Montesquieu, Rousseau, la Costituzione e le corbellerie del leghista Reguzzoni

Le dichiarazioni volgari, razziste ed eversive di Bossi e dei suoi ministri e parlamentari vengono regolarmente minimizzate dai politici del centro-destra come espedienti per attirare l’attenzione dei media. Né sembrano preoccupare granché gli osservatori e gli analisti della politica italiana che, per lo più, considerano le affermazioni leghiste  sull’urgenza della secessione come una trovata tattica a cui il leader ricorre soprattutto nei momenti di difficoltà per ricomporre le divisioni che attraversano i dirigenti del suo partito e per distrarre gli elettori dal crescente malessere nei confronti della politica economica del governo. Lo stesso Presidente della Repubblica ieri ha definito “fuori dalla Storia” chi invoca la secessione. Evidente, nelle parole di Napolitano, il riferimento alle ultime esternazioni di Bossi che dal palco di Venezia è arrivato persino a ipotizzare la possibilità raggiungere la secessione attraverso un Referendum. Il vero pericolo rappresentato dai leghisti, sembrerebbe piuttosto essere un’altro: la profonda ignoranza sugli ordinamenti della nostra Repubblica e sul loro funzionamento che caratterizza gran parte dei rappresentanti del partito di Bossi in Parlamento. A questo proposito pubblichiamo di seguito una nota di Guido Melis, attivissimo deputato del PD nonché studioso di storia delle istituzioni e autore di un fondamentale saggio dal titolo “Storia dell’Amministrazione italiana”.  (S. M.)

Ha scritto una volta Sabino Cassese, uno dei migliori giuristi italiani: o si sta con Rousseau o si sta con Montesquieu. Ci ho ripensato (si parva licet…) leggendo oggi le dichiarazioni del capogruppo leghista alla Camera Reguzzoni (http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20110921_115013.shtml), che contesta Napolitano sulla base della considerazione che “il popolo è sovrano” e che dunque il potere del capo dello Stato deve soggiacere a quello del popolo. Detto così è Monsieur de Lapalisse. Basta leggere la Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”). Senonché un conto è ritenere che il potere espressione diretta del popolo (quindi quello politico, espresso attraverso il voto) sia un potere assolutamente prevalente, esorbitante sugli altri; un altro è essere consapevoli che nella nostra Costituzione, come in tutte le carte costituzionali di democrazia liberale, l’esercizio del potere in nome del popolo è temperato dall’azione di altri poteri, di diversa matrice, che concorrono appunto a bilanciarlo. Il capo dello Stato, eletto dalle Camere riunite con la partecipazione dei rappresentanti delle regioni, ha anch’egli una legittimazione popolare, né più né meno come il governo (eletto dalla maggioranza delle camere, a loro volta espressione del voto popolare). Il suo ruolo è, per Costituzione, quello di agire come bilanciamento ed è definito dalla Costituzione stessa  e dalla prassi costituzionale. E’ questo il modello di democrazia che si trova negli scritti di Montesquieu, nei quali è possibile anche rinvenire un preciso ruolo del potere giudiziario. Naturalmente sperare che l’on. Reguzzoni, un vispo ragazzotto padano cresciuto in camicia verde, sappia di Montesquieu e di Rousseau, sarebbe eccessivo. Ma che un parlamentare della Repubblica abbia almeno letto la Costituzione potremmo pretenderlo. E che se ne ricordi prima di lanciarsi in corbellerie sesquipedali anche. O no?

Guido Melis

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