“Hombres y dinero” di Pietro Maurandi (Cuec 2010)

Sembra cronaca. “Ma ora c’è un altro problema, che voi mi dovete risolvere. Sono i giudici, di cui non riesco a liberarmi….devo liberarmi di questi giudici, ma come?”  … “direte che le testimonianze sono false, che i giudici hanno lavorato male, oppure…ah si ecco, che i giudici non sono obiettivi perché parenti o partigiani dei protagonisti” … “Annullate il processo e nominate un apposito consiglio per allestirne uno nuovo, con giudici fidati…nuove indagini e nuovi testimoni”. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questi dialoghi non sono tratti dalla cronaca dei nostri giorni, ma si riferiscono a fatti accaduti ben quattro secoli fa, quando a Cagliari, tra le “strade contorte e i vicoli puzzolenti” di Castello, si consumarono due sanguinosi delitti che sconvolsero l’intera Sardegna. La notte del 21 giugno 1668 quattro uomini col viso coperto assalirono e uccisero con fredda ferocia il potente capo del partito dei sardi, don Agustin de Castelvì, marchese di Laconi. Esattamente un mese dopo, con analoghe modalità venne ucciso il vicerè spagnolo, marchese di Camarassa. Una coincidenza? Non certo per i giudici della Reale Udienza, il supremo organo giudiziario del Regno di Sardegna, secondo i quali il movente dei due delitti si annidava in quel grumo di tensioni e passioni politiche che stavano scuotendo l’isola. A quel tempo, infatti, per una strana coincidenza degli astri, ben due dei tre rami del Parlamento si trovarono ad essere capeggiati da sostenitori degli interessi dei sardi. “Do ut des”, pensava sostanzialmente don Agustin: se gli spagnoli vogliono hombres y dinero per combattere la guerra contro Luigi XIV di Francia, dovranno concedere ai sardi il diritto all’autogoverno attraverso l’occupazione esclusiva di tutte le cariche civili, militari e religiose del Regno di Sardegna. La vicenda raccontata in questo libro si colloca, dunque, pienamente nel contesto europeo dove, per tutto il Seicento, tra i parlamenti e le monarchie assolute si consumarono aspre e talvolta sanguinose lotte per l’affermazione delle prerogative. Ma benché le Cortes di Cerdeña assomigliassero ben poco al Parlamento inglese, che si era spinto sino a detronizzare il re e a proclamare la Repubblica, la Corona di Spagna si mostrava sorda alle richieste dei sardi, arroccata com’era nella difesa a oltranza del centralismo di governo.

Il giudice e l’archivista. Il primo processo svoltosi a Cagliari dopo l’omicidio di don Agustin si era dunque chiuso con una sentenza che sosteneva la tesi del delitto a matrice politica e nell’individuare mandanti ed esecutori colpiva in alto. Molto in alto. E la rivolta dei sardi, guidata da un nuovo capo, divampava ovunque. Come si direbbe oggi, il risultato non era politicamente corretto. Meglio scavare nella vita privata e nelle debolezze umane dei protagonisti, dare corpo alle chiacchiere. La macchina del fango ha un brevetto antico. A fare il lavoro sporco vengono inviati a Cagliari due napoletani: il nuovo viceré don Francisco de Tutavila y Rufo, duca di Saint German e il giureconsulto don Juan Herrera. Quest’ultimo nello svolgimento del suo lavoro sarà affiancato dal giovane archivista della Reale Udienza, Pasqual, la cui “qualità più preziosa era la precisione e perfino la passione che sapeva mettere nel lavoro”, tanto da renderlo indispensabile nella ricerca di vecchi documenti da consultare che “non si limitava a trovare, ma  sapeva leggerne e decifrare il contenuto”. Impegnato ad aggiustare i processi il primo, mosso dalla ricerca della verità il secondo, il rapporto tra questi due personaggi finirà per costituire la variabile non prevedibile della storia. Ma il risultato politico atteso sarà comunque raggiunto. E, non meno utile al potere, anche quello di consegnare alla Storia una verità di comodo finalizzata a sminuire la capacità di ribellione e di dissenso dei sardi contro i soprusi e le ingiustizie dell’autorità costituita. Da sempre cancellare o manipolare la memoria di un popolo è uno dei degli strumenti più utilizzati dai governi autoritari per sottometterlo.

La storia si anima. Hombres y dinero è il primo romanzo di Pietro Maurandi e invero la scrittura, a tratti, sembra risentire un po’ dei suoi trascorsi da saggista. Ma nel complesso la narrazione ha un ritmo vivace. Si apprezza la capacità dell’autore di dare vita e spessore ai personaggi storici del racconto, alcuni dei quali erano noti solo come nomi tramandati dai documenti d’archivio. E il tentativo di ricostruirne la psicologia attraverso l’analisi dei fatti storici da essi compiuti può dirsi riuscito. Anche la rappresentazione della Cagliari del Seicento, dei luoghi e della vita che pullulava nel Castello e nelle sue appendici, non è priva di suggestione. Ne emerge il quadro di una Sardegna spagnola tutt’altro che immobile, sia politicamente che economicamente. Antonio, il giovane ed energico bastaxiu di Estampache, è la personificazione del dinamismo di una società che laddove sfugge ai vincoli delle medievali forme di organizzazione del lavoro, rappresentate dal feudalesimo e dai gremi, dimostra laboriosità e capacità imprenditoriali, comunemente associate al Settecento sabaudo.

Riusciremo mai? Quando si legge un romanzo storico è difficile sfuggire alla tentazione di domandarsi quale sia il nesso con la realtà contemporanea. La mancanza oggi di rappresentanti decisi e determinati come don Agustin a trattare col governo centrale da pari e non da vassalli? O il riemergere, trecento anni dopo la rivoluzione francese e la scomparsa delle monarchie assolute, di meccanismi di prevaricazione di un potere dello Stato su un altro? Ciascun lettore probabilmente coglierà dal confronto tra le due epoche, in positivo o in negativo, aspetti diversi. Ma se accostiamo gli avvenimenti raccontati in questo libro con analoghe vicende di ribellione dei sardi contro gli abusi del potere, si può notare una costante. Alla passione, tenacia e coraggio con cui tante volte nella Storia i sardi hanno condotto le loro rivendicazioni politiche non corrisponde mai una conclusione concreta e positiva delle loro aspirazioni. Un secolo dopo, al tempo del governo sabaudo, i sardi si ribelleranno ancora, dapprima contro il governo e poi, guidati da Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza, contro la tirannia dei feudatari. Ancora una volta l’eroe uscirà sconfitto e la realizzazione di concreti risultati sarà rimandata ai secoli a venire.

Sandra Mereu

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