“Una bottiglia nel mare di Gaza”, Valerie Zenatti (Giunti 2011)

E’ un romanzo per adolescenti questo di Valerie Zenatti, ma va bene anche per gli adulti. Non è l’ennesimo libro sul conflitto arabo-israeliano e non ci sono buoni e cattivi o meglio ci sono, ma non stanno tutti dalla stessa parte. C’è una ragazza israeliana di 17 anni, che cerca di esorcizzare l’orrore dell’ennesimo attentato a Gerusalemme scrivendo una lettera, una specie di messaggio di speranza, che infila in una bottiglia da gettare nel mare davanti a Gaza (in realtà il fratello militare, cui Tal affida la bottiglia, la abbandonerà sulla spiaggia di Gaza). C’è uno scontroso ragazzo palestinese di 20 anni che trova quella bottiglia e che all’inizio non ha nessuna intenzione di intrattenere uno scambio epistolare col “nemico”. Ma Tal è molto tenace, di un candore disarmante e sinceramente desiderosa di conoscere il mondo palestinese. E vince le resistenze di Naim. Nasce così una corrispondenza via mail davvero bella nella quale i due ragazzi riescono a superare i pregiudizi e a parlare l’una al cuore dell’altro e viceversa.

La scrittura ha un ruolo fondamentale nel progressivo formarsi di questa intimità, perchè consente loro di rivelarsi fino nel profondo, senza essere condizionati dallo sguardo dell’altro. E’ dunque una relazione molto intensa quella che si instaura tra i due ragazzi, un’amicizia vera, di quelle capaci di oltrepassare le barriere e di cambiarti dentro. E forse anche qualcosa di più. Ma qui mi fermo per non svelare troppo di un finale che comunque di suo non svela molto e perchè non è poi così importante che il rapporto fra Tal e Naim rimanga quello che ho descritto finora o diventi qualcos’altro. Quello che conta davvero è il bellissimo messaggio di pace che l’autrice è riuscita a trasmetterci, messaggio riassunto splendidamente dalle parole di Tal, in cura da uno psicanalista per superare il trauma di aver assistito a un altro terribile attentato: “Si. Dovremmo creare un manicomio israelo-palestinese, tu e io. Sarebbe un bellissimo segno di riconciliazione, come dicono gli occidentali. Lo potremmo chiamare l’Istituto “Majnoun e Meshouga” (“pazzo” rispettivamente in arabo e Yddish n.d.r.). Incideremo la nostra massima sul frontone “La pace passa dai pazzi”. 

Sandra Olianas

  1. Davvero bello, mi sono venuti i brividi ogni volta che leggevo una loro mail.
    coinvolgente e diverso dai soliti libri che trattano questi argomenti di pace e guerra.
    100/100

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