Stretta mortale agli enti locali

Mentre in America il presidente Obama sostiene con coraggio il modello di una società solidale dove i più ricchi sono chiamati a contribuire in misura superiore al ceto medio e ai poveri, qui da noi, finanziaria dopo finanziaria, si sta scientificamente procedendo allo smantellamento del vecchio Stato sociale di matrice europea e, di contro, si stanno attuando inique e ingiuste misure di risanamento che colpiscono duramente gli strati sociali più deboli, possibilmente quelli a reddito fisso e certificato. E, aggiungendo danno al danno, gli enti locali chiamati ad erogare servizi essenziali per i cittadini vedono drasticamente ridursi il loro margine d’azione e di fatto la tanto decantata autonomia che si vorrebbe, a parole, esaltare. La drammatica situazione economica e finanziaria in cui versano gli Enti Locali, tra Patto di stabilità e ricadute dell’ultima manovra economica e finanziaria del governo sul bilancio dei comuni che interesserà il prossimo triennio, è stata portata ieri all’attenzione del Consiglio comunale dai consiglieri che fanno capo al gruppo “PER L’UNITA’ DELLA SINISTRA” (Elio Farris, Natalino Loi, Abrahamo Cara). Di seguito si riporta il contenuto della mozione che sarà oggetto di discussione nelle prossime sedute del Consiglio.

La premessa. Le norme che impongono il rispetto del Patto di stabilità stanno provocando l’accumulo nelle casse di Province e Comuni di risorse calcolabili in centinaia di milioni di euro, destinate prevalentemente agli investimenti, più specificatamente stanno mortificando la possibilità di realizzare le opere pubbliche programmate e di rilanciare l’economia regionale. A ciò si aggiunga il fatto che le ultime misure per il risanamento dei conti dello Stato,
adottate dal governo nazionale, prevedono tagli nei trasferimenti agli enti locali che costeranno ai Comuni sardi circa 370 milioni di euro il prossimo anno ed il doppio nel 2013. Dalle prime stime risulta che al comune di Sestu verranno a mancare ulteriori 250.000 euro nel 2012 e 500.000 nel 2013. Gli effetti del mancato sviluppo dell’economia e dell’aumento delle risorse finanziarie non spendibili, solo in piccolissima parte potranno essere compensati dall’aumento della spesa corrente. Tutto ciò si tradurrà inevitabilmente in un aggravio del già pesante carico di tassazione imposto ai cittadini, renderà drammatico il ricorso ad ulteriori imposizioni e comporterà il ridimensionamento dei servizi, in particolare quelli a sostegno delle fasce di cittadini più deboli. Sullo sfondo la grave situazione in cui versa l’economia della Sardegna, plasticamente rappresentata dal ripetersi di manifestazioni di protesta dei diversi comparti economici (ultima in ordine di tempo quella di ieri, promossa dai pastori), e lo stato di estrema difficoltà in cui si dibatte il sistema degli enti locali a causa del mancato riconoscimento e trasferimento delle risorse dovute dallo Stato alla Regione Sardegna, in virtù dell’art 8 della legge Statutaria. Tutto ciò determina una situazione paradossale per cui da un lato l’iniquità dei sacrifici imposti ai cittadini dalle ultime norme finanziarie impegneranno in misura crescente gli enti locali – e in modo particolare i comuni che rappresentano le istituzioni più vicine ai cittadini – in necessarie azioni di contrasto alle nuove forme di povertà e al disaggio sociale; dall’altro la politica finanziaria del governo rischierà di portare all’immobilismo i Comuni e le Province, frustrando la capacità di azione delle rappresentanze democraticamente elette dai cittadini e di conseguenza le aspettative di crescita e di sviluppo delle comunità in generale e dei territori più poveri e sacrificati in particolare.

La richiesta. A fronte di tutto ciò, la manovra recentemente approvata prevede espressamente che le Regioni possano compensare il mancato rispetto del patto di stabilità dei Comuni per le spese di investimento e la Regione Sarda si era impegnata con le rappresentanze degli Enti Locali a ricontrattare con lo Stato l’anomalia del doppio conteggio nel patto di stabilità della Regione e dei Comuni sui trasferimenti di cui al fondo unico della L.R. 2/2006. Inoltre, considerando che non ci possa essere sostanziale autonomia e specificità della Regione Sardegna senza il riconoscimento delle dovute entrate da parte del governo nazionale, sancite da leggi costituzionali e dall’autonomia fiscale, il gruppo PER L’UNITA’ DELLA SINISTRA rivolge una serie di istanze a diversi soggetti pubblici territoriali per promuovere azioni efficaci ad affrontare la grave situazione del momento. La richiesta più impegnativa è rivolta alla Regione Sardegna a cui si chiedono interventi urgenti e straordinari, primo fra tutti l’adozione di un patto di stabilità interno a dimensione regionale che permetta al sistema delle autonome locali di spendere le risorse già disponibili per gli investimenti. Nondimeno si chiede la risoluzione della vertenza sulle entrate con il Governo, utile a garantire nuove risorse per sostenere lo sviluppo e la crescita dell’economia regionale e, non meno importante, un piano straordinario per rilanciare le opere pubbliche, a partire dalla viabilità e dalla messa in sicurezza di tutte le strutture scolastiche e sportive. Il tutto, chiedono i rappresentanti dei gruppi di sinistra, dovrà avvenire in un contesto di coinvolgimento e partecipazione attiva dei rappresentanti delle autonomie locali e delle parti sociali, in cui il comune di Sestu è chiamato a svolgere un’importante ruolo di sensibilizzazione e stimolo.

