglia. Ma non meno efficace è la descrizione che lo scrittore inglese fa della locanda dove alloggiò. Ubicata proprio sopra la stazione del paese, la Locanda “Lunetta Calogero”, oggi non più esistente nella sua struttura originaria, proprio grazie al racconto di Lawrence recentemente è stata riscoperta come luogo della memoria, ne è stato avviato un progetto di recupero e parallelamente sono fiorite intorno ad essa una serie di iniziative culturali, tra cui un interessante festival dedicato alla letteratura di viaggio.

Lawrence nel suo libro ne descrive gli ambienti con una tale dovizia di particolari che ci sembra proprio di salirla con lui quella “stretta scala di pietra a chiocciola, come in una fortezza” e di vederlo al centro della stanza quell’unico “letto enorme, abbastanza grande per otto“. E quando staziona nella sala da pranzo avvolta nella penombra, dove tutto è freddo “come la pietra”, sentiamo anche noi il gelo penetrarci nelle ossa. Ma il sangue riprende a scorrere alla vista della minestra fumante di cavolo e maccheroni, affabilmente servita dalla donna stretta “nel suo corpino vellutato”. Immaginiamo chiaramente Lunetta Calogero, il proprietario della locanda, quel “grosso siciliano gioviale coi baffi all’ingiù” venirci incontro per ravvivare la fiamma della lampada. E respiriamo pienamente l’atmosfera socialista che aleggia densa nella locanda, mentre tra una portata e l’altra origliamo, con la coppia inglese, i discorsi dei tre giovani ferrovieri della stazione seduti al tavolo accanto, chiassosi e polemici come sono.

Sull’attività della locanda Calogero immortalata da Lawrence, esiste anche un riscontro documentale ritrovato nell’archivio storico comunale di Mandas. Si tratta di una ricevuta rilasciata a una truppa di soldati che vi aveva alloggiato negli anni dell’arrivo dello scrittore inglese, durante la prima guerra mondiale, e che si è conservata sino ai nostri giorni in forza dell’obbligo imposto ai comuni di rimborsare le spese delle truppe che stazionavano nel loro territorio. Nel logo in stile liberty, stampato su carta color pergamena, campeggia una famigliola borghese che pasteggia intorno a una tavola elegantemente apparecchiata. Tutto appare pulito e raffinato e così l’avremmo immaginata per sempre, la locanda Lunetta Calogero, se lo sguardo impietoso e realista di Lawrence non si fosse posato proprio sopra quella tovaglia, apparendogli tutt’altro che linda. Ridotta com’era a una “ragnatela di buchi mangiati dal tempo, di macchie d’inchiostro di un nero funereo e di misere macchie sbiadite di vino”, sembrava piuttosto “la fascia di una mummia del 2000 avanti Cristo”.

Sandra Mereu

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