“LA PASSIONE DI ARTEMISIA” di Susan Vreeland

Ho terminato di leggere per la seconda volta, a distanza di qualche anno dalla sua “scoperta”, la biografia romanzata della pittrice italiana Artemisia Gentileschi, nata a Roma nel 1593 e morta a Napoli nel 1653.
La sua parabola umana e artistica si dipanò in un momento di svolta per l’arte Italiana, segnata anche dalla figura dirompente di Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio, e agli albori del linguaggio barocco in tutti i campi della cultura. Era l’Italia delle Corti e dei Signori, che facevano a gara per contendersi l’opera degli artisti più famosi e apprezzati per abbellire i loro palazzi e farsi rappresentare nei ritratti. Committenti molto esigenti ma che, nei casi più illuminati, sapevano riconoscere il talento e valorizzarlo, anche se non sempre per puro desiderio di aiutare le arti.
Figlia del pittore Orazio, suo maestro, Artemisia elabora attraverso il suo insegnamento e con l’indispensabile conoscenza diretta delle opere, il linguaggio del Caravaggio, traducendone in modo personale e appassionato le istanze di realismo e l’uso rivoluzionario (per quel tempo) della luce e della scelta del primo piano. Questo artificio compositivo traduce in pittura una delle istanze principali del barocco, che voleva coinvolgere i sensi dell’osservatore facendolo sentire in qualche modo partecipe della scena rappresentata, presente nel momento in cui si svolgeva.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come la Pittura (1638-1639)

Il racconto, come la Vreeland stessa dichiara in postfazione, indaga questa figura romanzando aspetti della società del tempo, costruendo i dialoghi sulla base dello studio di fonti e ricerche dedicate ad Artemisia, ma si propone di restituire un affresco vivace e credibile di quel momento storico. E direi che riesca bene nel suo intento.
La Gentileschi cerca di affrancarsi dalla sua dolorosa esperienza umana, dopo aver subito uno stupro da parte di Agostino Tassi, pittore anche lui e “socio” di Orazio, dopo un’ispezione intima pubblica in tribunale, nel tentativo del padre di mantenere in piedi il sodalizio artistico col Tassi, una tortura pubblica e un matrimonio “riparatore” che la porta lontano da Roma. Prima tappa Firenze, dove si trasferirà dopo le nozze, nelle braccia e nella casa di un uomo a tutti gli effetti sconosciuto. Con Pietro avrà la breve illusione di una vita felice e dovrà compiere delle scelte difficili per una donna del suo tempo: lasciare il marito, sottrarre la figlia Palmira a una figura che, per l’ennesima volta, l’ha tradita intimamente, affermare la sua personalità di artista donna in un mondo di uomini, procurandosi commissioni nelle grandi corti italiane del tempo. Lo potrà fare anche perché nel frattempo era riuscita a farsi accettare come primo membro-donna alla prestigiosa Accademia del Disegno fiorentina, anche grazie all’intercessione del suo primo committente: Michelangelo Buonarroti il Giovane.

Mi pare che, al di là della finzione romanzesca, la storia appaia credibile nel suo insieme e per vari aspetti, sebbene sia impossibile soffermarsi ad analizzarli tutti.
Ho letto diverse recensioni del libro, naturalmente (come d’abitudine) solo dopo averlo letto ed essermi fatta un’idea personale. Tuttavia non sono riuscita a trovare in nessuna di quelle, se non sporadicamente, un elemento che per me va valorizzato anche e soprattutto perché fortemente evidenziato dall’autrice: l’indagine emotiva di questa donna volitiva e tenace, per molti versi estremamente moderna.
Il volume presenta diversi livelli di lettura: tra realtà e finzione, con un linguaggio appassionante e appassionato, è capace, a patto di lasciarci coinvolgere totalmente, di accompagnarci insieme ad Artemisia nella sua vita e, mentre passa nelle strade di Firenze, farci sentire lo schizzare dei passi nelle pozzanghere fangose della via dei tintori, con l’odore acre e acido legato alla tintura delle stoffe; percepiamo il respiro affannoso nel suo conquistare la cella campanaria del campanile di Giotto e la passione disperata nel cercare lì, al di sopra del mondo, un rinnovato linguaggio di intesa con Pietro; riviviamo nei suoi dialoghi con l’amico Galileo Galilei l’ottimismo razionale di quest’ultimo e i timori della Roma papalina, davanti alle nuove teorie, di vedere rivoluzionata la sua idea del creato. Sentiamo risuonare i passetti della piccola Palmira che corre e gioca tra gli strumenti da lavoro della mamma e di quest’ultima cogliamo le apprensioni e le tante piccole scoperte.

