“Chiedo scusa” di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (Einaudi 2010)

Storia di un dono. Chiedo Scusa, il nuovo libro che Francesco Abate ha scritto insieme a Saverio Mastrofanco (pseudonimo del noto attore di cinema e teatro Valerio Mastrandrea) è innanzitutto la storia di un dono. “E’ stato a quel punto che il telefono ha squillato per la prima volta…: Buona sera. Sono Vincenza, la caposala del Centro trapianti, abbiamo qui un dono per lei”. E’ il punto cruciale del romanzo, quello in cui Valter, il protagonista della storia, malato di epatite virale, viene messo di fronte alla realtà di una scelta compiuta più per dispetto al padre – il quale anni prima, affetto dal suo stesso male l’aveva invece rifiutata, abbandonandolo – che per reale convinzione. Quello che Valter sta per ricevere è il dono per eccellenza. Tutti gli altri, come quelli che ci si scambia nei giorni di Natale, spogliati dell’alone romantico rivelano al fondo una funzione pratica. Lo scopo può essere quello di preservare la coesione sociale, così come rivelato dalle abitudini delle comunità primitive che abitavano, ancora alla fine del Settecento, le isole al largo della Nuova Guinea, oppure quello di rafforzare o creare legami, nelle relazioni personali delle società attuali. In entrambi i casi il dono presuppone sempre reciprocità: si dà, si riceve, si rende. Ma nelle società arcaiche così come nei rapporti interpersonali delle società evolute, a questa pratica non corrisponde necessariamente apertura, disponibilità verso gli altri. Si giravano e mangiavano da soli gli indigeni della Nuova Guinea dopo aver consegnato il loro carico di collane fatte di conchiglie ai membri delle comunità vicine. Si girano e talvolta continuano a detestarsi, familiari e colleghi, dopo essersi scambiati i doni di Natale. Chi decide di donare i propri organi, invece, compie un gesto di estrema generosità. Dona senza aspettarsi nulla in cambio. Si apre oltre i confini dell’angusta cerchia di amici e familiari. Si apre all’Umanità intera chi permette ad altri di vivere donando i propri organi, consapevole che ciò accadrà quando, senza averlo scelto, sarà costretto ad abbandonare la vita. Come quella giovane donna, madre di due bambine e moglie adorata che, morta tragicamente di incidente stradale con in tasca un tesserino dell’AIDO, dona a Valter nuova speranza di vita. C’è un prima, un durante e un dopo nella storia, molto autobiografica, raccontata da Francesco Abate, alias Valter. Prima di quella telefonata, Valter vive una vita precaria, soprattutto sotto l’aspetto sentimentale: il timore di far soffrire chi gli sta intorno gli impedisce di legare a sé la donna che lo ama e lo segue premurosamente da vent’anni. Ostenta un atteggiamento beffardo e distaccato, proprio di chi si sente tradito dalla vita che non ha mantenuto le promesse di un rito iniziatico compiuto nel fondo del mare, a cui da generazioni la sua famiglia affidava la sentenza di sana e robusta costituzione. Durante c’è l’abisso della sofferenza fisica: un’operazione senza anestesia lo riporta in fondo a quel mare dove incontra i suoi fantasmi, che prima lo incoraggiano e poi lo liberano dal bozzolo, prigione della sua esistenza. Dopo, la rinascita, nello spirito prima ancora che nel fisico.

