“SONO CONTRARIO ALLE EMOZIONI” di Diego de Silva (Einaudi 2011)

No, caro De Silva, non ci siamo, non si fa così. Non puoi regalarci un personaggio come l’avvocato Vincenzo Malinconico, farci affezionare a lui lungo le pagine di due romanzi, prometterci un’altra sua storia e poi lasciarci così.
Ok, la delusione l’avevamo assaporata un pochino anche con Mia suocera beve, ma d’altra parte le aspettative dopo Non avevo capito niente erano davvero troppo alte. E comunque anche il secondo libro, a parte la lunga e piuttosto noiosa descrizione del sequestro-reality show trasmesso dalle telecamere di videosorveglianza del supermercato nel quale l’avvocato Malinconico si trova suo malgrado coinvolto, non era davvero male. C’era lui con i suoi sproloqui mentali sempre irresistibile e c’era poi la mitica suocera, Assunta detta Ass, personaggio davvero bello che forse avrebbe meritato un po’ di spazio in più oltre alla rilevanza nel titolo.

Ma qui? Gli sproloqui ci sono sempre e sono sempre irresistibilmente belli, poetici, illuminanti. E grazie allo stile di De Silva scorrono velocissimi (a parte le inivitabili interruzioni per prendere appunti, perchè ci sono delle perle che non puoi proprio lasciare andare così) e sono arrivata alla fine del libro senza quasi accorgermene. Ma proprio alla fine mi sono accorta che mi era mancata qualcosa. E non ci è voluto molto per capire che era un “qualcosa” che proprio non ti può mancare in un romanzo: mancava una storia. Il libro è infatti una racolta di capitoletti che potrebbero essere letti a partire da qualunque punto, non essendo tenuti insieme da una vera e propria trama. Perfetti per un blog, un po’ meno per un romanzo. D’altra parte è lo stesso Vincenzo a dirlo: “Sulle emozioni ho scritto abbastanza da aprirci un blog, se non li detestassi, i blog“. E a me, blogger compulsiva, va benissimo che Vincenzo li detesti i blog, fa parte del fascino del personaggio. Chi non dovrebbe detestarli è invece l’autore che avrebbe potuto riversare in uno di questi parte delle riflessioni del suo personaggio e regalare a noi una vera  propria storia, nella quale succede qualcosa, il protagonista esiste anche attraverso le sue vicende e non solo cartesianamente in quanto “cogita”. E questa mi è venuta così, ma non sono assolutamente in grado di sostenerne la plausibilità critico-letteraria ne tantomeno filosofica, per cui vi prego di essere clementi. Anzi, per farmi perdonare questa “perla” ve ne regalo una vera di Vincenzo, un estratto del capitoletto che spiega un po’ il titolo e che, come credo di aver già scritto, varrebbe da solo il prezzo del libro.

Sapete che c’è di nuovo? Che da oggi smetto di sottopormi alla stimolazione emotiva procurata per via artistica. Se lo scopo della musica è quello di sollecitare emozioni che uno per conto suo non proverebbe, tenetevela pure, la musica. Ridatemi un’emozione secca. Lasciate che mi devasti ogni volta che la lingua di mia figlia fa capolino mentre scrive seguendo il rigo del quaderno. Che mi goda l’immensità di un pomeriggio di noia. Che guardi un tramonto senza provare assolutamente nulla. Che mi dispiaccia lasciare solo un albero. Che mi conceda il piacere di una piccola pratica autolesionistica scegliendo fra le molteplici varietà disponibili sul mercato e ne stabilisca la dose giornaliera. Che passeggiando per il lungomare della mia città di domenica mattina presto, mentre vengo costantemente superato da cinquanta/sessantenni ansimanti in pantaloncini e canottiera (ma cosa corrono, dove vanno, con chi competono, quali aspirazioni coltivano per infliggersi una simile sofferenza?), a un tratto capisca che cinque righe sarebbero uno spazio più che sufficiente a raccontare la mia vita fin qui, e che il poco che ho fatto e sono mi basti. Ristabiliamo il primato di un’emozione anarchica, irriproducibile, inclassificabile, su cui non si possano accampare diritti, specialmente d’autore. Di una strizza estemporanea che non c’entra niente con le contingenze, ma quando viene non la dimentichi più (perché è tipico delle strizze che non c’entrano con le contingenze non farsi dimenticare; e meno c’entrano, più strizzano). Della compostezza di un dolore vero. Dell’inconfondibile caldana che segue a una figura di merda. Dell’incomunicabilità di una cosa importante. Della ricerca del modo per dirla. Dell’indescrivibile sazietà che provi quando capisci in pieno il significato di una parola, e impari esattamente dove metterla. Allora ti sembra che il mondo, ma proprio tutto, diventi una cosa che si apre e si chiude (e quindi, all’occorrenza, si aggiusta).

Sandra Olianas

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