Gramsci ad uso e consumo

Non poteva passare inosservata l’effige di Gramsci che campeggia a fare da sfondo al simbolo del PD in un’inedita rielaborazione curata dal circolo di Sestu per il volantino pubblicitario della Festa dell’Unità Democratica, recentemente celebrata. Un’immagine che gli organizzatori di questa manifestazione non si sono fatti scrupolo ad associare a discutibili “attrattive” che hanno ben poco a che vedere col pensiero del fondatore dello storico Partito Comunista Italiano. Cosa c’entra infatti Antonio Gramsci con le sfilate di moda (per giunta di bambini), riconosciute universalmente come simboli del consumismo nelle moderne società capitalistiche? Tale scelta non sembra però un incidente di percorso. Già in passato, a sostegno del doposcuola organizzato dallo stesso circolo locale, qualcuno aveva avuto l’ardire di invocare Gramsci. E quasi pretendendo di essere il depositario dell’interpretazione autentica del pensiero di questo grande intellettuale, ancora oggi tra i più studiati al mondo, ha preteso di chiudere perentoriamente il dibattito sulla questione facendosi arbitrariamente scudo delle sue teorie. Peccato però che per altri l’idea di Scuola e di studio in Gramsci vada in tutt’altra direzione. Tra questi c’è Pier Giorgio Serra, socio dell’Associazione Casa Natale Gramsci di Ales che da anni si occupa di studiare e divulgare il pensiero dell’illustre concittadino, nonché autore di un recente saggio intitolato “La scuola come strumento di emancipazione dei subalterni in Antonio Gramsci, Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira” (in Il soldino dell’anima, Cuec 2011).

Consultato al riguardo, Pier Giorgio Serra sostiene che “per Gramsci lo studio è una cosa molto faticosa e seria che richiede impegno e applicazione da parte di tutti: Stato, docente e discente. Ma soprattutto è un compito che spetta allo Stato e non ai volontari e improvvisati militanti di un partito politico che convinti di fare del bene ai loro scolari spesso non fanno altro che creare dislivelli di cultura tra questi e i loro coetanei più fortunati i quali possono permettersi ben altre fonti del sapere”. E certo – ribadisco io – non può essere un partito politico di centro-sinistra a far passare, con queste pratiche, l’idea che alle carenze dello Stato si possa compensare con attività di tipo caritatevole. Se il circolo del PD di Sestu avesse voluto fare cosa utile e consona ai suoi compiti avrebbe potuto gramscianamente attivarsi, tramite i suoi rappresentanti in consiglio comunale, affinché i genitori dei bambini scegliessero il tempo pieno alla Scuola primaria e il tempo prolungato alla Scuola secondaria (quelli che l’hanno fatto sono stati tutti accolti). E difendere tali scelte in contrapposizione a un Ministero e uno Stato che taglia tali servizi. “Si può aggiungere – continua Pier Giorgio Serra – che nelle molte pagine da Gramsci dedicate al Partito (Il moderno Principe) non c’è traccia di tale funzione”. E di seguito suggerisce la lettura di alcune delle pagine più significative che Gramsci dedica al tema della Scuola, prime fra tutte quelle dei “Quaderni” nell’edizione Gerrattana e precisamente il q. 12, pp. 1140-1151. Sulla serietà dello studio e del rapporto che ci deve essere tra lo studente e le capacità del docente è invece emblematica la lettera che scrisse alla sorella Teresina il 26 marzo 1927. Nel merito Pier Giorgio Serra fa osservare come “Nonostante il discorso verta qui sull’opportunità che i bambini parlino il sardo, è evidente come Gramsci non si fidi dei docenti improvvisati”.

Alla luce di questi approfondimenti si rafforza in me la convinzione dell’inopportunità che un partito di centro-sinistra promuova iniziative come quella del doposcuola. Se però qualcuno trova naturale che per un partito politico, così come per un qualsiasi mercante, tutto sia lecito pur di riempire il negozio e vendere il proprio prodotto, abbia almeno la decenza di non farlo all’insegna di Antonio Gramsci.