Storia di un sistema. In questo libro Francesco Abate racconta una vicenda umana, la sua e del suo alter ego Valter, sostanzialmente drammatica ma lo fa con grande leggerezza. Anche quando descrive i momenti più terribili della sofferenza, non  indulge mai in dettagli cruenti. E non di rado, in questo libro si ride e ci si diverte. Complice la presenza di alcuni personaggi memorabili con il loro linguaggio “perfetto nei concetti, meno nella sintassi e nella pronuncia”: la Cagliè di Sergio Atzeni, quell’idioma cagliaritano dove il dialetto vive nella contaminazione della lingua ufficiale, in un gioco di parole deliranti e spesso incomprensibile per chi non sia del luogo. Ne è perfetto interprete Piludu, compagno di sorte di Valter e di periodiche visite in ospedale, nel suo estremo tentativo di dare una spiegazione del male che lo affligge: “La nostra, oh Valter, malattia pudescia è”. Per Piludu c’è sempre un peccato, una colpa, dietro ogni morte per epatite: così è per Pirosu “che la malattia se l’è beccato perchè era un sazzagone. Sempre a mangiare cozze crude, bocconi, ricci, canolicchi. E alla fine, tò! L’epatite B se l’ha inculato”, così è per la signora Lorella “che col vermuttino ci zaccava pesante”. Un linguaggio vivo e guizzante che rivela al fondo la vitalità di un personaggio dei quartieri popolari, umile ma nient’affatto rassegnato a lasciarsi vincere dalla malattia, perchè “l’importante non è come ci siamo malati. Importante è guarire”. La storia di Francesco, di Valter, di Piludu, come rimarcato dallo stesso autore, è anche la storia del nostro sistema sociale. “Tutte davanti a me. Ogni sera. Nelle loro belle scatole. … Sono prodotti di lusso. Medicine. Capsule e pastiglie. Il micofenolato sodico, quattro volte al dì, 205 euro… Costiamo un patrimonio al Servizio sanitario nazionale. Senza le pillole che ogni sera ho tagliato e impilato nella scatoletta porta pastiglie, ogni orario uno scomparto, si muore. E’ la chimica, e lo Stato che ce la paga, a tenerci vivi. Solo il trapianto è costato 105.000 euro…”. In America (fintanto che Obama non riuscirà a sovvertire il sistema attuale), un semplice giornalista come Francesco/Valter dipendente di una testata di provincia, con quella stessa malattia, sarebbe morto. Nel nostro sistema basato su principi di solidarietà sociale, con le tasse (o almeno con una parte di esse) tutti finanziamo un sistema sanitario che permette anche ai cittadini privi di risorse economiche di ricevere cure sanitarie gratuite. Un sistema che dobbiamo difendere, evitando che chi più ha si giri e continui a mangiare da solo.

Sandra Mereu

“L’ultima lettera di Benito” di Pasquale Chessa e Barbara Raggi (Mondadori 2010)

Toccare la Storia con mano. Solo chi frequenta o ha frequentato gli archivi può capire sino in fondo quali sensazioni si provano ad avere tra le mani un documento cartaceo originale, una pergamena antica, un registro ingiallito dal tempo. Entrare in contatto con la materialità di un documento storico non ha davvero niente a che vedere con la sua lettura attraverso lo schermo di un computer. E naturalmente solo chi ha riordinato un archivio storico può apprezzare la fatica, la passione e il rigore metodologico che si scorgono dietro la ricostruzione dell’epistolario tra Clara Petacci (non Claretta) e Benito Mussolini, curata da Pasquale Chessa e Barbara Raggi. Le carte pubblicate giacevano sin dagli anni ’50 nell’Archivio centrale dello Stato ma per sessant’anni sono state sottratte ingiustificatamente alla consultazione degli storici, compreso Renzo De Felice  (autore di una fondamentale opera su Mussolini e il fascismo, totalmente basata sui documenti d’archivio). Che la classificazione di riservatezza apposta alle carte della Petacci fosse ingiustificata è provato sia dalle valutazioni dell’archivista di Stato che le acquisì e le catalogò, rilevandone la straordinaria importanza storica e il loro “interesse pubblico”, sia dalla sentenza emessa dalla Cassazione nel 1956, a conclusione di una controversa vicenda giudiziaria tra lo Stato e la famiglia Petacci (che ne rivendicava la proprietà, per motivi non solo di carattere sentimentale). Più di recente, nel 2005, le tesi di fondo sostenute in questi atti sono state ribadite ed esplicitate dall’Avvocatura dello Stato, facendo cadere definitivamente ogni ostacolo alla loro consultazione per fini storici: la rilevanza storica rende “permanentemente attuale” l’interesse nei confronti dei personaggi e giustifica lo studio della loro vita, anche privata. La lettura di queste lettere conferma quanto annunciato e infatti nonostante l’evidente complicità che si scorge nei toni usati tra i due celebri amanti, dal carteggio emerge nitidamente la vicenda politica dell’Italia in uno dei momenti più drammatici della sua storia recente, il biennio 1943-1945, filtrato attraverso il punto di vista del suo massimo protagonista/responsabile e della donna con cui ha condiviso sino alla fine sentimenti e passioni. Politiche, in primo luogo.

