Incontro con Luciano Gallino

“Il finanzcapitalismo è una mega-machina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi…L’estrazione di valore è un processo affatto diverso dalla produzione di valore. Si produce valore quando si costruisce una casa o una scuola, si elabora una nuova medicina, si crea un posto di lavoro retribuito…Per contro si estrae valore quando si provoca un aumento del prezzo delle case manipolando i tassi di interesse o le condizioni del mutuo; si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario; si impedisce a sistemi operativi concorrenti di affermarsi vincolando la vendita di un pc al concomitante acquisto di quel sistema, o si distrugge un bosco per farne un parcheggio…”

“Per loro natura il finanzcapitalismo e l’ideologia che lo legittima, il neoliberalismo, sono fieri nemici dei sistemi pubblici di protezione sociale…Uno degli argomenti più comunemente addotti per concludere che i sistemi di protezione sociale non sono più economicamente sostenibili è il deterioramento dei bilanci pubblici…Ora, è incontestabile che il deterioramento dei bilanci pubblici sia un dato reale. Ma appare politicamente ed economicamente scorretto utilizzarlo contro i sistemi pubblici di protezione sociale, ove si consideri che esso è stato generato in massima parte proprio dalle politiche economiche e fiscali del neoliberismo.”

(Da Finanzcapitalismo, la civiltà del denaro in crisi, Einaudi 2011)

Il sociologo Luciano Gallino presenterà il suo ultimo libro “Finanzcapitalismo” a Cagliari il 12 dicembre alle ore 17 all’Hotel Mediterraneo in viale Colombo. L’incontro è stato promosso dall’Associazione ORA TOCCA A NOI con il contributo del Gruppo Misto – Componente SEL del Consiglio regionale della Sardegna.

Discuteranno con l’autore:

– Il sindaco di Cagliari Massimo Zedda
– Gianfranco Bottazzi, Università di Cagliari
– Franco Siddi, segretario nazionale FNSI

