Il lavoro prima di tutto

«Mettere al centro dell’identità culturale e politica di una forza progressista a vocazione maggioritaria la persona che lavora non è ritorno indietro, è sguardo al futuro»

(Da “Il lavoro prima di tutto” di Stefano Fassina, Donzelli editore 2012)

Intervenendo qualche giorno fa alla presentazione del libro di Stefano Fassina, responsabile del dipartimento Economia e Lavoro del Partito Democratico, Giampaolo Diana, presidente del gruppo PD in consiglio regionale, ha dichiarato che pur di mandare a casa Cappellacci è lecito “fare patti anche con il diavolo”. L’amministrazione di centrodestra in Sardegna detiene infatti una serie di primati negativi tra cui spicca il tasso di disoccupazione giovanile, stimato attualmente al 44,7%: praticamente in Sardegna un giovane su due non lavora. Come si concretizzerà in termini di alleanze future la battuta del capogruppo del PD Diana è forse ancora presto per dirlo. Ma dopo le critiche ferme e convinte da lui rivolte alla politica dell’attuale governo nazionale, ovvero dopo un severo giudizio sull’operato di un governo nato per fronteggiare una situazione di emergenza e per questa ragione sostenuto da una coalizione eterogenea, quel ricorso alla logica del male minore come unico rimedio per affrontare la situazione sarda è suonato davvero un po’ paradossale. Tanto più che il contesto invitava a immaginare scenari nuovi, prospettive a cui tendere, battaglie culturali intorno alle quali concepire soluzioni diverse rispetto a quelle propugnate dal pensiero unico e praticate dal governo.

Dire – come fa Fassina – che il “lavoro – viene - prima di tutto” significa ritrovare la perduta autonomia culturale necessaria a immaginare risposte coerenti con questo assunto. Nel generale smarrimento seguito alla “morte delle ideologie” incentrate sui valori collettivi e sociali, infatti, solo la Chiesa, forte di un pensiero secolare, ha lucidamente individuato le cause dell’attuale crisi nell’individualismo utilitaristico e nel primato dell’economia sulla politica e dunque sul bene comune. Mentre - secondo Fassina - le forze di centrosinistra sono corse dietro alle mode del tempo, finendo di fatto per puntellare gli interessi dei gruppi conservatori: “ritiro della politica per lasciar fare alle forze auto regolative dell’economia”, “archiviazione del partito intellettuale collettivo per il vuoto leaderismo mediatico”, sono solo alcuni dei motivi più ricorrenti. Il momento che stiamo vivendo, contrariamente a quanto si continua a credere anche a sinistra, non è, per Fassina, una crisi generata da una finanza avida e irresponsabile, non è il debito pubblico degli stati ad averla provocata, né ci troviamo nella fase di aggiustamento dopo quella degli eccessi.

La situazione è molto più complessa di quanto si voglia far credere ed ha le sue radici nell’affermazione di un preciso ordine economico e sociale. Quello in cui ci troviamo è dunque un ordinario ciclo economico caratterizzato da regressione economica e sociale che non ha colpito tutti allo stesso modo. Se davvero si crede - come ritiene Fassina – che la tendenza in atto si può invertire solo se si pone al centro dei programmi la valorizzazione della persona che lavora, allora, a me sembra che prima di stringere alleanze con chiunque pur di interrompere l’esperienza politica guidata da Capellacci, bisognerebbe definire obiettivi chiari e strategie conseguenti.

La storia politica di Giampaolo Diana, che è stato segretario regionale della CGIL, permette ancora oggi di riconoscerlo, all’interno di un partito pluralista in cui convivono posizioni anche molto distanti, come un esponente della sinistra classica. La sua collocazione ci dice che attribuisce al lavoro un valore strategico, non solo come fatto etico ma anche come motore di sviluppo, a partire da una redistribuzione del reddito tale da rilanciare la domanda e modificare i dati economici attuali.

Mi piace dunque credere che solo l’ansia di rimarcare la drammatica situazione dell’isola, aggravatasi in questi ultimi anni per le politiche del centrodestra, gli hanno forse impedito in questo contesto di esplicitare chiaramente il discrimine programmatico nella scelta degli alleati, angeli o diavoli che siano.

Sandra Mereu

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