Sandra Mereu

“La manomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio (Rizzoli 2010)

Un grave delitto. A partire dall’originale trovata di costruire un libro intorno a un titolo inesistente, citato in un precedente romanzo (Ragionevoli dubbi, 2006) dello stesso autore, il recente saggio di Gianrico Carofiglio cattura proprio come la trama dei suoi noti gialli. Attingendo a un ampio repertorio di fonti letterarie, l’autore ci guida alla riscoperta del significato delle parole la cui alterazione è all’origine di un grave delitto: l’avvelenamento della democrazia. Da Zagrebelski ci fa dire che la democrazia si fonda sulla discussione, sul ragionamento comune e sulla circolazione delle opinioni, di cui le parole sono lo strumento privilegiato. Quando un regime muta verso forme autoritarie si assiste all’impoverimento della lingua e parallelamente alla distorsione e manipolazione della realtà. Se ne lamentava già Tucidide nel V secolo a.C. raccontando la guerra civile di Corcira (Corfù): “Cambiarono a piacimento il significato delle parole in rapporto ai fatti…, l’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà…il prudente indugio viltà…chi avesse avuto fortuna in un intrigo era intelligente…ma provvedere in anticipo ad evitare tali maneggi significava apparire disgregatore della propria eteria, e terrorizzato dagli avversari”. E non diversamente quattro secoli dopo Catone a Roma: “Davvero abbiamo smarrito da tempo il vero significato delle parole. Profondere i beni altrui viene detto liberalità, la spregiudicatezza nelle male azioni è sinonimo di forza d’animo; per questo lo Stato è caduto tanto in basso!”. In tempi più recenti l’operazione compiuta sulla lingua del Terzo Reich, studiata da uno scrittore di origini ebraiche vissuto all’epoca, Victor Klemperer, è un esempio concreto di come i totalitarismi agiscono sulle coscienze degli uomini per assumerne il controllo. Il patrimonio lessicale viene ridotto ai minimi termini, nessuna nuova parola viene prodotta e quelle preesistenti vengono manipolate. I cittadini di conseguenza limitano il controllo e la comprensione della realtà a una porzione angusta e limitata e i regimi autoritari hanno buon gioco a imporre un unico modo di pensare. Quella nazista è una lingua costruita su frasi fatte ripetute in continuazione. Ma, fa notare l’autore, non solo in quella lingua, non solo allora.

Parole usate come armi. A chi può sfuggire, infatti, che anche oggi siamo letteralmente bombardati da slogan volgari e da metafore grossolane? La più triviale: “la Lega ce l’ha duro”. La più banale: “i magistrati comunisti”. La più pericolosa: “la politica del fare”. Le parole vengono svuotate del loro significato e usate in contrapposizioni elementari (amore-odio, vecchio-nuovo, bene-male), che è cosa “da imbroglioni della politica”, buona a far vincere le elezioni. E al top dell’iperbole c’è il “partito dell’amore”: un vero e proprio ossimoro che implica la negazione stessa della democrazia. Un potere costruito su basi emotive significa regredire a logiche primitive (del tipo amico/nemico) da cui la cultura occidentale ha cercato di emanciparsi proprio attraverso la politica, intesa come gestione razionale (che niente a che fare con sentimenti come l’amore) di interessi contrastanti. Nota ancora Carofiglio che il “partito dell’amore” rievoca quello fondato nel 1991 dalla pornostar Ilona Staller. Le cronache degli ultimi tempi ci confermano che il riferimento a quel precedente, nella mente del suo inventore, non era purtroppo casuale. Ma se le parole – nella Germania di Hitler come nell’Italia di Berlusconi – possono ingannare, lo stile del linguaggio usato rivela apertamente la vera natura di chi le proferisce. E sono, allora come oggi, parole usate come armi, scagliate contro gli avversari e contro i cittadini. Una citazione per tutte: “I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Se fai quel mestiere devi essere affetto da turbe psichiche” (10/09/2003). Il libro continua con l’esplorazione di alcune parole chiave del linguaggio comune quali vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta e – non poteva essere altrimenti per uno scrittore magistrato – si conclude con l’analisi delle parole del diritto. Un saggio ricco di stimoli. Quanto mai utile da leggere, in questi giorni.

Sandra Mereu