“Il nipote del Negus”, Andrea Camilleri (Sellerio 2010)

Nel 1929 il nipote del negus Hailé Sellassié, imperatore d’Etiopia, tale Brhané Sellassié (o Sillassié), si iscrive alla Scuola Mineraria di Caltanisetta. Frequenta fino al 1932 anno in cui si diploma come perito minerario. Questa è storia vera (1), da cui Camilleri  prende spunto per costruire un intelligente e divertente romanzo, il cui protagonista è “il giovane, che chiamasi Grhane Sollassié Mbssa e ha il titolo di Principe, è nato ad Addis Abeba il 5 marzo 1910, e che il Negus tiene in grande considerazione”. Il luogo delle esilaranti vicende, che di storico hanno solo quel  richiamo iniziale, è, manco a dirlo, Vigàta, immaginaria Macondo di tanti romanzi di Camilleri. Il Principe, anche se nero, diventa lo strumento della realpolitik fascista: bisogna trattarlo con tutti i riguardi, assecondarlo in tutti i suoi desiderata, perché anche da questo dipendono i delicati rapporti  sui controversi confini tra la Somalia italiana e l’Etiopia, e che potrebbero condizionare le velleità imperiali del regime. Il principe però, ancorché ancora diciannovenne e non ancora illuminato dalla italica civiltà, si rivela un osso duro.

Elegante e rubacuori, amante impunito, briccone e furbo,  infido e doppiogiochista, si dà alla bella vita e ai bei vestiti contraendo debiti che ricadono sull’amministrazione locale. Questa sua estrosità e leggerezza si fanno beffe della burocratica e farraginosa macchina fascista, della sua retorica parolaia, fino allo sfregio di tenere sulle corde lo stesso Duce, il quale gli chiede di scrivere una lettera al Negus in cui si magnificano le conquiste del fascismo, mentre l’impunito negro temporeggia e alza il prezzo sullo scritto e sul contenuto, per poi sparire chissà dove. Si scoprirà poi che la lettera era stata inviata al Negus, ma nell’incomprensibile linguaggio abissino recitava tra l’altro “io sono riuscito a ingannarli (gli italiani) e ti dico invece che sono molto stupidi quanto un asino ma si credono furbi come la volpe”. La struttura del romanzo non è quella tradizionale, ma si basa sulla sapiente combinazione tra quelle che Camilleri chiama “carpette”, telegrammi, documenti scritti, missive, dispacci governativi, articoli di giornale, con “frammenti di parlate”, conversazioni al dopolavoro ferroviario, alla casa del fascio, nella camera da letto di qualche protagonista, alla Regia Scuola Mineraria, o all’ospedale Sant’Anna, e in altri luoghi. E’ una tecnica che lo scrittore siciliano aveva già sperimentato ne La concessione del telefono (Sellerio 1998), miscela di cose scritte e cose dette. Quale morale trarre dal romanzo? Nessuna, puro divertissement sulla burocrazia e sul potere, ma  la visita in Italia di un altro principe nero, risalente a non molto tempo fa, con tanto di tende, hostess, cavalli e Corano, ci fa venire qualche dubbio sui confini tra finzione letteraria e realtà.

(1) Nella nota a fine libro Camilleri precisa: “Questa storia mi è stata suggerita da alcune pagine dell’interessante libro I Signori dello zolfo (Caltanisetta 2001) di Michele Curcuruto”.

Antonio Sitzia

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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