“Fogu, fogu pò donnia logu”

Il periodo invernale che dalle feste solstiziali conduce all’equinozio di primavera, quando il sole diventato adulto rinnova il periodo più luminoso dell’anno, è contrassegnato da una serie di feste e cerimonie di segno diverso. Alcune orgiastiche e trasgressive come il Carnevale, altre purificatorie e penitenziali come la Candelora, le Ceneri e la Quaresima. Rimandano invece ad antichi riti pagani propiziatori, che si sono poi fusi con credenze cristiane più recenti, le feste di Sant’Antonio Abate e di San Sebastiano.  Di quest’ultima ho già detto su questo stesso blog. Oggi, in coincidenza con la festa che si celebra in tutta l’isola, voglio parlare del culto di Sant’Antonio Abate  e delle tradizioni ad esso legate.

Fin dal lontano passato la figura di questo Santo, ancora oggi molto celebrato, ha esercitato un particolare fascino presso i popolani di tutte le regioni italiane e sul suo conto sono fiorite numerose leggende. Tra tutte, la più conosciuta è quella che gli attribuisce il merito di aver fatto conoscere agli uomini l’uso del fuoco. Con la scusa di riscaldarsi, discese all’inferno da dove trafugò, con la complicità del suo maialino, il “sacro elemento” servendosi del suo bastone di ferula. Risalito sulla terra, accese una catasta di legna e da allora il fuoco incominciò a riscaldare tutta l’umanità. Una versione tutta sarda della leggenda evidenzia che Sant’Antonio portò la magica e calda fiamma anche nella terra dei nuraghi accompagnandola al grido di: “Fogu, fogu pò donnia logu; linna, linna pò sa Sardinna”. E’ evidente il richiamo al mito di Prometeo e quindi a tradizioni e culti antichissimi che, innestatisi nella fede cristiana, sono giunti fino a noi con tutto il fascino e il mistero della lunghissima storia del Su Fogu, da sempre temuto e venerato. Per i filosofi greci era uno dei “quattro elementi” dell’Universo, oggi è perlopiù associato al colore del sangue, al calore del corpo e quindi alla vita. La fiamma e il suo perpetuo ardere perdurano invece nel tempo come espressione e simbolo del divino e della Divinità.

Studi basati su documenti e testimonianze degne di fede* evidenziano che il “padre del monachesimo” non è solo una figura leggendaria ma sarebbe realmente vissuto in Egitto da eremita, tra il 250 e il 356, lungo le sponde del Nilo e nel deserto di Monte Qolzum dove l’Abate Antonio si spense ultracentenario il 17 gennaio. Da allora, la tradizione popolare proprio nel cuore dell’inverno, la notte tra il 16 e il 17 gennaio, affida all’unica usanza dei falò accesi il compito di rinnovare gli antichi culti e riti pagani, caricandoli di significati propiziatori e purificatori. Le pratiche e credenze cristiane attribuiscono al Santo e alle sue reliquie miracoli, prodigi ed immensi poteri taumaturgici. Ancora oggi Sant’Antonio Abate viene invocato dai malati dell’herpes zoster, popolarmente conosciuto proprio come “fuoco di Sant’Antonio”. Poiché si credeva che il fuoco potesse bruciare ogni malattia del mondo, alle fiamme dei grandi falò accessi la notte della vigilia del 17 gennaio si riconosceva una funzione purificatrice.

