La chiesa di San Gemiliano: tra storia e devozione

La prima volta che ho visitato la chiesa di Santu Millanu risale a tantissimi anni fa, e ne ignoravo le peculiarità, la storia, le vicende. Ma mi affascinò da subito il suo tranquillo isolamento, che, paradossalmente, costituisce un singolare motivo di attrazione.
Per tutti è una meta, un luogo di refrigerio per l’anima, per incontrarsi con amici e parenti nella pineta nelle belle giornate primaverili o per difendersi dalle calure dell’estate. Ma è soprattutto il fulcro della festa che celebra il santo e rinnova la devozione dei sestesi.
Si arriva a destinazione dopo un tragitto di pochi minuti in macchina, o una passeggiata corroborante a piedi, e l’ingresso che preferisco è quello dalla pineta, in corrispondenza del chiosco. Non è una questione bucolica o romantica, ma scegliere questa soglia permette di percorrere lo spazio esterno ricalcando idealmente le fasi storiche dell’edificio.
Anche in questo caso, ad accoglierci sono superfici nitide, dal colore caldo del calcare, così comune nel Campidano da far sentire (ai campidanesi, s’intende) quell’inconfondibile “aria di casa”. Così come per un abitante della Gallura il richiamo naturale alle proprie radici si evidenzia dall’uso del granito.
Si. Perché il panorama dell’architettura medievale sarda, e in particolare quella relativa al periodo inquadrabile tra i secoli XI e XIV (1000-1300), nel quale nasce e si sviluppa l’architettura romanica grazie all’opera di monaci benedettini chiamati (a partire dal 1065) dai giudici locali, sovrani dei quattro regni (Cagliari, Gallura, Arborea, Torres) in cui allora era ripartita amministrativamente l’Isola, si caratterizza proprio per il colore. Dislocate in tutto il territorio isolano, le chiese erano costruite con materiali locali offerti dalla natura dei luoghi (basalti, calcare, trachiti…) e marmo (d’importazione, derivato dallo smontaggio di edifici di età romana). Da questo derivano i tanti diversi colori che in determinati momenti si combinarono, volutamente, in funzione decorativa.

L’edificio e le pertinenze: datazione e struttura architettonica.

La chiesa fu edificata nella seconda metà del secolo XIII, fulcro religioso di una villa (Susue) documentata fin dal 1316-22.
Iniziando l’ideale passeggiata dall’ingresso al parco di cui si diceva poco sopra, ci si trova immediatamente di fronte alla parete del fianco meridionale, che si offre al nostro sguardo delimitata in verticale da alcuni elementi caratteristici, le lesene a soffietto (o a fisarmonica) il cui effetto visivo risalta maggiormente con la luce di mezzogiorno, quando, osservandole da vicino e spostando lo sguardo dal basso verso l’alto, si può cogliere l’alternanza di luce e leggere ombre proiettate dalle parti sporgenti di questa superficie “ondulata”. Lesene siffatte caratterizzano questo momento storico, insieme alle forme degli archetti pensili dal sesto acuto. Le mensoline che sorreggono questi ultimi corrono lungo i fianchi e delimitano le pareti dell’edificio segnando l’origine delle coperture e seguendone l’andamento. Oggi molto rovinate, le mensoline che reggono gli archetti pensili porgevano all’occhio dei fedeli una molteplicità di raffigurazioni simboliche: solitamente motivi vegetali, volti umani, teste di leoni, animali fantastici, arieti, ecc…
Sul fianco meridionale è presente un ingresso, la cui struttura è quella canonica dei portali romanici.
Dalla posizione in cui siamo, dirigendoci verso destra, quindi verso est, si svolta fino ad apprezzare la muratura di fondo. Da una semplice osservazione ci accorgiamo della peculiarità della pianta di questa chiesa. Infatti non possiede un’abside soltanto, ma due, che sporgono con le loro murature semicircolari, quella di destra (dal nostro punto di osservazione) più ampia di quella sinistra.
Sulla funzione della doppia abside non si è ancora arrivati a una risposta definitiva, ma non è una novità, essendo presente in Sardegna fin dall’inizio del XII secolo (più precisamente questa pianta si sviluppa tra il 1100 e il 1125). La muratura settentrionale è nascosta da strutture posteriori, così come la facciata originaria, in parte utilizzata per accostarvi il portico, realizzato nel corso del 1500.
Quest’ultimo è suddiviso in tre navate: quella centrale in larghezza ripropone l’ampiezza totale della chiesa stessa. Frontalmente ha una facciata piana, che ospita un ampio portale a sesto acuto e che culmina al centro con un piccolo campanile a due luci, una per ogni campana.
Stando comodamente all’ombra del portico, nella sua zona più ampia, notiamo che ciascun portale, la cui struttura ripete quanto visto nel portale meridionale, rimanda alla suddivisione interna in due navate, che terminano con le absidi.
All’interno si apprezza la solidità dei pilastri che reggono le arcate che dividono le navate, dalla sagoma a tutto sesto che si ripete anche nelle volte a botte semicircolari. A raccordare arcate e pilastri stretti capitelli ripropongono un motivo decorativo a foglie aguzze.
All’esterno un giardino ben curato e ordinato separa la chiesa dalle cumbessias, che si animano nei giorni della festa, grazie alla presenza dei devoti del santo, a testimonianza di un’ininterrotta frequentazione del santuario, che si qualifica, nel suo genere, tra i più grandi del meridione isolano.

Anna Pistuddi

Glossario:

lesèna: elemento architettonico addossato alle murature di un edificio. La sua funzione è decorativa e la forma può essere quella della semicolonna o del pilastro. La superficie può essere liscia o presentare l’aspetto “a soffietto”.

