Libertà di stampa: basta enunciarla?

Dal generale… La libertà di stampa è universalmente considerata una delle libertà fondamentali di una democrazia. La nostra Costituzione la inserisce, per questo, tra i diritti fondamentali della Repubblica (art. 21). Ma perché da principio astratto si trasformi in concreto esercizio di libertà, in un contesto dominato dalle leggi del mercato e della concorrenza, occorre fare i conti con soldi e con mezzi. Partendo dal presupposto che il mercato non sia di per sé portatore di razionalità, giustizia ed eguaglianza e che i mezzi di diffusione delle idee, dell’informazione e della cultura in senso lato non possono essere trattati alla stregua di una merce qualsiasi, dal mio punto di vista sono convinta che per garantire il pluralismo dell’informazione (e quindi la democrazia) non solo è giusto ma è anche doveroso che i soggetti pubblici sovvenzionino i giornali e l’editoria. In assenza di un elemento di regolamentazione e di sostegno pubblico, nel mercato sopravvivrebbero solo gli editori economicamente più forti. Questa, che piaccia o no, è la cruda verità. Ciò di cui si può discutere è invece l’entità attuale dei finanziamenti pubblici rispetto alle finalità che si prefiggono. Nati per sostenere realtà culturali, politiche, sociali, religiose minoritarie oggi i contributi pubblici sono distribuiti indiscriminatamente a tutti i partiti e quasi tutti i quotidiani ne beneficiano, molti dei quali non registrano alcuna vendita nelle edicole o sono addirittura testate fasulle e misteriose. Il livello a cui questi finanziamenti sono stati portati è oggi tanto alto da renderli, si rifletta, vergognosi e inaccettabili per l’opinione pubblica e conseguentemente, all’occorrenza, facilmente tranciabili come voce di spesa pubblica. La libertà d’espressione non deve appartenere al gioco del mercato ma all’ambito della politica. Spetta pertanto al cittadino e allo Stato dettare regole equilibrate per il funzionamento dei media e dell’editoria, capaci di garantire l’espressione e la pluralità delle opinioni e creare le condizioni per la sopravvivenza delle testate più piccole, evitando che gli editori più potenti, cioè quelli che raccolgono più pubblicità o dispongono di ingenti capitali, impongano il proprio punto di vista senza lasciare spazio ad alternative. Una soluzione coerente con il principio della difesa della pluralità d’espressione potrebbe essere, ad esempio, quella di concentrare i fondi pubblici sugli editori minori e locali. Chi da sinistra (o dintorni) si scandalizza tanto per l’esistenza dei finanziamenti pubblici ai giornali dovrebbe ricordarsi che – citando Giovanni Sartori – “Berlusconi ha usato e usa Mediaset, e cioè il suo privato potere mediatico, per acquisire quel potere politico che sorregge i suoi privilegi e la sua intoccabilità e che, insomma il potere politico gli mantiene Mediaset, e a sua volta Mediaset gli assicura il potere politico.”

…al particolare. Gli stessi principi di base possono essere utilizzati per valutare la contestuale uscita di due nuovi quotidiani sardi: “Sardegna Quotidiano” e “Sardegna 24”. Riguardo a quest’ultimo, fatte le debite proporzioni, potrebbe essere sufficiente sostituire nella sopracitata osservazione di Giovanni Sartori, alla parola “Berlusconi” il nome dell’imprenditore miliardario direttamente interessato alla politica locale, e alla parola “Mediaset” il nome di un’azienda, con sede in Sardegna, portatrice di vasti interessi economici. A “Sardegna Quotidiano” di contro, qualche raro detrattore, attribuisce il torto di poter usufruire in prospettiva futura di un contributo pubblico. Il Consiglio regionale, infatti, ha dato il via libera all’art. 27 quinquies del Collegato alla Finanziaria con il quale, nel rispetto dei vincoli europei, si destinano 300.000 euro annui fino al 2013 alle cooperative costituite da giornalisti disoccupati, in cassa integrazione o in mobilità. Il contributo dovrà essere finalizzato alla produzione di quotidiani. A questo risultato si è arrivati dopo l’accoglimento dell’emendamento 154, primo firmatario il capogruppo di Sel-Comunisti-Indipendentistas Luciano Uras. Il provvedimento, inoltre, vincola la diffusione di pubblicità istituzionale nelle testate giornalistiche o nelle emittenti radiotelevisive all’applicazione degli oneri contrattuali e previdenziali per i lavoratori impiegati. Va detto, inoltre, che a monte di tutto questo c’è la richiesta dell’Associazione della stampa sarda la quale “preoccupata per la dimensione senza precedenti del fenomeno della disoccupazione e della precarietà fra i giornalisti, ha chiesto un incremento della dotazione della legge sull’editoria regionale nell’ambito delle politiche attive del lavoro”. In modo trasparente ed onesto, come rivendica il presidente del sindacato dei giornalisti Francesco Birocchi, sono state cioè chieste risorse pubbliche per creare nuovi posti di lavoro per i giornalisti e per la crescita del pluralismo dell’informazione nella nostra isola. In maniera analoga altri sindacati hanno richiesto e in parte ottenuto provvedimenti per lavoratori ammessi agli ammortizzatori sociali. Il finanziamento in oggetto è ovviamente aperto a tutti i soggetti che hanno i requisiti stabiliti dalla legge (non esclusivamente a “Sardegna Quotidiano”, quindi) e trattandosi di un bando pubblico che si inquadra nell’ambito della disciplina del de minimis per l’autoimpiego trova esecuzione sulla base di criteri che stabiliscono le spese ammissibili e quelle non ammissibili, i massimali e i controlli. Una procedura molto più trasparente di quanto non lo sia l’attuale sistema con il quale attualmente giornali e televisioni ricevono la pubblicità istituzionale. Per quanto mi riguarda, lo trovo un provvedimento giusto, ma mi rendo conto che per altri, meno interessati al discorso della solidarietà sociale o più rigidamente legati agli automatismi del mercato anche per le attività che riguardano la diffusione delle idee e l’informazione possa non esserlo. Tutto assolutamente legittimo. Meno accettabili, ma facilmente valutabili dai lettori per quello che sono, le illazioni, le congetture, le allusioni sulla mancanza di autonomia, democrazia e pluralismo di questa testata. Di essa infatti, sino a prova contraria, è noto tutto.

