La chiesa di San Salvatore: nel cuore del centro storico

Il bello di avere un pomeriggio libero da impegni è la possibilità di affidarsi alla curiosità e ai propri passi. E in una comunità come quella sestese, a passo rilassato si misura agevolmente un tempo spesso lontano ma perfettamente integrato al presente, talmente radicato da passare inosservato perché parte di noi.

In questo modo è facile, arrivando da via Trieste, sorprendersi nel rimanere avvolti dalle calde tonalità di colore di una delle architetture religiose più antiche di Sestu: la chiesa di San Salvatore.

L’edificio: datazione e caratteristiche strutturali
La chiesa risale, secondo una posizione condivisa dagli studiosi, a un periodo compreso tra il 1100 e il 1125 d.C. Un’importante conferma del legame tra Sestu, la chiesa di San Salvatore e l’architettura riferibile all’attività dei monaci benedettini di San Vittore di Marsiglia, ci deriva anche da un documento del  1138, un inventario dei loro beni in Sardegna, dal quale si apprende che i monaci avevano delle proprietà nella villa di Sestu, ma si completa dall’osservazione delle caratteristiche strutturali ben riconoscibili.
Si tratta di un’architettura di piccole dimensioni, rimasta a lungo sottovalutata dagli studiosi, che tuttavia racchiude come un piccolo scrigno una moltitudine di particolari preziosi per comprendere la storia dell’architettura del sud della Sardegna, particolari che si ritrovano anche in edifici sacri più noti.
L’intera struttura si presenta piuttosto semplice all’esterno, con elementi formali nel portale d’ingresso e nell’apertura del piccolo campanile che rivelano lavori successivi al momento della costruzione, presumibilmente realizzati a circa un secolo di distanza. Si tratta nello specifico della caratteristica forma ad arco acuto, che si differenzia dagli archi a tutto sesto dei piccoli portali situati ai lati di quello principale e attualmente tamponati.
A caratterizzare l’ingresso principale, privo dell’originario architrave che poggiava sui capitelli decorati, sono gli stipiti, realizzati entrambi  in un unico blocco di marmo ben più antico. Era prassi comune e consolidata ricercare tra le rovine di costruzioni antiche materiali già lavorati per la realizzazione di nuove opere. E si optava per questa scelta principalmente per due ragioni.  Immaginando di tornare indietro nel tempo, a quel tempo, chi decideva di aprire un cantiere edile, si premuniva di rispondere possibilmente a criteri di economicità: avere a disposizione materiali già lavorati consentiva di risparmiare tempo e risorse che sarebbero invece confluite in tutte le operazioni di cava dei materiali, del loro trasporto e della loro lavorazione. Sembra questo il caso del San Salvatore. In altri casi si utilizzavano manufatti recanti decorazioni significative che conferivano preziosità alla nuova costruzione, e questo tipo di riuso, detto “antiquario”, tendeva a rivestire le opere del proprio ingegno del valore estetico e rappresentativo  di quelle prodotte in un passato al quale si riconosceva, evidentemente, un valore particolare da prendere come punto di riferimento.
Alcuni materiali di riuso si trovano anche all’interno della chiesa, come, ad esempio, la base di un’antica colonna romana, utilizzata in questo contesto come capitello del primo pilastro a destra dell’ingresso.
Entrando dal portale principale si percorre lo spazio suddiviso in senso longitudinale in tre parti, le navate, quella centrale larga grosso modo il doppio di quelle laterali.
Lo spazio così concepito, si realizzava per essere percorso verso la parete di fondo, segnata, nel punto più sacro (perché destinato all’ufficio del culto) dalla presenza dell’abside, dalla forma semicircolare, la cui muratura è ben visibile anche dall’esterno. Volte in pietra dalla forma “a botte” costituiscono le coperture, segnate e sorrette all’interno da arcate dai profili sporgenti e netti.

La decorazione: motivi geometrici e l’orma del pellegrino
Come si diceva in precedenza, la scelta dei costruttori ha privilegiato evidentemente gli aspetti strutturali, lesinando sulle decorazioni, che pure costituivano un importante mezzo di comunicazione dei messaggi evangelici e biblici in genere. In un momento storico in cui la cultura era appannaggio di pochissimi, le immagini dipinte o scolpite si offrivano ai fedeli come l’illustrazione degli episodi narrati da chi officiava le funzioni religiose.
Tuttavia, lasciandosi guidare dalla tenacia, da un paio di buoni occhi e un po’ di pazienza, si possono osservare ancora alcune particolarità decorative. Partiamo dalla facciata, poniamoci di fronte al portale principale e avviciniamoci agli stipiti. Percorrendoli con lo sguardo dal basso verso l’alto, notiamo che culminano con due piccoli capitelli decorati. Sono ancora visibili, sebbene la superficie della pietra sia in parte consunta dal tempo e dagli agenti atmosferici, alcune foglie dai profili aguzzi e le sagome di alcuni volti umani, in apparenza barbuti. La soglia dello stesso portale riporta una croce greca inserita in un campo decorativo circolare.
Sempre in facciata, disposti in cinque file, ritroviamo motivi geometrici recentemente catalogati e studiati da Alessandro Ruggieri.
Si ripete in prevalenza un motivo “a scacchiera”, una sorta di reticolo dato dall’intersezione di rette verticali e orizzontali, ma in altri casi l’uso del compasso ha reso possibile realizzare dei fiori stilizzati. La particolare importanza di questa decorazione risiede nell’essere l’unico caso per l’architettura sarda dello stesso periodo di costruzione del San Salvatore e questa unicità costituisce al contempo un ostacolo alla sua comprensione completa.
Un altro elemento significativo è la presenza di un’orma incisa. In ambito sardo queste orme sono presenti in chiese dislocate prevalentemente lungo l’asse stradale che conduceva dall’antica Cagliari a Porto Torres, grosso modo l’attuale SS 131. Esse costituiscono il segno visibile, ottenuto ad incisione e realizzato in forme e dimensioni variabili, del passaggio del pellegrino recatosi  presso un santuario venerato per sciogliere un voto, chiedere una grazia o espiare una colpa. Uno studio ampio e interessante sul tema, comprendente anche la catalogazione dell’orma di Sestu, è stato realizzato da Ignazio Grecu.
La difficoltà insita in questo tipo di simboli è che le motivazioni stesse per cui venivano incisi non consentono di chiarire con certezza l’epoca della loro realizzazione, che potrebbe essere avvenuta, anche nel caso di Sestu, in un momento anche molto lontano rispetto a quello della costruzione dell’edificio di culto.

Anna Pistuddi

Per approfondire:

R. Coroneo, R. Serra, Sardegna preromanica e romanica,  scheda “San Salvatore di Sestu”, Milano, 2004;
A. Ruggieri, “Sistemi di tracciamento nei decori geometrici della facciata del San Salvatore di Sestu”, in Ricerca e confronti 2006: giornate di studio di archeologia e storia dell’arte, Cagliari, 2007, pp. 439-452;
I. Grecu, “Le orme dei pellegrini nelle chiese della Sardegna medievale” in Culti, santuari, pellegrinaggi in Sardegna e nella penisola iberica tra Medioevo ed età contemporanea, a cura di M.G. Meloni, e O. Schena, Genova, 2006, pp. 149-189.

Una risposta

  1. Articolo interessante, approfondito e puntuale, che induce chi ancora non lo avesse fatto a visitare questa bella chiesa!
    Cristina Pittau

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