L’insospettabile leggerezza dell’essere… sardi

Si può essere sardi fino al midollo, essere radicati nell’isola come un ginepro secolare e avere però degli “scheletri nell’armadio”. Io ne ho uno che mi crea a dire il vero qualche problema di coscienza. Passi non amare culurgiones, porchetto e dolci di mandorle, sopratutto se poi la passione che riversi in una sebada è tale da compensare il resto, ma l’assoluta disaffezione per gli autori sardi (salvo qualche rara eccezione) è un po’ più difficile da accettare. Molti non li ho amati per la loro scrittura e altri semplicemente perchè a un libro chiedo qualcosa di diverso. Per esempio che, se proprio non riesce a farmi volare almeno non mi lasci l’architrave di un nuraghe sul cuore. Questo è anche uno dei motivi per cui non ho amato per niente I Dolori del giovane Werther, e quando ho scoperto che la casa editrice Condaghes aveva appena pubblicato nella collana Sena Lacanas la traduzione in sardo di quell’opera, ho pensato che fosse proprio il libro giusto. Il sardo, mi sono detta, ha sicuramente le parole giuste per parlare di “patimentos”, di dolori dell’anima.

Per curiosità ho comunque voluto assistere alla presentazione del libro, domenica 1 novembre a Seui, nell’ambito della sagra di Su Prugadoriu e sono rimasta davvero colpita. Innanzitutto dalla bravura della traduttrice, Manuela Mereu. Ovviamente non parlo dell’abilità nella traduzione, perchè non ho letto il libro in sardo e perchè, ahimè, anche se l’avessi letto forse non sarei stata in grado di apprezzarne le sfumature. Parlo della bravura nello spiegare rigorosamente in sardo quello che c’è stato dietro quel lavoro di traduzione e dell’importanza della scelta di scrivere in Limba Sarda Comuna. Ma sopratutto ad avermi incantata è sentire questa ragazza spiegare con tanta passione e con una bellissima scelta di parole che parlare e imparare il sardo non significa rinchiudersi dentro una fortezza nuragica ma andare verso il mondo con il bagaglio di possibilità infinitamente più ricco che ti da il bilinguismo. Ancora di più se quel bilinguismo fa parte del tuo patrimonio naturale e quindi la forzatura sarebbe limitarlo, non esprimerlo.

“A me il sardo mette le ali”. Posso essermi persa qualcosa nella traduzione (dal sardo), ma mi pare abbia detto proprio così Manuela. E io ho avuto un brivido. E mi stava per scappare anche una lacrima. Vabbè, parlava di lingua, non di letteratura, ma mi ha colpita ugualmente l’uso delle parole. Come dicevo all’inizio ho sempre rimproverato agli autori sardi di non farmi volare. E allora le ho fatto la domanda. Le ho chiesto se il sardo sarebbe stato una lingua adatta a tradurre un’opera più lieve, che non parlasse di dolori dell’anima. Se pensava che avesse anche le parole giuste per esprimere la leggerezza. Ha detto di si ed è stata assolutamente convincente. Ora ci credo. E aspetto la traduzione di Orgoglio e Pregiudizio.

Sandra Olianas

  1. Quando senti qualcosa che ti sembra prezioso, vorresti che tutto il mondo ascoltasse quelle parole… ma se le parole sono belle e potenti, poi volano e al mondo ci arrivano lo stesso.
    Cun istima manna,
    Sandra

  2. Unu gràtzie de coro, a tie chi as ascurtadu gasi passentziosa e chi as istimadu su chi apo naradu. Benit dae s’ànima e forcis est pro cussu chi resèsso a lu nàrrere chin passione.
    Chin istima manna
    Manuela

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