Sardegna 24 chiude, ma non per sempre

Ha chiuso ieri Sardegna 24, uno dei due giornali lanciati quasi contestualmente sul mercato locale nel giugno dello scorso anno. A prescindere dalle preferenze per la linea editoriale dell’uno o dell’altro quotidiano, non può che dispiacere l’impoverimento del pluralismo dell’informazione in Sardegna che quest’esito comporta e soprattutto il danno provocato ai lavoratori (giornalisti, tecnici e amministrativi). Peraltro questa iniziativa editoriale, da tutti associata a Renato Soru, veniva vantata dai suoi sostenitori, in contrapposizione all’altra, come una vera iniziativa basata sul rischio d’impresa e finalizzata esclusivamente a creare una voce alternativa in un mercato dell’informazione dominato dall’Unione Sarda, quotidiano vicino alla destra berlusconiana che governa attualmente la Regione. Di contro l’altro giornale, Sardegna Quotidiano, veniva additato al pubblico ludibrio come testata al servizio di alcuni politici perché potenzialmente ammesso ad usufruire dei contributi pubblici regionali (a questo proposito su questo stesso blog https://unaltrasestu.com/2011/08/12/liberta-di-stampa/). E inevitabilmente ci si interroga oggi sulle cause che hanno portato, appena sette mesi dopo, gli editori di Sardegna 24 ad abbandonare l’impresa: non avevano valutato bene le potenzialità del mercato? O sono sopraggiunti motivi extra imprenditoriali che hanno fatto venire meno le ragioni per tenere in piedi il giornale? In attesa di capire meglio come è andata, è interessante notare che in un’intervista rilasciata ieri al tg regionale, il direttore di Sardegna 24, Giovanni Maria Bellu – nel frattempo divenuto anche editore dello stesso giornale che dirigeva per tentare di salvarlo – ha sostenuto che cercherà di far rinascere Sardegna 24 in una nuova forma, magari una cooperativa. Cioè in quella forma societaria ammessa a fruire dei contributi pubblici per l’editoria, in forza del provvedimento regionale voluto dal consigliere Uras di Sel. Che dire? Che è sconcertante assistere alla disinvoltura con cui certi imprenditori giocano a fare gli editori sulla pelle dei lavoratori e nello stesso tempo sconfortante ricordare che 7 mesi fa alcuni “puri” di sinistra (perché corrotti sono sempre gli altri) ma stranamente favorevoli al libero gioco del mercato per quanto riguarda la circolazione delle idee e dell’informazione, bollarono quel provvedimento di legge a favore di cooperative costituite da giornalisti lasciati per strada da editori-avventurieri, come un favore a Sardegna Quotidiano. Auguri ai lavoratori di Sardegna 24!

Sandra Mereu

Intervista a Giovanni Maria Bellu:

http://www.youtube.com/watch?v=Olt9mxKKbwg

Quando i poveri mangiavano aragosta…e parlavano in sardo

Quando a Parigi scoppiava la rivoluzione c’era una cittadina, nella costa nord-occidentale della Sardegna adagiata sulle rive del fiume Temo, dove la regina Maria Antonietta avrebbe potuto pronunciare una frase del tipo: “Non hanno pane? Mangino aragosta!”, senza correre il rischio di perdere la testa. Perché davvero a Bosa c’è stato un tempo in cui l’aragosta era il cibo dei poveri, talvolta l’avanzo del pescato che i pescatori tenevano per sfamare se stessi e le loro famiglie. Lo apprendiamo da un interessante documento del 1789 conservato nell’archivio comunale di Bosa. Si tratta di un registro in cui un ufficiale dell’antica città regia di Bosa annotava scrupolosamente, tra le altre cose, il prezzo stabilito per la vendita degli alimenti. L’aragosta, oggi cibo di lusso per eccellenza, costava allora “chimbe cagliaresos sa libera”: era cioè più a buon mercato dell’anguilla, “s’ambidda frisca de su Riu”, che invece costava “noe cagliaresos sa libera”, e quanto “sa salpa”, oggi considerato un pesce di terza scelta.

L’aranzellu, così è denominato questo documento, è dunque un’importante testimonianza di come i gusti alimentari sono cambiati nel corso della storia e del fatto che molti cibi un tempo riservati ai poveri sono diventati oggi cibo d’élite. Ma l’aranzellu è un prezioso documento anche per ricerche di tipo linguistico, già a partire dalla doppia denominazione con cui viene indicato l’ufficiale che lo redigeva: amostassen e castaldo. La coesistenza di due diversi modi per indicare la medesima figura fa pensare che il “castaldo”, che si ritrova anche negli statuti sassaresi e in quelli di Castelsardo, sia stato sostituito dall’amostassen, un ufficiale pubblico che svolgeva funzioni analoghe al castaldo di origine italiana, ma il cui nome di derivazione araba rimanda alla conquista dell’isola da parte dei catalano-aragonesi, avvenuta tra il XIV e il XV secolo.

Dal punto di vista linguistico, in questo documento è curioso notare che mentre il termine italiano è presente solo nel testo dell’aranzellu, il termine amostassen viene usato in tutti gli altri documenti dell’archivio storico comunale in cui si fa specifico riferimento a quelle funzioni. Ciò si spiega con il fatto che l’intero testo del registro è scritto in sardo, mentre gli altri documenti sono scritti in catalano e successivamente in spagnolo. Evidentemente il termine più antico, per quella tendenza conservativa tipica della lingua sarda, era sopravvissuto nell’uso della popolazione anche dopo il tramonto dei comuni italiani istituiti dai genovesi e dai pisani. L’aranzellu conteneva infatti dettagliate prescrizioni di carattere annonario e igienico che per essere rispettate da tutta la popolazione venivano rese pubbliche attraverso un bando scritto nella lingua conosciuta e parlata da tutti, ovvero il sardo logudorese nella variante bosana. La persistenza del termine “castaldo” nell’uso popolare, dopo quattrocento anni di dominazione iberica, ricorda un po’ quel fenomeno linguistico che si osservava sino a qualche tempo fa tra in nostri anziani i quali continuavano ad usare l’espressione “cincu francusu” per dire “cinque lire”. Ma l’aspetto più interessante, a mio parere, risiede nel fatto che, come emerge chiaramente in questo documento, in passato l’uso del sardo nei documenti ufficiali serviva per facilitare la comprensione del contenuto degli ordini impartiti dalle autorità cittadine o delle informazioni utili alla convivenza civile. Assolveva cioè a quella che è la funzione fondamentale di una lingua: comunicare. E proprio per questo il sardo usato nei documenti ufficiali era la trasposizione scritta di quello parlato abitualmente dalla popolazione, per lo più analfabeta.

La lezione linguistica che ho appreso dallo studio di questo singolare documento mi viene spesso in mente ogni volta che sento parlare oggi di una lingua sarda comune costruita a tavolino (LSC), da usare nei documenti scritti ufficiali. Una lingua che nessuno parla, che per comprendere bisogna prima studiare, impararne il lessico e la sintassi. E mi domando quanto il sogno di una lingua finalmente comune a tutti i sardi, prima scritta che parlata, possa avere una qualche possibilità di realizzazione su larga scala, senza che vi sia accanto alla motivazione ideale una finalità pratica tale da spingere le persone ad impararla. Tanto più oggi che anche gli anziani dialettofoni faticano meno ad apprendere i contenuti di una delibera del consiglio comunale in italiano piuttosto che in LSC.

Sandra Mereu