  1. Questa crisi (come il neoliberismo sfrenato e senza regole dell’attuale capitalismo post-fordista) è nata negli USA col crollo del settore immobiliare statunitense, che ha minato la qualità e la solidità di alcuni titoli nel portafoglio delle banche (le cartolarizzazioni) ovvero dei cosiddetti “titoli tossici”. Le cause dirette di questa crisi sono di tipo macro e microeconomico.
    La prima causa può ricondursi alla politica monetaria condotta dalla FED (Federal Reserve) USA a partire dalla fine degli anni ’90, con l’innesto nel mercato di tassi di interesse bassi e un eccesso di liquidità al fine di sostenere l’intera economia americana, i consumi, il mercato immobiliare e quindi di ripianare la voragine del debito interno ed estero che l’America ha accumulato fino ad oggi.
    La seconda causa riguarda invece il comportamento dei singoli attori del mercato ed è legata all’inefficacia della regolazione del settore finanziario e al conseguente processo di disintermediazione finanziaria, che coi suoi effetti speculativi ai fini di un profitto sempre più bramato ha interessato i sistemi bancari nazionali e internazionali.
    In ogni caso è chiaro che la causa effettiva di questa crisi recessiva è da correlarsi senza mezzi termini alla filosofia neoliberista post-fordista fondata appunto sulla necessità di consolidare un mercato svincolato da ogni regolamentazione statale e politica.
    E proprio negli USA, dove è nato e si è sviluppato (diffondendosi pian piano a livello globale), questo nuovo capitalismo ultraveloce e selvaggio ha generato una inversione di tendenza a livello socio-economico rispetto all’orientamento egualitaristico concepito dal sistema fordista prevalente nei decenni precedenti (per semplificare), con l’effetto di far aumentare vorticosamente l’indice di disuguaglianza economica fra i diversi strati sociali della popolazione americana. In altri termini: mentre una quota minima di nuclei familiari riesce ad incrementare il proprio reddito pro-capite di una percentuale che in valore assoluto è equiparabile all’incremento di cui godono complessivamente la metà delle famiglie americane, queste ultime – o meglio la maggioranza delle stesse famiglie – sta vivendo in uno stato di semi povertà e di indigenza cronica, e conseguentemente sta aumentando la frattura economica e la disaggregazione sociale all’interno della società americana. Infatti, le retribuzioni salariali del 70% dei lavoratori sono restate ferme o si sono ridotte rispetto al potere d’acquisto vigente e ai livelli reddituali preesistenti e il tasso di disoccupazione è aumentato. Inoltre è precipitato l’obiettivo della piena occupazione a causa della precarietà imposta dalle nuove forme di lavoro flessibile e della discrezionalità contrattuale generata dai nuovi canoni neoliberisti del mercato del lavoro, che considerano ogni forma di contrattazione collettiva organizzata un pericoloso elemento di disturbo.
    In un primo momento si pensava che la crisi non si sarebbe estesa in Europa, ma a partire dal 2009 le prime avvisaglie si sono manifestate anche nel Vecchio Continente (e non solo), a causa della globalizzazione economica e finanziaria, generando un collasso di tutto il sistema a livello internazionale. Tuttavia, mentre in Europa la Francia e la Germania ponevano in vigore interventi di politica economica e finanziaria atti ad affrontare la difficile situazione, in Italia il governo Berlusconi affrontava con assoluta superficialità le dimensioni della crisi e ne sottovalutava gli aspetti. Ricordiamo ancora tutti come l’allora Presidente del Consiglio, con estemporanee e del tutto gratuite affermazioni, oltre che irresponsabili sosteneva che “l’Italia è in condizioni ottimali. Oggi sappiamo che la situazione era di tutt’altra portata perché ne stiamo subendo gli effetti in maniera terrificante: un numero sempre più alto di famiglie, giorno dopo giorno stenta ad arrivare alla fine del mese. Come e quando ne usciremo è difficile prevederlo. Di sicuro la manovra Monti dovrà manifestare l’effettiva validità del suo intervento ma è fin d’ora chiaro che a risanare questa brutale fase recessiva del nostro Paese ancora una volta al sacrificio sono stati chiamati i soliti noti, che hanno già dato. Mentre i sacrifici richiesti alle classi più abbienti sono sempre e ancora insufficienti rispetto alle loro reali capacità di contribuzione. Circa l’equità di questa manovra mi sono già espresso altre volte, aggiungo qui alcune considerazioni sull’inconsistenza della UE. Allo stato attuale l’integrazione europea è ferma alla creazione di un grosso mercato e all’unificazione monetaria (Inghilterra esclusa) mentre è del tutto inesistente a livello politico, visto il soggiacere degli altri stati membri allo strapotere di Francia e Germania. All’interno di questo grosso contenitore proprio l’Inghilterra sembra una meteora impazzita e certamente non serviranno le sue politiche protezionistiche di vecchio stampo a metterla al riparo da questa disastrosa fase recessiva, che metterà invece ancora una volta alla berlina gli strati sociali più deboli della popolazione. E questo purtroppo in ogni luogo, data la iniquità degli interventi che vengono approvati per fronteggiare queste difficili situazioni.

    • Cara Carla, la tua segnalazione sembra molto interessante. Sarebbe bello, a beneficio di tutti i lettori, avere un tuo intervento in proposito.

      • Non sono un’esperta in proposito per questo sollecitavo un confronto. Sulla crisi americana non mi pronuncio, ma il capitalismo selvaggio perseguito dagli States avrà pur un costo… Considerando il mio desiderio di mantenere un legame forte con l’UE, creando qualcosa di solido qui in Sardegna, ma nel contempo conoscere meglio la realtà inglese in particolare, mi auguro che si adottino le strategie giuste nell’Occidente tutto, area storica di grandi conquiste. Tuttavia è vero che il modello anglosassone per quanto efficiente sotto molto aspetti, sia ancora assai improntato a logiche poco convincenti; insomma Cameron, e il Partito Conservatore che rappresenta, penso abbia avuto la meglio a seguito della debolezza e contraddittorietà del precedente Governo Laburista presieduto da Gordon Brown, ma la sua politica complessiva mi pare che finora abbia generato non pochi malumori e tante perplessità, dentro e fuori i confini britannici. Che Eurolandia possa assumere un ruolo di primo piano a livello mondiale con l’evolutissima Germania in testa, seguita da altri Paesi di notevole spessore del Nord Europa, è fuori discussione (grande riscatto per i tedeschi dopo le pesanti sconfitte novecentesche: io sono un’estimatrice di tanti prodotti teutonici!), ma penso sia doveroso uscire dall’eurocentrismo consueto, vista l’ascesa di altre nazioni emergenti nel panorama internazionale.
        Infine, in linea di massima io rimango dell’idea che pur mantenendo ciò che di buono ha prodotto il liberalismo sia necessario seguire un’altra strada, ovvero un modello economico più sostenibile ed equo a livello mondiale, e se “il percorso di Eurolandia è lungo, complesso e caotico, ad immagine della strada percorsa per l’integrazione europea a partire dal 1950” non lo è meno quello per una maggiore integrazione dei popoli e delle rispettive culture ed economie a livello planetario sotto il vessillo della giustizia e del rispetto ambientale.