In Sardegna, quando gli ultimi tizzoni sono quasi spenti, c’è ancora gente che si preoccupa di portare a casa monconi di legno carbonizzato per conservarli come amuleti contro il dolore di ventre e altri malanni. Ma la festa di Sant’Antonio, al di là degli aspetti religiosi, ha rappresentato per le comunità sarde un appuntamento molto suggestivo per la funzione aggregante che svolgeva. Nei giorni immediatamente precedenti la festa, i giovani dei vari paesi dell’isola di nome Antonio e coloro che ritenevano di aver ricevuto dal Santo una specifica grazia, provvedevano alla raccolta della legna da ammucchiare per il falò che la notte della vigilia veniva acceso nei piazzali delle Chiese a lui dedicate. Per consuetudine si disponevano grossi tronchi secondo una configurazione tronco-conica che ricorda quella di un grosso bétile (elemento tipico della simbologia fallica e quindi della fertilità). I tronchi venivano poi avvolti con arbusti e fascine secche per facilitarne la corretta combustione. Nella fase della preparazione della catasta, tra i vari gruppi di giovani impegnati spesso sorgeva una sorta di competizione spontanea per sistemare i ceppi più grossi nel miglior modo possibile, affinché il fuoco rimanesse acceso tutta la notte e la gente potesse prolungare la propria presenza intorno al falò, ballando e cantando allegramente fino all’alba. Da parte loro le ragazze partecipavano simbolicamente ai preparativi per l’innalzamento della pira offrendo dolci e frutta ai loro coetanei. La sera, al termine della funzione, il sacerdote in processione compiva tre giri intorno al cumulo di legna e lo benediceva. L’accensione del falò costituiva il momento più importante e solenne del rito, che ancora oggi viene eseguita seguendo modalità ben precise. Il fuoco viene appiccato in un punto ben preciso della pira, perché dal suo andamento iniziale si traggono buoni o cattivi auspici per l’annata e le sorti della gente. Si credeva infatti che la diffusione rapida delle fiamme fosse presagio di buona annata, mentre  tentennamenti nello sviluppo delle stesse o addirittura lo spegnersi del primo focolaio erano considerati segno di cattiva annata e di malo auspicio per la comunità.

Nei paesi a prevalente economia pastorale, quando il fuoco divampava in un gran rogo, venivano fatte sfilare alcune pecore a simboleggiare le greggi della comunità. Questo rituale segnava un particolare momento di allegria fra i presenti perché i pastori, spesso e volentieri, erano costretti a rincorrere gli animali che fuggivano spaventati dalle fiamme. Secondo gli studiosi di tradizioni popolari, la partecipazione dei pastori con la piccola rappresentanza di animali aveva il duplice scopo di esorcizzare l’intera comunità e le bestie dal rischio di malattie e di propiziare una feconda annata per tutti. Durante la festa, quando le fiamme si attenuavano, tra i giovani di ambo i sessi era consuetudine saltare il fuoco tenendosi per mano, riesumando in tal modo un antico rito legato alla procreazione e quindi, al perpetuarsi della vita. Ma in tanti paesi della Sardegna la festa di Sant’Antonio Abate ha segnato e segna tuttora l’inizio del Carnevale. A Mamoiada, ad esempio, dopo l’accensione del falò escono in corteo le maschere dei Mamuthones e Issocadores e con la loro danza ritmica eseguita attorno al fuoco danno avvio ai festeggiamenti Carnevaleschi. Per l’occasione, ai visitatori presenti viene offerto un piatto di fave con cotenna di maiale e dolci tipici del luogo, tra cui su papassinu nigheddu: una specie di panforte con mandorle, noci, nocciole, uvetta, miele, buccia d’arancia e mosto raffinato con la cenere bollente.

A Sestu i fuochi di Sant’Antonio si sono  estinti agli inizi del secolo scorso, ma i sestesi ancora per moltissimi anni hanno continuato a raccogliere e ammucchiare legna per accendere altri falò che, proprio nel freddo mese di gennaio, divampavano in onore di San Sebastiano nelle piazze del paese. E quasi a volersi riscattare per aver abbandonato l’antico culto di Sant’Antonio Abate, la comunità ha continuato sino ai nostri giorni a cantare e ballare in allegria intorno al suo miracoloso e leggendario falò.

Roberto Bullita

* Vita S. Antonii di Atanasio di Alessandria (suo discepolo), IV sec., ripresa poi dalla Legenda Aurea di Iacopo da Varagine, XIII sec.

Una risposta

  1. Al racconto suggestivo di Roberto vorrei aggiungere che a Bitti, immediatamente dopo l’accensione del fuoco, i giovani si confrontano in una gara di coraggio, abilità e destrezza tentando di prendere un pane dolce, il pane di Sant’Antonio, legato in cima a una palo alto disposto al centro del falò. Invece nel mio paese d’origine, Lodine, si dice “parese su porheddu de s’ifferru” (sembri il maialino dell’inferno), riferito a una persona che quando si muove lascia intorno a sé disordine e scompiglio, come fece il maialino di Sant’Antonio per distrarre le schiere dei diavoli mentre il santo rubava il fuoco per gli uomini..

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