Il provvedimento del governo sul commercio non piace, neanche a Sestu

Le liberalizzazioni proposte dal governo, come era prevedibile, stanno incontrando l’ostilità delle categorie professionali e dei settori (farmacie, carburanti ed energie, banche e assicurazioni, trasporti, poste, commercio) che dalla situazione vigente sinora hanno tratto privilegi e  vantaggi a danno dei consumatori e in generale della maggioranza dei cittadini. Nella prospettiva di chi le sostiene, le liberalizzazioni avrebbero invece l’effetto di abbassare i prezzi, sbloccare gli investimenti, creare lavoro e quindi di aiutare i consumatori e le imprese. Su una specifica proposta però, anche chi in generale è favorevole alle liberalizzazioni ha sollevato non poche perplessità: la deregolamentazione degli orari di apertura dei negozi. Il commercio al dettaglio è infatti un settore in cui, ben prima d’ora, sono stati attuati incisivi interventi di liberalizzazione e sburocratizzazione che hanno interessato circa 800.000 imprese. Con la riforma Bersani già nel 1998 furono eliminati i vincoli numerici, i requisiti di abilitazione e le licenze per l’apertura dei negozi e successivamente furono trasferite alle Regioni le competenze legislative. Di fronte alle sfide  imposte oggi a questo settore dal mercato globalizzato e dall’urgenza di conferirgli una connotazione locale e integrata con altri fattori di sviluppo, che lo qualifichino come strumento di servizio ad alto valore aggiunto per le comunità di riferimento, la semplice liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali e festive rischia di rivelarsi un rimedio peggiore del male. Sul fronte dei contrari ci sono ad esempio i sindacati che ci vedono il rischio di un peggioramento generale delle condizioni di lavoro, sia per i dipendenti che per gli stessi commercianti (con particolare riferimento ai piccoli esercenti). Mentre le più importanti associazioni di categoria (Confcommercio, Confesercenti) sostengono che a trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, e i piccoli esercizi pian piano si vedranno costretti a chiudere. Gli enti locali, in relazione alla considerazione della realtà economica del proprio territorio di riferimento, stanno invece assumendo in merito posizioni diversificate.

Il comune di Sestu, dove l’amministrazione è impegnata su più fronti per favorire il rilancio del commercio locale nel centro storico (compreso quello urbanistico, come abbiamo avuto modo di leggere nel precedente post), riconoscendone anche l’importante valenza di carattere sociale, è tra quelli che non vede di buon occhio il provvedimento del governo. A questo proposito l’assessore al commercio e alle attività produttive, Maria Fedela Meloni, ha tenuto a farci sapere, attraverso un comunicato, che a suo avviso la liberalizzazione degli orari e l’apertura domenicale è assolutamente inopportuna. In una fase così delicata come quella che stiamo attraversando – spiega nella nota – un provvedimento del genere non favorisce di certo il rilancio dell’ economia, dei consumi e men che meno la libera concorrenza. Anche per il nostro assessore, infatti, questa scelta comporterà la chiusura di molte piccole aziende e imprese, con conseguenze negative sull’occupazione, già fortemente precaria e instabile, e rischi di inasprimento dei conflitti sociali. In linea con quanto dichiarano i sindacati, l’assessore Meloni è inoltre convinta che risulterà insostenibile per gli operatori e i lavoratori del settore coniugare il lavoro con i ritmi  quotidiani, a tutto danno della qualità della vita. “La crisi che stiamo attraversando non si supera così! – è il suo giudizio conclusivo – Quello che manca ai nostri cittadini sono le risorse, ovvero i soldi, e non certo i momenti e le occasioni per poterli spendere. Così rischiamo seriamente il paradosso: vedere i negozi costretti a stare aperti no stop ma sempre più deserti!”

Sandra Mereu

Una risposta

  1. Sono d’accordo con le perplessità legate al commercio delle piccole aziende, spesso a conduzione pressoché familiare, che non hanno i numeri per poter tenere aperto l’esercizio commerciale full time, sia perché hanno poco personale, sia perché (solo per dirne una) gli introiti derivanti dall’orario ampliato non sarebbero proporzionati ai consumi energetici conseguenti. Come appare ben chiaro anche a chi, come me, non ha particolare preparazione in questo settore, la grande distribuzione ha invece ben altre possibilità anche in questo senso. Si, il rischio sarebbe davvero l’impoverimento del tessuto produttivo locale, a discapito anche della qualità della vita.

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