“Cose dell’altro mondo”, regia di Francesco Patierno

Qualche giorno fa ho visto questo film che,  a dire il vero, mi ha sorpreso…

Una storia il cui spunto iniziale, originale nel suo essere surreale, trascina i personaggi in un vortice di conseguenze inevitabili. La sparizione improvvisa, in “una notte buia e tempestosa” (il buon Snoopy mi perdonerà la citazione) di tutti gli extracomunitari, ma proprio tutti!, getta la popolazione in una confusione pratica totale…vecchietti e malati improvvisamente orbi di badante sono controllati a vista da soldati e/o esponenti delle forze dell’ordine; anziani genitori spariscono dalle case e in loro ricerca figli confusi e forse un po’ egoisti, al traumatico risveglio si precipitano in strada per cercarli, magari in mutande e calzini…
Quello che però pare un tentativo di risolvere concreti problemi di vita quotidiana, accompagna lo spettatore in una riflessione molto più profonda, nella stessa misura in cui sono gli stessi personaggi a percepire l’abisso in cui li hanno precipitati le idee xenofobe di un fenomenale Abatantuono, perfetto nel suo ruolo gretto e materialista di imprenditore senza scrupoli, disposto quasi a fare a patti con Dio pur di poter tornare alla situazione primigenia di manovalanza a basso costo in fabbrica…

Ma credo che, lungi dall’essere una questione “settentrionale”, il tema proposto interroghi profondamente la nostra capacità di accoglienza dell’altro, del “diverso”,  la cui cultura a noi spesso può apparire incomprensibile. Dicevo, questo aspetto così accentuato dall’esasperazione seguita alla crisi economica che attanaglia l’occidente, è capace di incunearsi tra le nostre certezze, o tra i pensieri che ritenevamo indiscutibili.

In un certo senso i personaggi del film, chi più, chi meno, e lo stesso Libero Golfetto-Abatantuono arrivano a comprendere anche a un livello meno materiale la vera tragedia dell’accaduto, e io non potevo far a meno di sentire una sorta di “disagio” nel pensare che le mie sensazioni nel vedere il film stridevano abbastanza con la classifica del film che troviamo un po’ ovunque, dove viene definito “commedia”. Certo, qualche risata è inevitabile e spontanea e nasce dal ridicolo dei personaggi abituati ad esser sicuri di sè che improvvisamente si trovano a balbettare la propria vita con una coscienza che li interroga, a diventare la caricatura di se stessi….

Il limite di questa umanità smarrita risiede di sicuro nell’incapacità di riconoscere queste persone, spesso venute da lontano, appunto come esseri umani in tutto identici a noi quanto a sentimenti e necessità, con le quali condividere il destino comune.
Ed è al contempo sorprendente e consolatorio vedere come la vera saggezza non venga dai filosofi o dai politici ma, in un riuscito effetto di “spiazzamento”, dal personaggio apparentemente più fragile e sperduto (e come dimenticare l’analogo caso del poetico Shlomo in “Train de vie”, 1998, di Radu Mihăileanu?) interpretato dalla splendida (in questo ruolo) Laura Efrikian, madre di Ariele Verderame-Valerio Mastandrea capace, con una asciutta sequenza di brevi battute, di smascherare le paure del figlio e,  insieme, le nostre insicurezze.

Anna Pistuddi

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