“La manomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio (Rizzoli 2010)

Un grave delitto. A partire dall’originale trovata di costruire un libro intorno a un titolo inesistente, citato in un precedente romanzo (Ragionevoli dubbi, 2006) dello stesso autore, il recente saggio di Gianrico Carofiglio cattura proprio come la trama dei suoi noti gialli. Attingendo a un ampio repertorio di fonti letterarie, l’autore ci guida alla riscoperta del significato delle parole la cui alterazione è all’origine di un grave delitto: l’avvelenamento della democrazia. Da Zagrebelski ci fa dire che la democrazia si fonda sulla discussione, sul ragionamento comune e sulla circolazione delle opinioni, di cui le parole sono lo strumento privilegiato. Quando un regime muta verso forme autoritarie si assiste all’impoverimento della lingua e parallelamente alla distorsione e manipolazione della realtà. Se ne lamentava già Tucidide nel V secolo a.C. raccontando la guerra civile di Corcira (Corfù): “Cambiarono a piacimento il significato delle parole in rapporto ai fatti…, l’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà…il prudente indugio viltà…chi avesse avuto fortuna in un intrigo era intelligente…ma provvedere in anticipo ad evitare tali maneggi significava apparire disgregatore della propria eteria, e terrorizzato dagli avversari”. E non diversamente quattro secoli dopo Catone a Roma: “Davvero abbiamo smarrito da tempo il vero significato delle parole. Profondere i beni altrui viene detto liberalità, la spregiudicatezza nelle male azioni è sinonimo di forza d’animo; per questo lo Stato è caduto tanto in basso!”. In tempi più recenti l’operazione compiuta sulla lingua del Terzo Reich, studiata da uno scrittore di origini ebraiche vissuto all’epoca, Victor Klemperer, è un esempio concreto di come i totalitarismi agiscono sulle coscienze degli uomini per assumerne il controllo. Il patrimonio lessicale viene ridotto ai minimi termini, nessuna nuova parola viene prodotta e quelle preesistenti vengono manipolate. I cittadini di conseguenza limitano il controllo e la comprensione della realtà a una porzione angusta e limitata e i regimi autoritari hanno buon gioco a imporre un unico modo di pensare. Quella nazista è una lingua costruita su frasi fatte ripetute in continuazione. Ma, fa notare l’autore, non solo in quella lingua, non solo allora.

Parole usate come armi. A chi può sfuggire, infatti, che anche oggi siamo letteralmente bombardati da slogan volgari e da metafore grossolane? La più triviale: “la Lega ce l’ha duro”. La più banale: “i magistrati comunisti”. La più pericolosa: “la politica del fare”. Le parole vengono svuotate del loro significato e usate in contrapposizioni elementari (amore-odio, vecchio-nuovo, bene-male), che è cosa “da imbroglioni della politica”, buona a far vincere le elezioni. E al top dell’iperbole c’è il “partito dell’amore”: un vero e proprio ossimoro che implica la negazione stessa della democrazia. Un potere costruito su basi emotive significa regredire a logiche primitive (del tipo amico/nemico) da cui la cultura occidentale ha cercato di emanciparsi proprio attraverso la politica, intesa come gestione razionale (che niente a che fare con sentimenti come l’amore) di interessi contrastanti. Nota ancora Carofiglio che il “partito dell’amore” rievoca quello fondato nel 1991 dalla pornostar Ilona Staller. Le cronache degli ultimi tempi ci confermano che il riferimento a quel precedente, nella mente del suo inventore, non era purtroppo casuale. Ma se le parole – nella Germania di Hitler come nell’Italia di Berlusconi – possono ingannare, lo stile del linguaggio usato rivela apertamente la vera natura di chi le proferisce. E sono, allora come oggi, parole usate come armi, scagliate contro gli avversari e contro i cittadini. Una citazione per tutte: “I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Se fai quel mestiere devi essere affetto da turbe psichiche” (10/09/2003). Il libro continua con l’esplorazione di alcune parole chiave del linguaggio comune quali vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta e – non poteva essere altrimenti per uno scrittore magistrato – si conclude con l’analisi delle parole del diritto. Un saggio ricco di stimoli. Quanto mai utile da leggere, in questi giorni.

Sandra Mereu

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