        Il resto dell’articolo citato qui: http://informazionescorretta.blogspot.com/2011/12/geab-60-italiano.html#ixzz1hBw3ZFxX

  2. Finanzcapitalismo o Turbocapitalismo sono due dizioni diverse del sistema capitalistico post-fordista, caratterizzato dall’eccezionale importanza assunta dai mercati finanziari che hanno sostenuto e alimentato le aspettative (anche speculative) di tanti investitori proiettati esclusivamente verso la massima redditività del capitale, senza sviluppi effettivi e duraturi sull’economia reale.
    Infatti gli andamenti della Borsa non rispecchiano in maniera speculare lo stato di salute effettiva delle imprese e dell’economia in generale, ma il più delle volte il valore dei titoli oscilla seguendo un moto proprio che non rappresenta affatto l’andamento dell’economia reale. In altri termini, il finanzcapitalismo o turbocapitalismo (che si fonda essenzialmente sull’idea neoliberarista del mercato senza regole e del profitto a tutti i costi) contrariamente al capitalismo Keynesiano o Fordista, in cui gli stati nazionali avevano un potere di regolamentazione del mercato, è una forma di capitalismo deregolato che disintegra la coesione sociale, mette seriamente in crisi i principi fondamentali di democrazia, reprime fortemente le intelligenze e la creatività (si pensi al ruolo dell’imprenditore nell’impresa fordista). Inoltre produce vaste fasce di disuguaglianza economica fra differenti strati di popolazione e sottrae potere agli stati nazionali, rendendoli di fatto incapaci di programmare interventi di politica economica di lungo periodo, per il rischio costante della mobilità dei capitali alla continua ricerca di maggiori profitti. Questo modello è entrato in crisi inesorabilmente alla luce delle vicende economiche e finanziarie attuali, sia livello nazionale che internazionale, ma le sue leve di potere sono ancora forti per cui occorrerebbe una forte e decisa inversione di tendenza per porre rimedio ad una situazione ormai non più sostenibile a livello globale, e come è stato evidenziato dall’autore del libro, proprio la sinistra dovrebbe riacquistare la sua capacità autocritica elaborando analisi adeguate a fronteggiare le aberrazioni di un sistema incapace di creare condizioni di benessere economico e sociale eque e dignitose per tutti. Svegliamoci.

  3. Questo libro fa un’analisi lucida e documentata delle cause della crisi economica attuale, mostra come il finanzcapitalismo agisce sui sistemi democratici e quali sono i drammatici costi umani che comporta. Ma allo stesso tempo ci fa capire che il dominio della finanza sulla politica non è un fatto ineluttabile: è un sistema frutto di un progetto politico e in quanto tale può anche essere smontato e ricostruito per ridare forza ai sistemi democratici e speranza di una vita degna di essere vissuta alle persone. Compito tutt’altro che facile, laddove anche le forze di sinistra hanno introiettato i valori del neoliberalismo. Interessante a questo proposito il capitolo dove il sociologo mette in evidenza le responsabilità dei socialisti europei nell’avviare il processo di deregolamentazione nei movimenti di capitali.
    Ecco, una sinistra che volesse veramente ritrovare le ragioni della sua diversità dovrebbe innanzitutto riprendere a riflettere seriamente su questi temi: l’uguaglianza e la giustizia sociale. E lasciare altre questioni ai giudici, terreni o ultraterreni che siano.

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