Quando i poveri mangiavano aragosta…e parlavano in sardo

Quando a Parigi scoppiava la rivoluzione c’era una cittadina, nella costa nord-occidentale della Sardegna adagiata sulle rive del fiume Temo, dove la regina Maria Antonietta avrebbe potuto pronunciare una frase del tipo: “Non hanno pane? Mangino aragosta!”, senza correre il rischio di perdere la testa. Perché davvero a Bosa c’è stato un tempo in cui l’aragosta era il cibo dei poveri, talvolta l’avanzo del pescato che i pescatori tenevano per sfamare se stessi e le loro famiglie. Lo apprendiamo da un interessante documento del 1789 conservato nell’archivio comunale di Bosa. Si tratta di un registro in cui un ufficiale dell’antica città regia di Bosa annotava scrupolosamente, tra le altre cose, il prezzo stabilito per la vendita degli alimenti. L’aragosta, oggi cibo di lusso per eccellenza, costava allora “chimbe cagliaresos sa libera”: era cioè più a buon mercato dell’anguilla, “s’ambidda frisca de su Riu”, che invece costava “noe cagliaresos sa libera”, e quanto “sa salpa”, oggi considerato un pesce di terza scelta.

L’aranzellu, così è denominato questo documento, è dunque un’importante testimonianza di come i gusti alimentari sono cambiati nel corso della storia e del fatto che molti cibi un tempo riservati ai poveri sono diventati oggi cibo d’élite. Ma l’aranzellu è un prezioso documento anche per ricerche di tipo linguistico, già a partire dalla doppia denominazione con cui viene indicato l’ufficiale che lo redigeva: amostassen e castaldo. La coesistenza di due diversi modi per indicare la medesima figura fa pensare che il “castaldo”, che si ritrova anche negli statuti sassaresi e in quelli di Castelsardo, sia stato sostituito dall’amostassen, un ufficiale pubblico che svolgeva funzioni analoghe al castaldo di origine italiana, ma il cui nome di derivazione araba rimanda alla conquista dell’isola da parte dei catalano-aragonesi, avvenuta tra il XIV e il XV secolo.

Dal punto di vista linguistico, in questo documento è curioso notare che mentre il termine italiano è presente solo nel testo dell’aranzellu, il termine amostassen viene usato in tutti gli altri documenti dell’archivio storico comunale in cui si fa specifico riferimento a quelle funzioni. Ciò si spiega con il fatto che l’intero testo del registro è scritto in sardo, mentre gli altri documenti sono scritti in catalano e successivamente in spagnolo. Evidentemente il termine più antico, per quella tendenza conservativa tipica della lingua sarda, era sopravvissuto nell’uso della popolazione anche dopo il tramonto dei comuni italiani istituiti dai genovesi e dai pisani. L’aranzellu conteneva infatti dettagliate prescrizioni di carattere annonario e igienico che per essere rispettate da tutta la popolazione venivano rese pubbliche attraverso un bando scritto nella lingua conosciuta e parlata da tutti, ovvero il sardo logudorese nella variante bosana. La persistenza del termine “castaldo” nell’uso popolare, dopo quattrocento anni di dominazione iberica, ricorda un po’ quel fenomeno linguistico che si osservava sino a qualche tempo fa tra in nostri anziani i quali continuavano ad usare l’espressione “cincu francusu” per dire “cinque lire”. Ma l’aspetto più interessante, a mio parere, risiede nel fatto che, come emerge chiaramente in questo documento, in passato l’uso del sardo nei documenti ufficiali serviva per facilitare la comprensione del contenuto degli ordini impartiti dalle autorità cittadine o delle informazioni utili alla convivenza civile. Assolveva cioè a quella che è la funzione fondamentale di una lingua: comunicare. E proprio per questo il sardo usato nei documenti ufficiali era la trasposizione scritta di quello parlato abitualmente dalla popolazione, per lo più analfabeta.

La lezione linguistica che ho appreso dallo studio di questo singolare documento mi viene spesso in mente ogni volta che sento parlare oggi di una lingua sarda comune costruita a tavolino (LSC), da usare nei documenti scritti ufficiali. Una lingua che nessuno parla, che per comprendere bisogna prima studiare, impararne il lessico e la sintassi. E mi domando quanto il sogno di una lingua finalmente comune a tutti i sardi, prima scritta che parlata, possa avere una qualche possibilità di realizzazione su larga scala, senza che vi sia accanto alla motivazione ideale una finalità pratica tale da spingere le persone ad impararla. Tanto più oggi che anche gli anziani dialettofoni faticano meno ad apprendere i contenuti di una delibera del consiglio comunale in italiano piuttosto che in LSC.