Per approfondire:

D. Scano, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, 1907, p. 330;
R. Delogu, L’architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, 1953, pp. 188-189;
R. Serra, La Sardegna, collana “Italia romanica”, Milano, 1989, p. 349;
R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Nuoro, 1993, scheda n. 140.

Dal web:

“Festeggiamenti in onore di San Gemiliano” (settembre 1994)

http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=159994

Chi ha detto che il progressive è un genere ormai deceduto?

Chi ha detto che il progressive è un genere ormai deceduto? A giudicare dalla manifestazione “In Progress…One”, di cui si è appena celebrata la sesta edizione, non è proprio così.

Il festival del rock progressivo, organizzato dall’Associazione “Mediteuropa”, col patrocinio di Comune di Sestu, Associazione Turistica Pro Loco Sestu e Provincia di Cagliari, inizia nel 2006, ed è uno dei punti fermi del genere a livello nazionale. In un quinquennio si sono esibiti sui palchi sestesi mostri sacri del genere come Banco del Mutuo Soccorso, Arti & Mestieri, Van Der Graaf Generator, New Trolls, David Cross, Beppe Crovella e tanti altri. Nel 2010 si sono festeggiati i quarant’anni di prog, iniziati occhio e croce nel 1970, quando gente come Robert Fripp coi suoi King Crimson, i Genesis, i Pink Floyd e gli stessi Van Der Graaf iniziavano i loro percorsi musicali, fino a diventare delle colonne portanti e fonte d’ispirazione per molti musicisti e appassionati. Quest’anno, dal 27 al 31 luglio, si è svolta la manifestazione numero 6, una delle più inebrianti da quando il direttore artistico Pierpaolo Meloni, decise di mettere in piedi questo progetto. Questa edizione ha avuto come tema principale le Soundtracks. I primi due assaggi si sono avuti il mercoledì e il giovedì, in cui, in una situazione piacevole e tranquilla, quasi da parentesi sceicca, si sono alternati prima il duo acustico di Gemiliano Cabras, mentre il giorno dopo è stata la volta di John Macaluso, celebre batterista del combo prog-metal degli Ark. Già ai tamburi per il mostro sacro Yngwie J. Malmsteen. Macaluso ha impartito lezioni di batteria a diversi presenti, tra cui molti giovanissimi batteristi in erba. Il tutto è stato ampiamente facilitato dalla scuola sarda Gm DrumSchool/Bateras Beat, che ha sempre brillato per queste interessanti idee.
Venerdì 29 si è inaugurata la nuova piazza per i grandi eventi a Sestu, la P.zza Salvo D’Acquisto, e si è fatto in modo decisamente scoppiettante. Sul palco, la leggenda del post-prog anni 80, ovvero Fish, primo leader indiscusso (e forse unico) dei Marillion. Da una carriera che, per via di un tumore, sarebbe dovuta finire presto, ad una sfilza di concerti post-guarigione, che lo hanno visto decisamente in forma nelle sue performances. Fish si presenta con un trio acustico, tastiera e chitarra, in estetica rivoluzionaria, con foulard mediorientale e t-shirt con Che Guevara in bella mostra. Ripercorre molti dei suoi pezzi solisti, ed illumina il cuore dei mille presenti in piazza, eseguendo classici dei Marillion come “Fugazi” ma soprattutto la hit “Kayleigh”. Siparietti molto simpatici, che trattano di aneddoti calcistici e familiari, di “Gigi Riva” e pause con bevute di mirto sardo, chiudono il primo grande evento del festival 2011.
Il sabato è la volta di David Rhodes Trio, il chitarrista dell’ormai eterno Peter Gabriel, accompagnato dal sempre presente batterista Ged Lynch (anche lui con Gabriel, ma già con Brian Eno, David Gilmour e Goldfrapp) e da Charlie Jones al basso. Col suo sorriso smagliante, la sua distorsione e la luccicante pelata, Rhodes ha eseguito un rock a tinte indie-pop, in cui ha cavalcato molti dei pezzi solisti ma anche molte colonne sonore, come la famosissima “La Gabbianellae il Gatto”. Un concerto molto piacevole, più rock che prog, ma decisamente all’altezza delle aspettative. L’ultimo giorno del festival inizia al mattino con la conferenza “Musica per Immagini”, con il giornalista Giacomo Serreli di Videolina, esperto di musica, a moderare la discussione, in cui sono intervenuti Claudio Simonetti (Goblin) dei Daemonia, David Rhodes e la musicologa Francesca Mulas. L’importanza della musica che accompagna l’immagine, e non poteva spiegarcelo meglio Simonetti, uno che con Dario Argento ha scalato le vette delle classifiche d’Italia con l’hit “Profondo Rosso”. Felici scambi di opinione con la Mulas, che tornando indietro nel tempo ha spiegato come si sia evoluta la concezione della colonna sonora anche dai tempi medioevali, passando dall’origine del cinema muto sino ad arrivare ai giorni nostri.
In notturna, chiudono le danze proprio i Daemonia. Delirio generale al suono dei tasti di Simonetti che richiama l’inizio di “Tenebre” e “Phenomena”, passando per “Demoni”, e presentando anche alcuni pezzi inediti con alla voce la show-girl Silvia Specchio, dotata di qualità canore indiscutibili. Conclude la serata, ovviamente, il pezzo storico “Profondo Rosso”, che chiude in bellezza questo fantastico festival, che ha riempito la piazza di quasi duemila persone in media in cinque giorni.

In questo bel quadro, hanno fatto da cornice alcuni artisti sardi: gli Straitkurv, Roberto Deidda e i Double Reflect, che hanno avuto la possibilità di mettere in luce le proprie qualità al grande pubblico del progressive. Che quest’anno è stato davvero caldo e numeroso.

Angelo Argiolas