Una promettente primavera…negli occhi!

“Stasera sono stanca”,  mi dicevo tornando a casa dal lavoro in un tiepido giorno dell’aprile scorso. E poi mi sono accorta che lo ero spesso, la sera, la mattina, il pomeriggio… e guidavo col sole basso alla mia sinistra, meraviglia di luce, anticipo di una primavera promettente anche se faticosa, perché iniziava subito con uno sbalzo di temperature verso l’alto, al quale ho faticato ad adattarmi. In sostanza strisciavo, mi trascinavo sonnolenta da una cosa all’altra. Detta così sembra piuttosto deprimente, ma in realtà questa lentezza mi ha regalato nuovi occhi… e la parola chiave di quella sera è OCCHI. Dopo la spesa andavo alla macchina e ho incontrato A.,  dolce e giovane ragazza dell’est che non vedevo da mesi. E in realtà da un po’ mi chiedevo cosa le fosse successo. Il suo bel sorriso ha spesso regalato luce, momenti piccoli ma significativi di buonumore: non solo a me, ma anche a tanti altri; si capisce da come le persone le sorridono e non mancano mai di salutarla. “A., in qualche modo, è un dono”, mi sono spesso detta. Quella sera era insolitamente triste e la mia lentezza ritrovata mi ha permesso di fermarmi e parlare con lei un po’ più a lungo del solito. La bellezza dell’incontro è però dovuta soprattutto agli occhi del piccolo R. A. me ne parlava sempre e quel pomeriggio l’ho finalmente conosciuto: un bambino con gli occhi neri come la notte, vispi e profondi, pieni della curiosità, della furbizia e della dolcezza dei suoi pochissimi anni, e la sua timidezza iniziale non ci ha impedito di fare amicizia. Testolina dai capelli scurissimi su una pelle scura, lineamenti inconfondibili e belli, R., lasciato il panino che stava mangiando e il giochino con cui si trastullava (mentre A. parlava e dissimulava la sua tristezza con tutti), R. mi ha sorriso con un sopracciglio ammiccante e timido al tempo stesso. E quando l’ho salutato si è avvicinato risoluto e mi ha dato un bacio sulla guancia.
“Finché esistono bambini – ho pensato – finchè esiste questa ingenua e furba bellezza, di uno sguardo profondo e limpido – ho pensato – forse ancora abbiamo un futuro: io, A., R., la loro famiglia, noi tutti”.

A. P.

http://www.youtube.com/watch?v=YqlGwCgFbtk

(Fabrizio de André – Khorakhané – concerto ’98 06 )

  1. Ci sono tanti bambini come R. e tante mamme come A. nella vita reale, la cui esistenza merita di essere valorizzata appieno. Mi chiedo (e mi rendo conto dell’ “ingenuità” della mia domanda) perchè sia così difficile riconoscere in queste persone la nostra stessa umanità: di cosa abbiamo paura realmente? La loro difficoltà attuale è lo spettro che ci rimanda l’immagine concreta delle nostre paure in un periodo di crisi come questo? ma la soluzione (e qui mi rendo conto ancora di più dell’ “ingenuità” della risposta che mi do) non sarebbe in quella solidarietà piena, e assolutamente priva di paternalismo, che restituisce a tutti pari dignità?

  2. Ieri per caso mi sono imbattuto nella lettera di Pericle agli ateniesi, e leggendo il racconto questa frase della lettera mi è subito balzata in testa:
    “Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce
    sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.”
    Auguro a R. di crescere così, e alla nostra città di dargliene l’occasione

  3. Nella finzione del racconto, questa storia rimanda a una triste realtà, quella degli immigrati costretti spesso a stare lontano dalle loro famiglie, dai loro bambini e dalla luce dei loro occhi. Quella luce che può portare la primavera nella vita degli adulti. Soprattutto in tempi in cui, nonostante la legge per il ricongiungimento familiare, la crisi economica e la perdita del lavoro impedisce di fatto questa possibilità.

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