Sandra Mereu

I precedenti:

CHE MALE C’E_05-05-2011_rosarossa_online

Il Libro “Il soldino dell’Anima” (Cuec 2011)

Presentazione libro _IL SOLDINO DELL’ANIMA

  1. Viviamo in un contesto in cui “il pressapochismo, il citazionismo, il nozionismo stupido imperano di fronte a chi chiede maggiore profondità e analisi”, dice Giulio Cherchi in uno dei commenti che precedono.
    Chi volesse approfondire la conoscenza del pensiero di Gramsci e dei temi trattati nel libro citato nell’articolo, “IL SOLDINO DELL’ANIMA : Antonio Pigliaru interroga Antonio Gramsci (CUEC 2011), ha l’occasione, il prossimo venerdì 30 settembre, di assistere alla presentazione del volume, moderata da Pier Giorgio Serra.
    La locandina dell’invito è allegata in coda all’articolo.

  2. Grazie per il chiarimento. Aspettavo da tempo una risposta in merito, visto che mi erano state poste delle domande da una mamma in difficoltà e suppongo disinformata. Tuttavia, visto che l’anno scolastico è già riniziato, mi domando se sia possibile fare la domanda per il tempo pieno alla scuola primaria anche in ritardo.

    • Non saprei dire se le considerazioni riguardo al pensiero di Gramsci sulla Scuola fatte da Pier Giorgio Serra e da Giulio Cherchi possano servire a risolvere situazioni contingenti. Per questo magari è meglio rivolgersi al Comune, in particolare all’assessore Crisponi che per prima ha fornito le informazioni su tempo pieno e tempo prolungato nelle scuole di Sestu, o direttamente alle scuole di riferimento. Di sicuro aiutano a capire che è meglio non scomodare “i grandi” quando non si conoscono veramente. E aiutano anche a capire che per sfuggire ai tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica, alle distorsioni della verità (anche storica), alle strumentalizzazioni di ogni genere, la Cultura è ancora un utile arma di difesa.

      • L’evocazione anaforica della parola “domanda” nel mio precedente post assume una valenza significativa rispetto ai caratteri fondamentali della conoscenza. La Cultura è certamente importante per dotare le persone di solidi strumenti attraverso i quali affrontare la vita, pertanto oltreché teorica deve essere anche pratica: penso che Antonio Gramsci sarebbe d’accordo con me. Mi rendo conto che non sia certamente questa la sede più consona per risolvere problemi contingenti, ma dal momento che si è affrontato l’argomento in diversi blog, e si è puntualizzato in questa sede (nello specifico nell’articolo d’apertura) che le richieste sono state tutte accolte, ho cercato di avere qualche elemento in più che non possedevo. Ad ogni buon conto, ho scoperto che il problema in realtà sorge per le scuole primarie di Sestu non dotate di servizio mensa e che quindi non forniscono il tempo pieno. Tuttavia, la persona con cui sono in contatto ha risolto la faccenda in modo diverso, economico (per quanto è possibile) e neutro rispetto ai partiti politici, dal momento che non ha ritenuto opportuno spostare la figlia in un’altra scuola.

