“Terraferma”, regia di Emanuele Crialese

“Cerco un centro di gravità permanente…” cantava Franco Battiato qualche anno fa. L’uomo, dalla notte dei tempi, ricerca un punto fermo da cui orientarsi dapprima nell’universo, di cui è un pulviscolo, e poi su questa terra i cui due terzi sono occupati dal mare. Tutti cercano la propria terraferma nell’ultimo film di Crialese. Ma tutti devono fare i conti col mare, elemento mobile, che attira e inquieta: gli immigrati nei loro insicuri barconi navigano verso migliori condizioni di vita, fuggendo da povertà, guerre e carestie; Filippo, giovane isolano che la madre vorrebbe mandare in continente a studiare, allargare gli orizzonti e fuggire dal duro ed eterno lavoro della pesca, che le ha portato via il marito e potrebbe portarle via il figlio; lo zio Nino, rampante prototipo dell’imprenditore turistico, che vorrebbe fare soldi rinunciando alla propria lingua e cultura; nonno Ernesto, che si fida del mare galantuomo, le cui leggi ancestrali, tramandate da generazioni, non contemplano respingimenti, impronte digitali, reati di clandestinità. E quando c’è un uomo in mare, la legge del mare, senza guardare al colore della pelle o alla provenienza geografica, prevede l’aiuto, perché siamo tutti nella stessa barca.

La forza delle immagini è straordinaria: il film è girato nell’isola di Linosa laddove il nero delle spiagge vulcaniche si affianca al blu cobalto del mare: così anche i colori evocano l’eterno dualismo di vita e morte, di tragedia e speranza. La forza dei gesti è superiore ad ogni parola: il tendere la mano, del nonno e del nipote, alla donna etiope incinta, che nuota disperatamente per salvarsi dal naufragio e  che partorirà in segreto nella loro povera casa; gli sguardi complici di solidarietà materna delle due donne; i guanti bianchi dei finanzieri e dei carabinieri che stridono con le mani nere degli immigrati esausti nella nera spiaggia dove il destino li ha sbattuti. La legge dello stato, la famigerata Bossi Fini, esasperata dalla Lega, non è la legge del mare, e gli anziani riuniti in cerchio, come da sempre hanno sempre fatto nella decisioni importanti, si mostrano assai più saggi di un Parlamento che ha approvato quella legge: ragionano sulla giustizia, sul perché ributtare a mare gli immigrati e sul perché non prestare loro soccorso quando affondano con i loro barconi. Il film merita di essere visto: lasciamo alla critica la discussione se sia o meno il migliore film di Crialese, allo spettatore però riserva non poche emozioni, e un certo brivido di vergogna nel prendere atto di cosa l’Italia, e noi, siamo diventati.

Antonio Sitzia

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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