“Carta batte forbice”

In quest’ultimo anno la scarsa attenzione verso il sistema dell’Istruzione, della Cultura e della Ricerca, ma forse sarebbe più giusto dire il suo sistematico e scientifico abbandono, è stato denunciato a gran voce da tutti i rappresentanti di questo variegato e articolato mondo. Su Sestu Reloaded recentemente abbiamo dato spazio all’appello lanciato dagli archivi italiani (“…E poi non rimase più nessuno”), depositari nel loro complesso di un patrimonio culturale di eccezionale importanza che va dal VII al XX secolo. Fonti primarie e uniche che se si dovessero perdere o semplicemente se ne impedisse la consultazione ai cittadini, si avrebbe lo stesso effetto che produce in un individuo la perdita della memoria remota. Chi non sa più chi è, chi non ha un patrimonio di esperienze da cui attingere per programmare il futuro è destinato a vagare senza una meta in balìa degli eventi. Una vera iattura per un Paese che ha già dato prova di perdere facilmente la memoria dei fatti più vicini.

Contemporaneamente alle organizzazioni che rappresentano gli archivi, lanciava il suo appello a sostegno della cultura anche il movimento “Carta batte forbice”, nato spontaneamente tra gli operatori dei beni culturali, i docenti universitari e gli studenti specializzandi nelle discipline archivistiche e bibliotecarie. Un’istanza che è stata soffocata sul nascere da un’incredibile quanto scandaloso, per un paese democratico, tentativo di criminalizzazione del movimento da parte della stessa istituzione che intendeva difendere. L’11 ottobre scorso, in occasione di una pacifica manifestazione, è stato infatti impedito al movimento di riunirsi in assemblea pubblica nell’aula della Biblioteca nazionale in Castro Pretorio, una sede che i manifestanti ritenevano particolarmente idonea per discutere le tematiche di loro interesse. L’autorizzazione precedentemente accordata dalla stessa direzione della Biblioteca è stata improvvisamente e immotivatamente revocata, quindi a protezione della Biblioteca sono state addirittura schierate le forze dell’ordine, con grande dispiegamento di camionette e agenti in assetto antisommossa: una situazione che ha generato momenti di tensione tra i manifestanti e disagi per gli utenti della Biblioteca. Il fatto è stato denunciato con forza dalle associazioni del settore, tra cui l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) e sta provocando interrogazioni Parlamentari che chiedono conto del fatto in sé e insieme della grave situazione in cui si trovano, per effetto dei tagli ingenti e indiscriminati ai finanziamenti, gli archivi e le biblioteche, ovvero i mediatori principali della cultura italiana (Melis, Levi). Personale sotto organico ovunque, orari ridotti, impossibilità di acquisire nuove fonti per gli archivi e nuovi libri per le biblioteche.

Una scelta, questa, che contrariamente a quanto ci vogliono fare credere non trova giustificazione nella crisi economica ma è solo frutto della visione miope della classe politica di governo (al tramonto?) che assomiglia tanto ai roditori che infestano gli archivi, preoccupata com’è di divorare quanto più può nel presente senza preoccuparsi minimamente di costruire il futuro. Per renderci conto di ciò basta vedere cosa accade negli altri paesi europei che stanno affrontando la crisi con governi di destra: in Inghilterra, nonostante i tagli di Cameron, lo Stato trasferisce alla British Library l’equivalente di 150 milioni di euro l’anno e in Francia, nonostante i tagli di Sarkozy, la Bibliotèque Nationale de France può contare su 200 milioni di euro l’anno. In Italia lo Stato destina alla Biblioteca Nazionale, cioè alla massima istituzione del nostro sistema bibliotecario, appena 1.300.000 euro all’anno. A cascata i tagli al sistema bibliotecario si riverberano sino alla più piccola biblioteca di ente locale del territorio, spesso unico presidio culturale per tante comunità periferiche della nostra penisola. Quanto sia dissennata e miope questa politica si capisce ancora di più se pensiamo che l’Italia è un paese dove si legge poco, dove si contano ancora due milioni di analfabeti totali (per non contare quelli di ritorno), e circa cinque milioni di semianalfabeti. Per uscire da questa situazione, dunque, non ci resta che unirci al coro di quelli che oggi hanno detto: “Adesso Basta!” e prendere esempio dagli indignados di tutto il mondo che nei loro manifesti pongono in testa alle loro richieste per la costruzione di un mondo più giusto la cultura e l’istruzione gratuita.