  3. Complimenti per l’articolo, che sfugge alla banalizzazione e utilizzazione truffaldina del pensiero di Gramsci. Purtroppo è una fase della cultura italiana, in cui il pressapochismo, il citazionismo, il nozionismo stupido imperano di fronte a chi chiede maggiore profondità e analisi. Un tipo di approccio culturale che già Gramsci criticava muovendo accuse al positivismo di inizio novecento, anche all’interno del suo stesso partito (prima il psi poi il pcdi di Bordiga). Sottolineo poi che, diversamente dalla vulgata contemporanea, che ha le sue radici nelle interpretazioni parasociologiche nate nel ’68 da esponenti della sinistra extraparlamentare e poi purtroppo riprese da tanta sinistra istituzionale per le riforme che si sono succedute negli anni ’90, per il pensatore di Ales la scuola italiana era da combattere per la sua natura “classista” che non permetteva l’accesso e il sostegno economico agli studi dei ragazzi delle classi popolari, ma non per il livello qualitativo che ai pochi che potevano concedersela era capace di dare. Anzi per Gramsci la scuola era sinonimo di fatica, di raddrizzamento degli istinti primitivi del bambino. I passaggi del suo pensiero da riportare integralmente sarebbero tanti, mi manca il tempo, ma chi conosce Gramsci li avrà individuati facilmente.
    Per il pensatore marxista la sfida vera era quella di superare il pensiero liberale hegeliano di Croce, proprio all’interno del terreno di gioco su cui l’avversario si sarebbe dovuto muovere più a suo agio. Infatti Gramsci scelse un canto della Divina Commedia come massimo guanto di sfida, che fu raccolto poi da Croce alla fine della seconda guerra mondiale, quando con un’astuta definizione politicoculturale lo apostrofò come “uno dei nostri”.
    Tutto questo per dire che chi ha pensato che una scuola più semplice fosse una scuola maggiormente democratica, che contasse solo il numero dei diplomati e dei laureati e non il loro livello, sceso drasticamente, ha lavorato per raggiungere un ovvio risultato politicosociale. Il laureato proveniente dalla borghesia che è riuscito senza sforzo a prendere il foglio di carta in una scuola facilitata e quello proveniente da una famiglia meno agiata che magari l’ha raggiunto con impegno e sudore troveranno magari impiego nello stesso ufficio di un avvocato, ed è facile immaginare chi sarà il precario e chi il titolare tra i due. Se passasse poi l’abolizione dei titoli legali questo sarebbe ancora più semplice.
    C’è da aggiungere che questa, come puntualizza Miguel Gotor nel suo ultimo testo “Il memoriale della Repubblica”, è stata una classica strategia della nostra classe dirigente. Nascondere nell’inefficienza tipica dell’Italia, un fine raggiunto con straordinaria efficienza utile ad affermare un dominio di classe nel corso dei lustri della nostra storia.
    Aggiungo che al partito spettava svolgere la formazione politica degli adulti, un esempio può essere quello che Gramsci dentro e fuori la prigione aveva svolto, e l’organizzazione del partito data da Togliatti, un grande purtroppo rimosso e quasi innominabile. Perchè al partito spettava la trasformazione delle classi dirette a classi dirigenti, e che fece non solo dal punto di vista filosofico, ma pratico facendo diventare operai, contadini, giovani, intellettuali e impiegati dirigenti, dentro e fuori le istituzioni della Repubblica.
    Un saluto.

  4. Da anni assistiamo con rabbia a quello che accade alla scuola e alla demolizione sistematica del senso dello studio. Sarà che credo sempre che lo studio sia uno scambio a più livelli, sarà che credo nella capacità delle persone di essere critiche: non ci sono predestinati all’accesso al sapere, non ci sono reietti. Ci sono cittadini che per esercitare liberamente il loro essere tali devono potersi accostare alla cultura con la C maiuscola, quella che libera la mente e non la chiude entro steccati ideologici. Per tutte queste e per tante altre ragioni concordo che in una questione così delicata i partiti debbano agire all’interno delle istituzioni, come stimolo e pungolo costante a creare (?!…o mantenere…), attraverso il sostegno alla scuola pubblica, i presupposti democratici di accesso alla conoscenza, senza etichette e senza colori.
    Anna Pistuddi

  5. Fa piacere vedere riproposto questo tema così delicato e così superficialmente liquidato da chi ha sostenuto l’iniziativa del doposcuola. Non vi erano dubbi che l’utilizzo di Gramsci fosse strumentale e privo di fondamento. E’ estremamente interessante ritrovare i riferimenti del suo pensiero rispetto alla questione posta, permettendo un ulteriore approfondimento. Auspico l’iniziativa di un dibattito pubblico sul tema, magari proprio attraverso la presentazione del libro del Prof. Pier Giorgio Serra. Domanda: se il pensiero di Gramsci si presenta così distante dall’iniziativa, come avrebbe lo stesso visto l’ingresso di un partito nell’istituzione scolastica – che evidentemente aveva i cancelli ben spalancati – attraverso delibere, assemblee con i genitori, volantini, note sul diario… affinché gli alunni venissero rinviati al doposcuola della sezione del Pd, così paradossalmente e contraddittoriamente a lui intitolata? Sì…potrebbe essere davvero un bel dibattito in cui i testi, la conoscenza, la ragione, il senso critico e il buon senso possano tornare ad essere protagonisti.

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