Il mito dell’identità

Uno dei tre originali della Costituzione (Archivio storico della Presidenza della Repubblica)

Ho sempre avuto la sensazione che l’identità sia un concetto ambiguo e sfuggente. Sul piano individuale l’indeterminatezza di questo concetto è ben rappresentato dai personaggi letterari di Pirandello, impegnati come sono ad interpretare nella loro vita molteplici ruoli, sempre diversi a seconda dei contesti, che definiscono un io multiplo e discontinuo. Sul piano collettivo il terreno in cui si misura concretamente l’ambiguità di questo concetto è rappresentato invece dagli archivi storici. Il binomio identità-memoria, come negarlo, è diventato quasi un luogo comune della contemporaneità. Laddove per memoria si intende appunto la memoria collettiva di cui gli archivi sono considerati i depositari. L’accostamento identità-memoria si ritrova nelle teorie dello storico Jacques Le Goff: “la memoria è un elemento essenziale di ciò che ormai si usa chiamare l’identità individuale o collettiva, la ricerca della quale è una delle attività fondamentali degli individui e delle società di oggi”. E nondimeno è presente nelle rappresentazioni che gli archivisti e le istituzioni archivistiche fanno di sé. Nel sito del Consiglio Internazionale degli Archivi si legge ad esempio che gli archivi “costituiscono la memoria delle nazioni e delle società” e ne “plasmano l’identità”. Anche in Sardegna, soprattutto durante l’amministrazione Soru, la salvaguardia e la valorizzazione degli archivi è stata esplicitamente accostata al concetto di identità e all’insegna dell’identità sono state finanziate molte iniziative in tal senso da parte di enti, territoriali e non, che annoverano tra le loro competenze la Cultura e l’Istruzione. E parallelamente non vi è stato dibattito o convegno sulla storia, le tradizioni e la cultura sarda che, quasi a volerne trarre legittimazione, non abbia fatto ricorso al concetto di identità.

Sbaglia però a far leva sugli archivi chi considera l’identità di individui e di collettività come una sorta di dato di fatto, invariabile nel tempo, che esiste a priori e che va semplicemente riconosciuto e riscoperto. Gli archivi, infatti, proprio perché derivano dalla sedimentazione temporale e spontanea dell’attività pratica di soggetti pubblici e privati, permettono meglio di altre tipologie di fonti una lettura diacronica della storia delle comunità e rivelano che il passato è fatto di mutamenti e discontinuità, fratture e scarti che sfuggono a una concezione di identità monolitica e immutabile nel tempo. A indagare negli archivi si scopre, non di rado, che le parti in lotta per l’egemonia e il potere producono di una stessa comunità rappresentazioni identitarie discordanti tra loro. Chi cerca l’identità però quasi mai tiene conto di questa complessità, ma tende a selezionare dal passato, da un determinato punto del flusso della Storia, determinati avvenimenti o narrazioni mitizzate ai quali attribuisce a posteriori un significato sulla base dei propri valori, con obiettivi ben precisi. Lo sguardo dei sociologi su questo tema aiuta a capire che l’identità è una costruzione culturale, quasi mai inconsapevole, che si consolida di volta in volta sostenuta dalle èlite dirigenti e dalle istituzioni (Paolo Jedlowski, Duncan Bell). D’altro canto non si può far finta di non vedere che il concetto di identità, soprattutto negli ultimi anni, si è caricato di forti connotazioni ideologiche che si sono concretizzate nella promozione del recupero di tradizioni e di eventi commemorativi finalizzati a supportare scelte politiche e culturali non sempre innocue. Sul piano politico capita che in nome dell’identità si sostengano scelte separatiste a sfondo razzista: la Lega ne è in Italia un chiaro esempio. Quando poi questo concetto si associa anche all’imposizione di una determinata lingua può provocare l’emarginazione di larghe fasce di popolazione: a Barcellona la conoscenza obbligatoria del catalano per l’accesso agli uffici pubblici, alle scuole e all’Università impedisce di fatto l’integrazione di moltissimi immigrati, che pure conoscono il più diffuso castigliano. E dobbiamo essere consapevoli che il famoso modello catalano che molti vorrebbero importare in Sardegna, là dove viene concretamente applicato, i sardi, i nostri amici e compaesani, molto spesso lo subiscono.

Si sostiene, con fondati motivi, che l’identità degli italiani si ritrovi nei valori della Costituzione. Ma c’è anche chi oggi osserva che di fronte a un documento che ha fissato i valori fondanti dello Stato, destinati a durare nel tempo, appena 60 anni dopo la sua promulgazione, nei fatti, la Costituzione sia già profondamente mutata attraverso lente modificazioni della prassi costituzionale e del contesto politico. E se fra cent’anni qualcuno pretendesse di basare sulla Costituzione del ‘48 la ricostruzione dell’identità degli italiani rischierebbe seriamente di travisarne il vero carattere.

Sandra Mereu

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  1. Complimenti a Sandra per l’articolo pure da me, ben spiega come certi discorsi e politiche sull’identità possano celare timori e chiusure, porre barriere e respingere invece di slargare i confini psicologici, culturali ed ideologici.
    A proposito di identità segnalo l’iniziativa dell’Università di Cagliari che in collaborazione con l’Università di Edimburgo sta svolgendo una ricerca, per conto della Regione Sardegna, per capire cosa pensano gli abitanti della Sardegna sui temi dell’identità culturale.

    http://www2.unica.it/isola/ls/index.php?sid=54512&lang=it

    • A conferma di quanto dici, cito da un articolo apparso su La Padania il 13 aprile 2011: “Finisce il buonismo che ha contraddistinto le politiche d’immigrazione in Catalogna. Il Governo catalano, infatti, ha posto la lingua catalana come “requisito determinate”, oltre al castigliano, per conseguire il permesso di soggiorno, anche nel caso di ricongiungimento familiare e di rinnovo della residenza”.

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