Il folk rock dei Mumford & Sons – Sigh no more (2009)

Sarà che mi hanno fatto conoscere il bajo, che non è esattamente una chitarra (ma neanche un tamburo) e la chitarra resofonica (che invece è proprio una chitarra) allargando così le mie esigue conoscenze in fatto di strumenti musicali.

Sarà che sono gentiluomini il giusto e veraci quanto basta.

Sarà che hanno a mala pena 26 anni e già scorrazzano da una parte all’altra del globo animando concerti straripanti di gente.

Sarà che sono stati in India (il paese delle contraddizioni e della rinascita) e vi hanno girato un documentario di viaggio BELLISSIMO, che vi consiglio fortemente di vedere (e ascoltare).

E sarà pure che hanno diffuso su youtube  (Chad Hurley, il fondatore, santo subito!) delle Bookshop sessions registrate all’interno di una piccola libreria, dove tra scaffali, fate e creature fantastiche regalano esibizioni  difficili da dimenticare.

Forse questo bel mucchio di “sarà che…” potrebbe essere sufficiente per far spuntare un rigagnolo di curiosità dai vostri pensieri, se poi aggiungiamo che questo giovane gruppo folk rock si distingue per lo stile scattante, a tratti sanguigno e con dolci pause da ballata, e per la graffiante voce di Marcus che energica e profonda prende e trascina, direi che ascoltarli diventi doveroso (e a mio avviso pure piacevole).

Sigh no more (2009) è il disco di esordio di questo quartetto originario di Londra: Marcus Mumford, Winston Marshall, Ben Lovett e Ted Dwane ovvero i Mumford & Sons.

L’album si apre con l’omonimo singolo,  un incipit corale e ingannevole distrae ma poco dopo si viene investiti da una vivace impennata , quasi a tradimento. Mantiene il ritmo The Cave (il video girato in India è bello come uno zaffiro) e passando per l’intensa White Blank Page,  la delicata Awake my soul  si arriva quasi in chiusura, a Dust Bowl Dance, una delle mie preferite.

Qualche volta quando li ascolto, sogno di cavalcare spensierata senza meta per la campagna in fiore, in un’assolata mattina che profuma di primavera. Poi apro gli occhi. Accendo il motore e parto, mi guardo intorno e mi accorgo che la campagna è lontana e che di cavalli neanche l’ombra, nemmeno in formato trudino. Mi consolo pensando che sognare è spontaneo, illimitato e che è una bella sensazione dipingere i propri sogni con una colonna sonora che vi calzi a pennello.  

Ghosts That We Knew, è il primo singolo che precede l’uscita del nuovo album (2012, la data ufficiale non è ancora nota). Già scalpito all’idea di ascoltarlo e continuo a scalpitare pensando a quando potrò vedere Wuthering Heights (Cime tempestose), riadattamento dell’omonimo classico proposto dalla regista e sceneggiatrice inglese Andrea Arnold per il quale questi talentuosi giovanotti hanno scritto 2 canzoni.

Dedico questo disco a chi ama la musica folk rock e a chi inizierà a farlo dopo averli ascoltati, ma una dedica speciale va a coloro i quali un bel giorno si sono ritrovati davanti alla vetrina di un negozio di strumenti musicali, a contemplare un banjo, immaginando di suonarlo come Winston…

Clara Cuccu

  1. Carissima Clara,
    le tue recensioni avvincenti stimolano la curiosità in modo davvero interessante! amo il folk rock e non vedo l’ora di avere un po’ di tempo libero per sperimentare tutti i tuoi consigli!

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