L’isola che legge

L’anomalia sarda. I dati ISTAT resi noti lo scorso mese di maggio sulla diffusione della lettura in Sardegna sono rimbalzati sui quotidiani regionali e su una nota trasmissione radiofonica specializzata, Farheneit, con seguito di inorgogliti commenti di giornalisti, scrittori e soggetti pubblici. La nostra regione risulta essere in controtendenza rispetto ai preoccupanti standard che caratterizzano il meridione d’Italia. Da noi si registrano percentuali di lettura pari al 49% che ci avvicinano alle regioni virtuose del nord, a dispetto di un contesto economico più simile a quello dei paesi del sud d’Europa. Sono dati che confermano un trend in atto da diverso tempo e che intellettuali e operatori del settore hanno spiegato come l’effetto di lungo periodo di una serie di circostanze legate all’attività degli editori e degli scrittori sardi, molti dei quali sono stati capaci di farsi conoscere e apprezzare anche fuori dall’isola. Nondimeno un ruolo fondamentale hanno avuto le intelligenti strategie culturali attuate in Sardegna dai soggetti pubblici negli ultimi 30 anni. In particolare quelle legate alla creazione e supporto della rete delle biblioteche di pubblica lettura e alla formazione e aggiornamento del personale. Riconoscere che i risultati raggiunti non sono un dato antropologico né sono frutto del caso impone di andare oltre i facili entusiasmi per individuare, con la stessa lungimiranza che ha contraddistinto le classi dirigenti del passato in questo specifico campo, le azioni più efficaci da adottare al fine di non disperdere questo importante patrimonio, rappresentato dalle abitudini culturali dei sardi e dalle strutture di supporto, e possibilmente di potenziarlo nella consapevolezza dimostrata che tra indici di lettura e sviluppo economico esiste un nesso inscindibile. E che per noi sardi potrebbe rappresentare la vera risorsa per risorgere.

Il bicchiere mezzo vuoto. Si calcola che una quantità impressionante, pari a più della metà degli italiani, non legga neanche un libro l’anno. Di contro, una percentuale esigua pari al 15/% della popolazione, i cosiddetti lettori forti (12 libri all’anno), sia in grado di sostenere da sola il mercato dei libri. L’aumento dei libri venduti avrebbe certamente come diretta conseguenza l’incremento del fatturato per gli editori ma non necessariamente una crescita del numero dei lettori forti e men che meno di quelli medi e deboli. La crescita culturale dei cittadini nel loro insieme dovrebbe essere, come fa osservare Giovanni Solimine nel suo libro “L’Italia che legge” (Laterza 2010), l’obiettivo primario dei soggetti pubblici, da anteporre a qualunque altra considerazione di crescita del mercato. Aumentare il numero dei lettori  significa in primo luogo arginare il preoccupante fenomeno dell’analfabetismo di ritorno o funzionale, di cui parla Tullio de Mauro, per cui il 70% degli italiani, ancorché dotati di un titolo di studio, dimostra insufficienti capacità di usare le abilità di lettura e ha difficoltà ad orientarsi con dimestichezza nelle diverse situazioni della vita quotidiana che comportano la comprensione di un testo scritto. A un livello di maggiore ambizione – dice ancora Solimine – portare chi legge poco o non legge abbastanza a leggere di più, significa avere cittadini più acculturati, con più idee, con una maggiore apertura mentale e un senso critico più sviluppato.

Non solo festival letterari. Analisi di questo tipo non dovrebbero sfuggire ai soggetti pubblici, alle amministrazioni locali in primo luogo, per modulare più equilibrate politiche di promozione della lettura. Ed è ora in particolare su Cagliari che si riversano le aspettative più alte. La città capoluogo, dove anche noi che viviamo nei centri dell’hinterland gravitiamo per lavoro, per fruire dei servizi, delle occasioni di svago e cultura, ha ereditato dalla passata amministrazione la MEM (Mediateca del Mediterraneo): una splendida struttura, da subito riconosciuta dai cagliaritani come luogo neutro di aggregazione, di incontro e di integrazione all’insegna della fruizione culturale. Dall’amministrazione di centro sinistra ci si aspetta ora che sappia elaborare un efficace e produttivo piano di promozione della lettura, teso al massimo profitto in termini di allargamento del numero dei lettori e di incremento dei libri letti pro capite, incentrato sulla MEM e sulle altre biblioteche civiche. Le biblioteche sono notoriamente le istituzioni culturali del territorio più vicine ai cittadini, pertanto se opportunamente valorizzate e attrezzate possono diventare importanti presidi per promuovere azioni finalizzate ad avvicinare i bambini o a riavvicinare i giovani e gli adulti alla lettura e alla cultura scritta. E contestualmente favorire l’acquisizione di quegli strumenti di base oggi indispensabili per muoversi agevolmente nel vasto mondo dell’informazione e nel mercato del lavoro, sempre più competitivo ed esigente. I festival letterari, individuati in campagna elettorale tra le azioni prioritarie della politica culturale dell’attuale sindaco, per quanto si configurino come manifestazioni di massa, attirano prevalentemente i lettori forti, e pertanto hanno come unico effetto quello di aumentare il numero dei libri venduti. Dal nuovo corso, guidato da un sindaco di sinistra, ci si aspetta anche il potenziamento delle attività di base per la promozione della lettura rivolte a larghe fasce di cittadini in parte o potenzialmente lettori, da utilizzare come leve per combattere le esclusioni sociali. Dopo avremo cittadini più consapevoli. Poi aumenteranno i lettori forti. Ed infine verranno anche i profitti.

L’esempio della classe dirigente. Speriamo solo che a nessun ministro, parlamentare, sottosegretario et similia, venga ora in mente di dire che a leggere sono quelli che “non fanno un cazzo!” (citazione, on. Stracquadanio, 16/06/2011).

Sandra Mereu

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