Sandra Mereu

Tra tenture, machizie e veleni approvato a Sestu il regolamento della Compagnia barracellare

Dopo una lunga discussione e un aspro confronto, trasversale a maggioranza e opposizione, nella seduta del Consiglio comunale del 28 luglio è stato finalmente licenziato il regolamento della Compagnia barracellare. Un atto che detta le finalità, le funzioni e le modalità di funzionamento di questo particolare corpo di polizia rurale che affonda le sue radici nel medioevo. Ripercorrerne la storia può essere molto utile per capire il senso delle decisioni prese.

La storia dell’istituto. Negli archivi comunali sardi si conservano documenti che testimoniano la diffusa presenza nel territorio isolano dei barracelli e delle rispettive compagnie a partire dal Seicento. Ma la loro esistenza, per quanto limitata ad alcune località, è attestata anche nel secolo precedente negli atti del Parlamento celebrato dal viceré don Giovanni Coloma (1572-1574), dove figura una richiesta del sindaco di Sassari per la loro estensione a tutto il Regno. La richiesta non fu accolta ma è accertato che qualche decennio dopo i “barincellos e Justicia da campanya” sono presenti in tutta l’isola. Come ipotizzano diversi studiosi, la capillare diffusione del barracellato si può spiegare a partire all’esistenza di qualche istituto preesistente alla conquista catalano-aragonese, con funzioni e struttura simile, fossero essi guidati dall’alguazile regio del comune di Sassari, incaricato di formare una compagnia di 15 uomini, graditi al consiglio comunale, per custodire “vinias, jardinos, ortos, cannedos, juncargios, cungiados, domos et pinnetas” nell’intento di prevenire o reprimere “sos furtos, dannos e ruina”, o dal “majore de villa” di Eleonora d’Arborea chiamato a eleggere dai quattro agli otto giurados tra le persone di buona fama della comunità “assa guardia dessa vingias, ortus…”, considerando “sos multos lamentos chi continuamente sunt istados e sunt peri sas terras de Arbarée e de Logudoro…”. Questo innesto spiegherebbe anche la peculiarità dell’istituto barracellare sardo che assomma in sé due funzioni altrimenti e altrove distinte: la vigilanza sulla proprietà e la mutua assicurazione tra proprietari per il risarcimento dei danni. Per tutto il Seicento e per quasi tutto il Settecento le compagnie barracellari diedero, in generale, prova di efficienza ed efficacia nello svolgimento delle loro funzioni di sorveglianza e tutela, riuscendo nel contempo a far fronte agli obblighi di riscossione e rimborso. Successivamente, però, questo istituto entrò in una fase di profonda crisi che ne mise in discussione la stessa sopravvivenza. Nella prima metà dell’Ottocento le compagnie barracellari videro progressivamente ridursi la loro autonomia e venir meno l’originario carattere della volontarietà, nel totale stravolgimento dello spirito che aveva spinto i contadini sardi a costituirle. L’istituto barracellare venne, infatti, dapprima posto sotto il comando generale delle milizie dello Stato, poi obbligato a scegliere i propri membri esclusivamente tra i miliziani, quindi nel 1819 addirittura soppresso, e i suoi compiti affidati al Corpo dei Cacciatori reali di Sardegna. Anche quando fu nuovamente ricostituito, nel 1827, ne venne confermato il carattere di corpo a esclusiva composizione miliziana. L’istituto barracellare fu in seguito rivalutato e riformato. Sulla base di una legge varata nel 1853, ai comuni venne nuovamente riconosciuta la libertà di costituire, mantenere o sopprimere le compagnie barracellari (che tornarono ad essere volontarie), di stabilire i capitolati in piena autonomia, di scegliere i membri di esse e i capitani. Le successive modifiche, introdotte nel 1898, mirarono a limitare gli abusi del potere politico in un contesto in cui – essendo ancora lontano il suffragio universale – le amministrazioni comunali erano esclusivamente in mano ai notabili dei vari paesi. Il regolamento del 1898 è tuttora in vigore, fatte salve alcune modifiche introdotte dalla legge regionale del 1988 nel nuovo contesto dell’ordinamento della Repubblica Italiana: le funzioni in materia di barracellato sono state trasferite alla Regione Sardegna (D.P.R. n. 348 19/06/1978) e le competenze delle compagnie barracellari sono state ampliate e diversificate in funzione del mutato quadro socio-economico dell’isola.