Sandra Mereu

  1. Qui in Sardegna l’aragosta è costata pochissimo fino agli inziai degli anni ’50. Ricordo che svariati anni fa, mia madre (che ad oggi è un’agguerrita novantenne e mezzo) mi raccontò che da ragazza mangiare l’aragosta era come potersi permettere oggi un chilo di sardine o quasi. Poi sappiamo come il mercato ha trasformato il valore del crostaceo. Una cosa analoga è accaduta anche al tonno. Qualche anno fa, mi è capitato di seguire un servizio su Report, laddove un venditore ittico affermava che primo dell’avvento del sushi, nei mercati del Nord Italia, non compravano il tonno fresco neppure a 2.000 lire il kg. Ma anche qui la tendenza del mercato ha fatto si che il prezzo del tonno di qualità sia salito anche olre i 20 euro al kg. Per quanto riguarda l’uso della lingua sarda mi piacciono le conclusioni che trai nell’articolo. Secondo me, data l’esistenza di: campidanse, barbarcino, logudorese, gallurese, catalano, carlofortino (genovese), ogliastrino, etc. appare evidente che non possa esistere un’unica lingua sarda costruita a tavolino. Per di più queste lingue pian, piano si perderanno perchè ci sarà sempre un minor numero di genitori che tramanderà l’eredità verbale della lingua sarda.

  2. La lingua sarda si sta contraendo come lingua parlata. E’ un dato di fatto. A poco sono servite sinora le politiche regionali e i relativi finanziamenti pubblici per salvarla. Occorre evidentemente cambiare strategia, svincolare il problema dall’approccio a cui siamo abituati. Occorre cioè slegare il tema della lingua sarda da quello dell’identità etnica e ancorarlo piuttosto ai riconosciuti vantaggi cognitivi del bilinguismo. Lo spiegano bene Silvano Tagliagambe e Gianni Loy in una serie di Ted conference sarde:

  3. Continua ad essere per me un mistero il perché un’ampia fetta della popolazione sarda si ostini a dividere artificialmente in due il sardo. Una divisione superficiale, con scarse basi e del tutto imprecisa ed escludente per varietà – come la limba de mesania – che non sono rappresentate in alcun modo da tale divisione. Continuo a non capire perché un sistema di norme di scrittura (la LSC) -che chi descrive come un OGM generalmente non ha mai provato ad utilizzare- debba essere considerato pericoloso e lo stato attuale della lingua o la sua frammentazione no. Continuo a non capire perché si considera artificiale ciò che è normale ad es. per l’italiano: una norma di scrittura comune e dialetti e/o accenti locali. Non mi capacito di come l’imposizione di una lingua artificiale in Sardegna come l’italiano sia avvenuta in pochi anni con successo e imparare lo standard di scrittura di una lingua con cui il 70% dei sardi hanno relazione attiva o passiva ogni giorno, dovrebbe essere un abominio. E’ difficile e poco intuitiva si dice. Conosco due ragazzi inglesi con genitori spagnoli: sanno parlare e scrivere l’inglese, imparato a scuola, ma non sanno scrivere lo spagnolo. Ovvio direte, se non lo hanno studiato non lo sanno scrivere, perché la loro lingua di riferimento è l’inglese, la corrispondenza tra suoni e scritture è inglese. Se ciò vale per inglese e spagnolo, per italiano e francese, perché non dovrebbe valere per il sardo? Il sardo non può essere scritto come l’italiano, esattamente come l’italiano non può essere scritto con i criteri di qualsiasi altra lingua. Non capisco davvero perché nel caso del sardo ci aspettiamo di scrivere senza studiare. IL sardo è debole perché non ammettiamo l’esigenza di una lingua normata, varia ma con uno standard, insegnata a scuola, usata in pubblico e in privato, presente in radio e in tv. Non dobbiamo inventarci nulla: è quello che hanno fatto le minoranze di tutta europa come -e sono solo alcune- catalani, baschi o fiamminghi. Basta copiare, e stare tranquilli che di pericoloso ed innaturale c’è solo la morte del sardo.

  4. Ho letto con molta curiosità e interesse l’articolo e concordo pienamente con le considerazioni finali sul sogno, che credo, oggi, irrealizzabile, della riproposizione dell’uso corrente della lingua sarda. La mia idea è che una lingua è qualcosa di vivo che cresce, si alimenta e si arricchisce con l’uso che deve necessariamente nascere dal basso, ossia dalla gente che la parla correntemente in famiglia e fuori, ma oggi vedo che in larga misura, a parte alcune persone anziane, ci si esprime in italiano. Visto che oramai i buoi sono scappati dalla stalla sarebbe auspicabile che, quantomeno, si riuscisse a far in modo che il sardo, istituzionalmente, diventi oggetto di studio per non perdere definitivamente le nostre radici storico-culturali legate al sardo parlato di tanti, troppi anni fa’.

