“Ominis e bestias” di Marcello Furio Pili (2011)

Nelle scorse settimane il dibattito sulla lingua sarda sta registrando qualche grado in più rispetto alla media stagionale, conseguenza di una miccia innescata dall’Università di Sassari. Il rettore Attilio Mastino, infatti, ha sollevato alcune perplessità sui contenuti dell’ultimo piano triennale che fa riferimento alla legge regionale 26 del 1997, respingendo l’idea del sardo come lingua unitaria e la pretesa del piano di voler “emancipare le lingue regionali dalla cultura tradizionale che esse riflettono e agganciarle sic et simpliciter al mondo moderno e ai suoi contenuti”. Per Mastino infatti bisogna considerare che “agli occhi dei parlanti, le lingue locali, che si identificano primariamente con la propria varietà dialettale e non con uno standard calato dall’alto, sono legate strettamente a quella cultura tradizionale che si vorrebbe superare d’un balzo”. E contestualmente uno dei docenti di linguistica e glottologia di quello stesso Ateneo, Giovanni Lupinu, ha accusato il piano triennale 2011-2013 di incoerenza rispetto ai suoi principi fondanti (la promozione e valorizzazione delle lingue minoritarie rispetto all’italiano), focalizzato com’è quasi esclusivamente sul sardo e poco o nulla attento alle lingue delle minoranze interne (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino, il dialetto ligure parlato a Carloforte e Calasetta). Dice infatti Lupinu che “…ultimamente in Sardegna, in sede di politica regionale, si pensa soltanto al sardo…” e mentre si rimprovera all’italiano di avere schiacciato i dialetti, oggi in Sardegna “si sta elevando una neolingua al rango di standard e la si sta mettendo al di sopra di tutte le altre, a dispetto di quella varietà che si dice di voler tutelare…” (da Sardegna Quotidiano, lunedì 4 luglio 2011). Senza volersi addentrare nel terreno minato della questione della lingua sarda, devo dire che trovo serio e corretto l’approccio dei sassaresi perché, come si conviene ad un’istituzione culturale come l’Università, questa rifiuta di farsi influenzare dagli ideologismi identitari di cui è purtroppo infarcita la materia, e chiede che si tenga conto della complessità della questione scientifica. Certamente poco scientifica è la pretesa di volere per il sardo lo status di “lingua” anziché di “dialetto”. Basterebbe studiare un po’ di linguistica storica per capirlo.

Sullo sfondo delle annose e mai sopite polemiche sulla lingua sarda, dunque, in questi giorni sta trovando posto negli scaffali delle biblioteche un libro curato da Marcello Furio Pili, nostro concittadino, risultato di un’accurata ricerca finanziata appunto con i proventi della legge regionale 26 sulla lingua e la cultura sarda. Un lavoro che, nell’ambito della produzione editoriale orientata dalla legge, si colloca a buon titolo nel filone del recupero di quella “cultura tradizionale” di cui parla Attilio Mastino. “Ominis e bestias in su campidanu de iossu”, prende in esame il rapporto tra gli uomini e gli animali nelle società preindustriali del passato, un rapporto molto stretto determinato – come dice l’autore – da un’economia fondata essenzialmente su agricoltura e allevamento in cui la forza degli animali rappresentava l’energia che rendeva possibile ogni trasformazione della natura in funzione della produzione. Prima di ogni altra cosa gli animali erano dunque una risorsa indispensabile per la sopravvivenza e pertanto, come si può leggere nel libro, la loro necessaria presenza nella vita dei sardi ne ha profondamente segnato la cultura e quindi la lingua. Il volume è strutturato in cinque monografie autonome, una per ciascuno dei paesi oggetto di indagine: Nuraminis, Monastir, Ussana, San Sperate e Sestu. Per ogni singola comunità esaminata sono presenti schede articolate in note storiche, tassonomiche (per la trattazione degli animali), toponomastiche, onomastiche e linguistiche, che raccontano sia le specificità che gli elementi comuni ai vari paesi. Questa scelta è al tempo stesso il pregio e il limite dell’organizzazione del volume, che infatti laddove considerato nel suo insieme risente inevitabilmente di ridondanza e ripetitività. Un limite che il curatore avrebbe senz’altro evitato se, come era nelle intenzioni iniziali (tradite per causa di forza maggiore), i risultati della ricerca fossero confluiti in una banca dati fruibile in maniera dinamica, da allegare con CD alla pubblicazione cartacea. Il volume è corredato da un ricco apparato iconografico di foto, realizzate prevalentemente dallo stesso autore e, a riprova della scientificità di questo lavoro, è presente una bibliografia generale e dettagliate bibliografie particolari per ogni sezione curata, senza trascurare la citazione delle altre fonti utilizzate. Questo volume non pretende di essere esaustivo sull’argomento, ma è senz’altro un’utile strumento di base per la conoscenza di uno specifico aspetto del mondo rurale del passato e della sua innegabile influenza sulla lingua. Auguriamo pertanto a Marcello Furio Pili di portare avanti con il giusto supporto delle istituzioni, l’indagine da lui già ben avviata.