Il dibattito in Consiglio. In sede di approvazione del Regolamento alcuni consiglieri hanno presentato emendamenti che, se accolti, avrebbero impresso una torsione alla natura originaria di questo storico istituto, da sempre espressione diretta del mondo rurale e agrario. Una condizione che, come si è visto, ne ha garantito una longevità riscontrata solo in poche altre istituzioni storiche dell’isola. Gli emendamenti in questione miravano ad utilizzare l’istituzione della compagnia barracellare come uno strumento di politica attiva per il lavoro, subordinando a questo fine l’essenza stessa dell’istituto: il servizio di tutela e sorveglianza del territorio e la mutua assicurazione. Si chiedeva, infatti, che tra i requisiti per la selezione dei membri della compagnia fosse presente il possesso del diploma di scuola superiore, discostandosi in questo modo dalla norma regionale che prevede esclusivamente l’assolvimento della scuola dell’obbligo o, in caso contrario, la dimostrazione di saper leggere e scrivere. Vero è che la legge regionale ha ormai più di vent’anni ma essa è frutto di accurati studi sulla storia di quest’istituzione e di approfondite analisi del contesto socio-economico di riferimento. In assenza di nuove indagini e di dati aggiornati sull’attuale realtà agro-pastorale dell’isola e magari di Sestu, sul grado di istruzione di chi ci lavora, l’adozione di nuovi e diversi criteri di selezione avrebbe rischiato di introdurre elementi di discriminazione e ostacoli alla formazione di un organismo realmente rappresentativo della realtà in cui la compagnia deve operare. Nella stessa direzione andava anche la proposta di costituire, per la scelta dei barracelli, un’apposita commissione composta da esponenti dei settori con i quali la compagnia andrà a relazionarsi: pastori, agricoltori, vigili urbani (possibilmente di livello D), carabinieri. Nelle intenzioni di chi ne ha sostenuto la necessità, una simile commissione sarebbe servita a contrastare l’arbitrio del potere politico (dato per scontato dai Riformatori) nella scelta dei membri della compagnia barracellare. Senza scomodare l’insuperata analisi di Maurice Le Lannou, non è difficile capire che questa proposta, oltre a porsi in palese contrasto col principio della volontarietà, non garantisce una maggiore obiettività nella scelta dei componenti. Perché mai un pastore, che rischia multe e sanzioni se il suo gregge invade il terreno di un agricoltore, dovrebbe convergere sulle decisioni di un agricoltore che da quelle greggi rischia di subire ingenti danni economici?

Il colpo di scena. In un clima di rovente dibattito il Consiglio ha respinto, dunque, gli emendamenti che contenevano le proposte “innovative” rispetto alla legge regionale in vigore e, dopo due lunghe ed estenuanti sedute, ha licenziato il regolamento. Non senza riservare ai cittadini presenti un vero e proprio colpo di scena. La capogruppo del PD, dopo aver promosso gli emendamenti di cui sopra col pieno appoggio dei  consiglieri del centro-destra, ha poi accusato i consiglieri della Sinistra di irriderla alle spalle e  quindi, seguendo le orme dell’opposizione che l’aveva preceduta, ha abbandonato l’aula, rifiutandosi così di approvare la maggior parte degli articoli del Regolamento.

Sandra Mereu

Gli Atti del Consiglio comunale:

Verbale Consiglio 26 luglio 2011

Verbale Consiglio 28 luglio 2011 

delibera_consiglio_52_del_28_luglio_2011