    • quindi chi lo parla dovrebbe anch’essa diventare oggetto di studio? dovresti prestare più attenzione a come parla la maggior parte dei giovani, il sardo si è trasformato in un italiano regionale spaventoso, la sintassi è rimasta quella, hanno solo tradotto il lessico. il prodotto è un orripilante ibrido che fa di noi, ancora una volta, una barzelletta.
      chiediamoci perchè ci siamo lasciati violentare in questo modo da un’Italia che non sa neppure insegnare l’italiano ai nostri figli. io parlo il sardo ancora oggi così come altre lingue europee e non mi vergogno della mia lingua, mia madre e mio padre parlavano quella lingua e io sono ancora giovane, come me tanti altri.
      cosa ne facciamo della nostra storia, dei nostri ricordi scritti in lingua sarda? li dimentichiamo o cerchiamo di sostituirli con traduzioni in italiano?

  5. Lingua è comunicazione. Quando si smette di comunicare la lingua muore. In Sardegna siamo passati da una situazione di diglossia (ossia compresenza di due lingue, in cui alla varietà percepita come alta, nel nostro caso l’italiano, vengono demandati compiti di lingua prestigiosa, viene utilizzata in contesti formali, e una varietà percepita come bassa, nel nostro caso il sardo, usato nei rapporti interpersonali, fondamentalmente orale) ad una situazione di dilalia, in cui la varietà alta può essere usata in tutti gli ambiti anche quelli informali e familiari accanto all’altra. La diglossia non è una situazione di svantaggio, perché le due lingue hanno una distribuzione complementare, non si affiancano, ognuna ha il suo campo, la differenza è di carattere funzionale, ma i confini sono ben netti, mentre nella situazione di dilalia, la lingua alta invade gli spazi di quella più debole, c’è una sorta di compresenza. Quando abbiamo smesso di comunicare in sardo? Perché abbiamo smesso? Negli anni si sono susseguiti i tentativi, riusciti o meno, di una politica di pianificazione linguistica. È interessante osservare come si avverta il problema della imminente e quasi effettiva scomparsa di una lingua, e per chi questa la parla ancora (qualsiasi variante essa sia) il problema di come scriverla. Ci si interessa delle origini di una lingua, delle sue varietà e differenze, di regolarizzarne la scrittura; la lingua viene vista come collante di un popolo, di una cultura, segnale di appartenenza. La lingua è tutto questo, ed altro ancora. Ma prima di tutto, la lingua è un sistema di comunicazione. Quando e perché abbiamo smesso di comunicare in sardo? Questo è il punto di partenza.

  6. L’aranzellu di Bosa e tanti altri documenti ufficiali scritti in sardo che si trovano negli archivi dimostrano che in Sardegna la lingua della burocrazia e del potere era parlata correntemente e capita pienamente da una minoranza della popolazione e nondimeno la popolazione ne adottava spontaneamente parole e modi di dire che risultavano efficaci ai fini della comunicazione (molte parole che si usano nel sardo sono di origine spagnola) o si sforzava di apprenderla compiutamente per raggiungere una più piena integrazione nella società. Oggi che la lingua ufficiale (l’italiano) è conosciuta da tutti il problema è diventato quello di salvare il sardo dal rischio di estinzione.

    Anche io come Gabriele Soro ho seri dubbi sul fatto che una norma linguistica costruita a tavolino e imposta dall’alto possa contribuire a raggiungere questo obiettivo. Ma ciò non significa rinunciare ad una politica linguistica regionale laddove questa si proponga di favorire la conoscenza e l’uso corrente della lingua sarda, slegandola da scelte ideologiche o anche identitarie e avendo come obiettivo l’arricchimento delle capacità espressive e della formazione culturale dei sardi. Una politica linguistica che mirasse a questo dovrebbe però tenere in maggiore considerazione il fatto che le lingue si evolvono attraverso complessi meccanismi di contaminazione che rispondono a leggi interne alla lingua stessa e che in definitiva solo i parlanti possono decretare il diritto di vita o di morte di una lingua.