Sandra Mereu

  1. Queste, Carla, sono aspirazioni. Tue, mie certamente, e quelle di tanti uomini e donne che in molte parti del mondo chiedono una società diversa. Ma non bisogna confondere le aspirazioni con la realtà. Tu hai affermato che le logiche del capitalismo sono al tramonto, io invece vedo una realtà dove il capitalismo in versione neoliberista è vivo e vegeto: ha divorato le conquiste sociali degli ultimi trent’anni, sta negando il futuro ai giovani e sta trasformando larghe fasce di poveri in miserabili senza nessuna protezione sociale. Il discorso merita di essere approfondito, ma forse non è questa la sede. Anche perché nel mio articolo sostengo un’altra tesi, e cioè che certe scelte di politica culturale sono state una peculiarità del nostro defunto governo, mentre altri governi di destra e liberisti hanno fatto scelte diverse e decisamente più lungimiranti.

    • Infatti, Sandra, ben vengano le aspirazioni: non vorranno toglierci la speranza di un mondo migliore, i potenti della Terra! Indubbiamente il nostro Paese ha affrontato la crisi e le nuove sfide che il mondo ci pone in maniera meno adeguata di altri, ma non si può prescindere dagli stessi errori dell’Europa e dell’Occidente tutto, delle democrazie cosiddette avanzate, che anche nel caso del recente conflitto in Libia non erano così disinteressate… Io ritengo che il neoliberismo non avrà lunga vita: gli indignados di tutto il mondo chiedono equità, chiedono che paghi chi ha prodotto la crisi, chiedono nuove regole al mondo della finanza, chiedono garanzie per il proprio futuro. Gli stessi tedeschi di recente hanno dato una sberla alla Merkel, gli ecologosti, per intenderci.
      Ma tornando al nostro Paese, ora deve certamente mettere in piedi delle strategie politico-economiche per farci risultare credibili verso il mondo intero, magari con scelte più lungimiranti dei partner europei. Saremo all’altezza della situazione? Riusciremo a far fruttare le immense risorse intellettuali, morali, ambientali, culturali, economiche che possediamo? La classe dirigente ha un ruolo fondamentale in ciò, come ce l’ha anche la società civile nell’indirizzare certe scelte con tutti i mezzi di cui dispone.
      Su economia ed Europa consiglio di seguire questo sito: http://www.sbilanciamoci.info/

  2. Speriamo, Sandra… Intanto occorre rifondare l’Italia su basi più solide, e i partiti di centrosinistra hanno una grande responsabilità in tal senso. Sebbene io non sia d’accordo in toto con la tesi dell’antropologa Ida Magli, che mi sembra comunque di parte: http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/11/11/ida_magli_meno_democrazia.html,
    occorre ripensare la stessa Europa e l’economia a livello mondiale senza continuare ad inseguire logiche capitalistiche ormai al tramonto. In tal senso segnalo il seguente sito ricco di informazioni utili: http://decrescitafelice.it/.

      • Beh, dalla mia naturalmente. Una finestra femminile certo, ma soprattutto di una persona che cerca l’armonia col prossimo e con la natura, che vorrebbe maggiore equità e ben-essere a livello mondiale. Ad ogni modo, basta guardarsi intorno, o essere un minimo aggiornati su quel che accade nel resto del pianeta, per capire quanta infelicità si stia stampando sui volti delle persone e della stessa Madre Terra. Non si può più continuare a produrre merci, merci, inutili merci, ed assimilare l’uomo ad una merce, con tutto ciò che l’economia capitalistica ha generato in termini di malessere psichico, di inquinamento, di erosione delle risorse naturali, di guerre. Il fallimento del comunismo va di pari passo con quello del capitalismo selvaggio, e la mia opinione è che si debba giungere ad un’economia più giusta. La ricchezza da chi è detenuta? Occorre, come tu stessa hai evidenziato nel tuo articolo, capire che oltre ai beni materiali sia indispensabile pensare adeguatamente anche ai beni spirituali, attraverso i quali rivestire la materia bruta di bellezza, come saprebbe fare solo un artista, con la sua intelligenza creativa, con la sua originale sensibilità. Pensa al concetto michelangiolesco del “cavar fuori” una scultura dalla nuda, rozza pietra. Ma ora preferisco citare Maurizio Pallante:
        “La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.”

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