Sandra Mereu

“Viaggio letterario nell’isola di Sardegna” (Cuec 2010)

La biblioteca comunale, MARTEDI’ 21 GIUGNO alle ore 18.00, ha presentato una recente pubblicazione della CUEC dal titolo “Viaggio letterario nell’isola di Sardegna”, curata da Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino.

Si tratta di un’originale lavoro che annoda lungo il filo di un viaggio ideale racconti, aneddoti, suggestioni, impressioni, storie di viaggiatori e di grandi scrittori che hanno attraversato la Sardegna nel tempo e nello spazio. Sono 150 testimonianze che ci raccontano la nostra isola, le sue regioni storiche, i tanti paesi, tutti diversi e tutti uguali, con la varietà dei suoi linguaggi resi in prosa o in rima. C’è l’occhio straniero che ci osserva selvaggi e primitivi: siamo i Lestrigoni antropofagi di Omero, “gli uomini e le donne che vanno nudi con un brandello di tela, uno straccio bucato per coprire il sesso” (Honoré de Balzac). C’è un prima e un dopo Lawrence: sulla scorta di Sea and Sardinia gli scrittori scopriranno un altro mondo e un altro modo di intendere il viaggio nell’isola. C’è lo sguardo dei suoi figli che la scoprono provinciale: “Vi faccio osservare che lo stagno di Cabras è denominato mari…” (Michela Murgia), ma che ne sanno anche scorgere i tratti romantici nell’acqua che scorre nella fonte di Galusè a Tonara (Gianluca Floris). C’è la Sardegna dei segreti e dei veleni, quella del poligono militare di Perdas de Fogu, la Quirra di Carlotto e dei Mama Sabot. E poi ci sono i macondi, termine coniato da Marcello Fois con chiaro riferimento al paese teatro delle vicende di Cent’anni di solitudine narrato da Garcia Marquez. I macondi sono quei luoghi immaginari, inventati nella toponomastica ma facilmente individuabili nella realtà, dove gli scrittori sardi hanno ambientato i loro romanzi: Aar, il paese de “La Madre” (Grazia Deledda), Arasolè, il piccolo villaggio che ci parla del mondo di “Quelli dalle labbra bianche” (Francesco Masala), Fraus, il villaggio sconvolto da una modernità da troppi accolta acriticamente (Giulio Angioni), Norbio, il paese d’ombre di Dessì, Piracherfa di Niffoi, Nurajò di Soriga…

L’incontro con gli autori di questo accattivante racconto dei racconti è stata l’occasione per continuare il viaggio e scoprire quel tanto che ancora restava da scoprire.

La locandina viaggio_letterario

Sandra Mereu