Artemisia Gentileschi, L'uccisione di Oloferne (1612-1613)

In tutto questo si muove l’Artemisia pittrice, che ci svela la sua abilità nel procedimento del fare artistico quando lavora agli studi, chiedendo alle modelle di assumere determinate pose, di volgere i loro pensieri in un certo modo al fine di assumere la giusta espressione; quando batte e pressa i minerali nel pestello per preparare i colori; quando ragiona su come accostarli o sovrapporli per ottenere i risultati chiari nella sua mente. Ma la pittrice è tutt’uno con l’Artemisia-donna, che utilizza questo suo talento per affrancarsi dalla figura paterna e dal suo passato, senza sospettare che sarà la via per ritrovare, alla fine di un cammino non sempre lineare, l’anziano genitore.
Il punto focale dell’incontro tra l’artista e la donna è, a mio avviso, nel dipinto che rappresenta il racconto biblico dell’uccisione di Oloferne da parte di Giuditta.

“Ricordai la mia delusione quando papà mi aveva fatto vedere la Giuditta di Caravaggio…aveva concentrato tutta l’emozione sull’uomo. Evidentemente non riusciva a immaginare che una donna fosse in grado di pensare. Io invece volevo dipingere i suoi pensieri, se una cosa del genere era possibile…”

L’identificazione catartica tra Artemisia e Giuditta, che opera la sua vendetta su Oloferne-Agostino, è completa sebbene mai pacifica, e andrà sublimandosi di pari passo alla sua personalità, come si evidenzia dalle diverse versioni.
La sua passione, quella del titolo del libro, è, probabilmente, quella che rende determinata Artemisia nel difendere la sua dignità di donna prima che di pittrice, in un mondo che sembra ignorare e calpestare queste istanze. E’ questo l’aspetto che la rende attuale, più che mai. La pacificazione di Artemisia arriverà, tuttavia, quando saprà guardare dentro se stessa senza ipocrisie, liberandosi del suo rancore e del suo orgoglio, quando riuscirà a percepirsi come persona anche e a prescindere dall’identità di genere, lasciando sciogliere in sé tutti i nodi che le avevano reso così difficile volare alto quanto la sua arte.

Anna Pistuddi

Dal web:
Artemisia Gentileschi

  1. Non posso che ringraziare (cumulativamente) per la partecipazione appassionata e generosa e…rilanciando la palla, a questo punto sono curiosa di sapere l’effetto che farà in voi la lettura diretta. Aspettiamo i vostri commenti al libro!

  2. Complimenti per la recensione che mentre la leggi ti sembra di esserci dentro. E’ inevitabile che io legga il libro per scoprire di più di questa donna che è un pò ciascuna di noi.
    Grazie
    Antonella

  3. Bella e appassionata la recensione, penso, almeno quanto il libro, che ancora non ho letto, ma che ormai non potrò fare a meno di annoverare tra le mie prossime letture.
    Non è da poco potere avere recensioni così chiare, coinvolgenti e scientifiche al tempo stesso, ma in effetti non potevamo aspettarci nulla di diverso da chi, come Anna Pistuddi, “mastica l’arte”. Grazie

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