Clara, non Claretta. Incrociando i dati contenutistici e cronologici delle carte del fondo Petacci i due studiosi hanno enucleato e ricostruito nella loro successione temporale il carteggio tra “Ben” e “Clara”. Perché così si chiamava e così lui la chiamava. “Claretta”, il nome con cui è passata alla storia era solo un diminutivo con valenza dispregiativa che le era stato appioppato dai nemici interni (moglie e famiglia del duce in primo luogo), e che tramite gli eredi politici del fascismo si è perpetuato anche in età repubblicana. Il primo merito di queste carte è pertanto quello di restituire dignità a una donna a cui finora era stato negato anche il diritto a un cognome, e di permettere una più realistica e complessa ricostruzione della sua personalità che è ben lontana dall’immagine distorta di eroina tutta cuore e niente cervello, giunta sino a noi. Amante, amica e nondimeno ascoltata consigliera politica dell’uomo più potente d’Italia, questo era in realtà Clara Petacci. Una donna che amava in Mussolini, insieme all’uomo, l’incarnazione al livello più alto dell’ideologia fascista. Un’ideologia che Mussolini aveva inventato e propagandato e che lei aveva succhiato col latte, tanto da far dire a Pasquale Chessa che la relazione tra i due, dal punto di vista spirituale è quasi un incesto.

Gli ultimi inediti del fascismo. Sono gli ultimi inediti del fascismo quelli raccolti in questo libro, un contributo alla ricerca storica serio e rigoroso nel metodo. Sembra quasi banale sottolineare il valore di questa operazione di ricostruzione storica, che per gli addetti ai lavori è quasi scontato, ma in tempi in cui Marcello dell’Utri spaccia al grande pubblico come fossero veri i falsi diari di Mussolini (che siano falsi è stato abbondantemente dimostrato!), sembra quanto mai urgente ristabilire un minimo di fondamentali. Anche perché, se si accetta di mettere sullo stesso piano lavori come quello di Chessa con i “Diari di Mussolini”, il passaggio successivo non può che essere quello di accreditare la perversa idea per cui i drastici tagli dei finanziamenti pubblici alla ricerca storica possano essere compensati dall’attività hobbistica di miliardari annoiati. Insomma, a ognuno il suo mestiere: agli storici la ricerca, a Marcello dell’Utri…ma che mestiere fa? Dalla lettura dell’ultima lettera inviata a Clara (18 aprile 1945) traspaiono chiaramente le reali intenzioni del duce, tutt’altro che intenzionato a rimanere al fianco dei suoi uomini nella ricostruzione di un nuovo stato improntato allo spirito originario del fascismo, a partire dalla Repubblica di Salò. Aveva le valigie pronte Benito e non fosse stato per il rifiuto dell’amico Franco avrebbe riparato preferibilmente in Spagna. Ma fino alla fine non trascurò nessun’altra delle tante ipotesi di fuga messe a punto dai suoi fedelissimi. Perché fuggire per il dittatore, che pure si sente circondato da traditori, non è tradire ma possibilità di rincominciare. La doppia morale dei potenti!

Non tutto è paragonabile. Leggendo questo libro è davvero difficile non farsi tentare dalla suggestione delle analogie – a dire il vero abilmente inoculate dagli stessi autori del libro – tra quell’epoca storica ormai lontana e quella che stiamo vivendo. Ma occorre fare uno sforzo di obiettività ed evitare, per dirla con Saviano, di cadere nell’errore di paragonare la situazione italiana con i totalitarismi del passato. Certamente una cosa non sembra trovare riscontro nella nostra epoca: l’immagine di un potente capo di stato circondato da amore e ammirazione sinceri da parte di una donna.

Sandra Mereu