    Rimanendo nell’ambito della lingua scritta, la ragione per cui oggi si legge in sardo non è evidentemente di natura pratica ma squisitamente culturale. Il sardo, proprio perché ha perso il suo carattere di lingua della quotidianità, è diventato patrimonio lessicale dei poeti, sempre alla ricerca di parole rare e preziose a cui legare significati fuori dal senso comune. Il sardo anche in letteratura, dunque, si sta ritirando all’interno di una cerchia ristretta.

    Ma se allarghiamo lo sguardo al di fuori della nostra isola, è la stessa letteratura a dirci come una lingua minoritaria o più precisamente un dialetto può diventare non solo patrimonio comune dei parlanti della regione d’origine ma addirittura dell’intera Nazione. Mi riferisco al siciliano dei romanzi di Camilleri, e in particolare ai gialli che hanno come personaggio principale il commissario Montalbano. Libro dopo libro, anno dopo anno quello strano impasto linguistico di dialetto siciliano e di italiano ci è diventato familiare. Quella che si legge in quei romanzi è una lingua che combina i diversi i livelli linguistici: dal dialetto al dialetto italianizzante, all’italiano dei semicolti (quello di Catarella, per intenderci), all’italiano locale e regionale sino ad arrivare all’italiano alto, interpretato dai personaggi più colti. Una lingua che – come dice la prof.ssa Bertini Malgarini – “…sia pure attraverso il filtro di una letterarietà quanto mai complessa e stratificata [è] qualcosa di non lontanissimo dalla realtà linguistica contemporanea dell’isola”. Leggere la “Forma dell’acqua” era stato un po’ faticoso, ma nonostante ciò abbiamo letto anche i successivi romanzi, perché quella scrittura era piacevole e perché il personaggio e il suo autore sono diventati immediatamente un modello di identificazione per milioni di italiani. Dalla letteratura dunque una lezione per gli accademici e i politici che si affannano, spesso con pochi frutti e tanto denaro pubblico, per salvare la lingua sarda.

  7. Una minoranza di sardi è impegnata per il “bilinguismo”, e ne ha fatto una bandiera. In realtà però in Sardegna esiste una pluralità di “parlate”. Il campidanese e il logudorese sono i due gruppi principali della lingua sarda, dai quali discendono delle sottofamiglie: gallurese, barbaricino, ogliastrino, sulcitano, campidanese del Sarrabus… Poi, una minoranza nella minoranza si batte per la costruzione di una lingua sarda comune, unica.
    C’è da chiedersi però perché la lingua italiana, via via, è diventata sovrana. Manca una analisi del perché vien meno la lingua sarda; del perché sempre meno la parlano, soprattutto i giovani. Prevalgono, invece, lamentazioni e recriminazioni; atteggiamenti volontaristici; vane esortazioni a parlare in limba. “Una lingua, che aspiri allo status di lingua ufficiale in una comunità, non vive né può essere pienamente sfruttata dai suoi utenti, se non riceve un’impronta scritta duratura ed uniforme, vale a dire se non è codificata”. Così E. Blasco Ferrer. Si tratta della “[…] fissazione di una norma scritta (regole ortografiche, grammatica, lessico) che vale per tutti i parlanti della comunità interessata”. Ma in Sardegna la codificazione di una norma si è rivelato compito molto arduo. Il sistema linguistico sardo, infatti, racchiude due sottosistemi. Ciò non consente di creare un modello di riferimento unico. “E’ più coerente” – allora come dice Blasco Ferrer – “offrire un modello con due norme, valide rispettivamente per il Logudoro ed il Campidano”.
    Michelangelo Pira scrive in italiano “La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna”, la sua opera di maggior impegno scientifico sui nodi storici della “questione sarda”. Quando scrive il romanzo Sos sinnos lo fa con la lingua che si parla a Bitti, suo paese natale, ma deve affrontare il problema di come scrivere il sardo. A Cagliari si è parlato di costituire un “Ufficio al bilinguismo”. Lo vedo come l’ennesimo centro burocratico, lontano dai cittadini, dove si parlerà molto e a vuoto, tra l’indifferenza generale. C’è una dominanza dell’italiano, padrone del nostro pensiero, del nostro argomentare. E non è un caso, né un capriccio del destino. Una lingua vive, si evolve e continuerà a vivere solo se essa è parlata, praticata tutti i giorni in qualunque contesto e circostanza; in tutti gli ambienti (scuola, lavoro, uffici, mercati, ecc.), altrimenti non sopravvivrà, qualunque azione o lotta verrà intrapresa.

  8. E’ di questi giorni la conferenza, sulla stele di Nora, redatta in fenico, ma secondo prof. Dedola, esperto in lingue antiche di area mesopotamica, scritta in caratteri fenici, ma , in Sardo, esattamente in paleosardo.

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