“Ai confini dell’impero” di Giuseppe Ciulla (Jaca Book 2011)

Cosa succede ai confini dell’impero Europa, ai margini dell’asse Francoforte – Milano – Parigi? Qual’è la situazione di interi paesi o aree appartenenti alle ex repubbliche socialiste dell’Est Europa, laddove ora sventolano le bandiere dell’Unione Europea? Quali problemi o risvolti economici, politici e sociali sono derivati dalle caotiche e contraddittorie trasformazioni del dopo ’89? Per rispondere a queste domande il giornalista free lance Giuseppe Ciulla, collaboratore RAI e impegnato in diversi quotidiani e riviste, già autore del reportage sul Kosovo “Lupi nella nebbia”, ha intrapreso, nel 2010, un viaggio di 5000 km in compagnia del fotografo Damiano Meo, e con il supporto della Camera del Lavoro di Milano, attraverso Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria. Il libro è il resoconto di un viaggio che si è svolto prevalentemente con i mezzi pubblici, pullman e treni soprattutto, a diretto contatto con storie e situazioni geografiche altrimenti non percepibili in modo così netto e diretto. La partenza è avvenuta nella stazione Lampugnano di Milano da dove, al terminal C2, parte l’autobus per la Polonia, una sorta di astronave di varia umanità: vi viaggiano badanti polacche, rumene e ucraine che tornano temporaneamente nei loro paesi d’origine, ma anche africani del Maghreb e dell’Africa nera; è poi proseguito negli sgangherati treni rumeni e bulgari fino alla foce del grande Danubio. Gli incontri i più diversi, con operai, sindacalisti, prostitute, bambini e bambine negli orfanotrofi, uomini e donne impegnate nel sociale, furbi e famelici imprenditori italiani, francesi e tedeschi, vecchi esponenti della securitade di Ceausescu, riciclati nei nuovi apparati delle forze dell’ordine rumene, danno forza letteraria a quella che doveva essere una seria e documentata inchiesta giornalistica.

È la fotografia di una catastrofe che coinvolge parte di questi paesi e che assume la forma del neocolonialismo, tanto più odioso se mascherato dalle parole d’ordine di “maggiore libertà alle persone e alle imprese, maggiori diritti  e sicurezza sociale”, che l’adesione all’Unione avrebbe dovuto garantire, ma che nella pratica si traduce nell’esatto contrario. Prima tappa a Katowice in Polonia, negli stabilimenti di Tychi e Bielsko Biala: la FIAT produce la Panda e la nuova 500: Wanda, vecchia sindacalista di Solidarnosc,  non accetta la linea Marchionne, ma la sua, come quella di altri sindacalisti impegnati a difendere la dignità del lavoro, è una battaglia difficile: se gli operai polacchi scioperassero come quelli della CGIL di Pomigliano, perderebbero i loro 3.200 sloty, che, tolte le tasse e i contributi pensione, diventano 2.240 sloty, 560 euro al mese. La gran parte degli operai sono convinti che la nuova Panda sarà costruita in Polonia, perché l’economia è dalla loro parte e i loro standard di produzione sono molto più elevati di quelli napoletani, i  quali vengono giudicati degli scansafatiche, con buona pace del vecchio internazionalismo proletario e dell’unità dei lavoratori. Le aziende e le imprese occidentali, singoli investitori, approfittando delle agevolazioni fiscali e di un liberismo sfrenato, o collusi con i governi locali inetti e spesso corrotti, traggono enormi profitti in questa nuova frontiera del business, e i confini tra legalità e illegalità, tra diritti e soprusi, sembrano del tutto aleatori.

Nella Praga “bella di giorno e porca di notte”, dove migliaia di giovani europei carichi di ormoni vengono qui “a deporre le uova come i salmoni”, gli albergatori sono italiani francesi, tedeschi, austriaci, a gestire il turismo sessuale. Diritti per i lavoratori negli hotel, o tutela sanitaria per le prostitute ceche, ucraine, vietnamite, africane che affollano i bordelli di Praga? Meglio non parlarne. Basta la battuta del proprietario, veneto, di una delle più prestigiose catene alberghiere di Praga: “Dighe che el sindacato se lo ganno da ficcar ndove ca non ghe piove”…  Spesso le linee di confine, con la caduta delle vecchie frontiere, sono dei buchi neri della legalità, come i 200 km che separano la Repubblica ceca dalla Germania: qui, nella terra di nessuno di Cheb, i bambini rom esercitano la prostituzione minorile, vigilati dai loro genitori. Tedeschi annoiati e repressi, ma pieni di euro, arrivano in pullman, in cerca di emozioni, che a volte si traducono in pestaggi e furti, perché i bambini fanno anche da esca per gli adulti pronti al saccheggio. Timisoara, Romania: “l’ottava provincia veneta, da vent’anni l’America dei paron”. Nel 2008 nella provincia di Timisoara c’erano 2400 imprese italiane, 60.000 in tutta la Romania, con 600.000 dipendenti, ora, dopo la crisi del 2009, si sono spostati nella vicina Moldavia; a Timisoara il nuovo eldorado sono i terreni agricoli: dopo la caduta del regime quel minimo di protezione per i piccoli contadini  è saltato, e la gran parte di loro ha venduto la terra per pochi  spiccioli  agli  speculatori  occidentali.  Intanto nei  mega supermercati vendono prodotti non locali e il 75 % del fabbisogno agricolo romeno viene importato.

Le storie sono tante: che fine faranno i bambini dell’orfanotrofio di Popesti (Iasi, Romania), abbandonati dal regime di Ceausescu, quando l’aborto era illegale e venivano lasciati negli istituti dell’orrore, ma anche dalle “nuove” democrazie e dall’Unione Europea che fa finta di non sapere? E chi conosce il calvario dei bengalesi e delle operaie cinesi, venute a lavorare a Bacau, reclutate da imprenditori italiani del tessile, e tenuti in condizione di servitù, che nel 2009 sono scappati dai loro capannoni superaffollati e che ora vagano  per l’Europa senza documenti e senza identità? Questo e altro ancora in questo libro, che racconta come i metodi del peggior capitalismo occidentale si sono amalgamati al cinismo e alla peggior burocrazia dei vecchi regimi, e come l’esercizio del diritto e della legalità, da parte di sindacalisti, operatori sociali, giornalisti, spesso avviene a rischio della propria vita.

Antonio Sitzia  

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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