“Doppio cielo” di Giulio Angioni (Il Maestrale 2010)

Doppio cielo, l’ultimo romanzo di Giulio Angioni, edito dalla Casa Editrice il Maestrale di Nuoro, è un libro che parla del lavoro e racconta dei lavoratori, delle loro vite, delle loro passioni. Non è una novità per chi conosce l’opera dello scrittore e antropologo guasilese ormai tradotto in molte lingue del mondo. In doppio cielo, il contadino Luisu (Luigi Melas) diventa minatore, insieme a Baieddu il suo puledro baio. Da Fraus direttamente a Carbonia, dopo un viaggio enorme.  Il tempo del romanzo è quello della guerra, la seconda mondiale, ma è anche il tempo del fascismo agonizzante, per cui ora si può criticarlo, come fa il compagno e maestro di lavoro di Luisu, Ferriero Dondi, toscano, anarchico e rivoluzionario. Gli parla della santa anarchia Dondi, che è solo un’idea, un desiderio, ma “è un’idea che serve. Eccome se serve, l’anarchia. Col desiderio si può molto di più che con la sola volontà”. Ferriero Dondi si presenta così: “Sono pacifista io e antimilitarista, renitente alla leva. Ma sono figlio di papà, se no ero a Gaeta in fortezza, non a Carbonia in miniera. E chi mi ci ha mandato? La mia fede anarchica, la polizia dell’OVRA, il federale di Pisa, la milizia, il duce, la malasorte, le inique sanzioni, questi tempi schifosi di fascismo che manda a Carbonia i nemici interni da tenere a bada”. E farà conosce a Luisu cos’è la miniera, con i suoi argani e le sue pompe, le volate, le mine, i gas di miniera, il grisù. E gli parlerà dell’anarchico Schirru, ucciso per aver pensato di attentare alla vita del duce.

In miniera a Carbonia, nella grande miniera di Serbariu, scenderà anche Baieddu, “legato appeso sotto il pavimento della gabbia (…) sospeso a pancia in giù nel buio vuoto”. E sempre la miniera sarà il luogo in cui Luisu incontrerà minatori venuti lì da altri luoghi per portare i loro saperi, saperi di mani esperte. Incontrerà anche il Polacco, figura di capo sorvegliante crucco che ha militarizzato la miniera e deve farla funzionare per sconfiggere, con il carbone autarchico, le democrazie plutogiudaiche. Ma il Polacco è anche il fedele alleato e, come altri crucchi, cane da guardia del fascismo. Con tutti questi personaggi in Doppio cielo Angioni crea un mimetismo linguistico, costruito con le loro battute. Come negli altri romanzi i vari personaggi, a seconda della loro origine, parlano con cadenze e stilemi del sardo del toscano e del siciliano. Una scelta stilistica  che non può dirsi fine a sé stessa: nel tipico linguaggio retorico e militaresco e in fondo vuoto di emozioni del polacco, direttore di miniera e gerarca, si intravede l’agonia di un regime agonizzante. Il lavoro è centrale in questo romanzo, il lavoro con le sue fatiche e i suoi saperi. C’è quasi un filo continuo nell’opera di Angioni che dal mito arcadico del “Sale sulla ferita”, passa per la scienza biologica e genetica di “Alba dei giorni bui”, e arriva alla tecnica del minatore di “Doppio cielo”, con i suoi argani, le berlinette, il banco di miniera, il pozzo di miniera, la volata, la mina, la lampada, l’acetilene, il palo di puntello, eccetera.

Insieme al lavoro, al vento della rivolta che monta, nella miniera Luisu conoscerà anche la solidarietà e l’amore che lo porterà ad assumere un atteggiamento sempre più sprezzante nei confronti delle ingiustizie, ma anche del pericolo e degli imprevisti che il lavoro sotto terra ha insiti nella sua natura. Ma è il lavoro il vero protagonista di questo romanzo,  il lavoro della mano, della mente e del corpo: “Dunque c’è che ha un corpo musicale, un corpo ballerino, un corpo bello come Marialuisa Macis, un corpo contadino come Luisu Melas ma qui si deve fare un corpo minatore, specie perché ha un corpo bovaro, l’ultimo gradino dei corpi di campagna” (pag. 49).  E ancora  Luisu: “L’ha capita per  davvero questa storia del corpo minatore: integro o mutilato, sveglio  o addormentato, attento o distratto, persino vivo  o morto, un corpo minatore è fatto e poi rifatto nel lavoro in galleria, è soprattutto un corpo riadattato al sottosuolo, che sa già tutto per conto suo” (pag. 51). Bene, io mi fermo qui a voi il piacere di continuare nella lettura.

Pier Giorgio Serra

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