Data da difendere e non dimenticare: 25 Aprile

Rare, tremolanti e vive memorie storiche di partigiani per le vie della città; solo quattro fasce tricolori però, tra le quali brillava, per la prima volta, quella del sindaco di Cagliari; energie preziose e contagiose assieme a prove di resistenza da parte di tanti ragazzi e ragazze, in particolare del coordinamento antifascista cagliaritano, meno disposti di tutti a subire l’onta delle contemporanee e autorizzate manifestazioni neofasciste. Scelta incomprensibile e vergognosa. La testimonianza di questa vergogna si è potuta cogliere per intero quando, lasciando la città dopo la manifestazione, è apparsa sulle scalette di Bonaria una parata allucinante con circa trentacinque-quaranta persone inneggianti al fascismo e alla repubblica di Salò con tanto di vessilli. Le stesse che al pomeriggio sono state autorizzate a manifestare davanti al parco delle Rimembranze di fronte a piazza Gramsci. Un oltraggio al senso del 25 aprile che non può non portare a chiedersi come sia possibile che le istituzioni nate dalle lotte partigiane e di liberazione nazionale possano permettere ciò.
M. G. L.





Volevamo un’Italia migliore

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

(Salvatore Quasimodo)

Di  fronte alla barbarie e alla violenza della guerra, le cetre dei poeti oscillano lievi e tristi, mute e impotenti. Non è tempo di poesia quello che i condannati a morte della Resistenza raccontano ai loro cari, attraverso le proprie lettere, in quei seicento giorni che vanno dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45. É tempo invece di azione, come scrisse Franco Antonicelli nella prefazione alle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana,  8 settembre 1943-25 aprile 1945” a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi (ultima ristampa con introduzione di Gustavo Zagrebelsky, 2005)  “sono azioni che ne aprono altre, che si trasferiscono dai morenti ai superstiti, con la loro eccezionale elevatezza morale, con il loro complesso significato politico e storico, col peso stesso, grave, delle sofferenze umane.”  Quelle lettere sono scritte da persone di diversa età, uomini e donne di diverso orientamento politico, lavoratori, studenti, operai, intellettuali, casalinghe, chiamati ad una scelta in un momento tra i più drammatici della storia d’Italia. Sono lettere rivolte a genitori, fratelli, sorelle, fidanzate, amici, scritte  da chi sapeva della propria condanna a morte. Una volta che esse da private sono diventate pubbliche, hanno acquisito la forza della testimonianza, e dunque sono rivolte a noi, facendoci superare il ritegno e il pudore che ci ponevano domande quali “perché  entrare nei loro affetti? Con quale  diritto si rendono pubblici i loro sentimenti?” Le lettere, pur nei diversi accenti, e oltre la commozione, ci parlano di libertà, giustizia, uguaglianza, democrazia, fratellanza, amore, beni insopprimibili per i quali si può rischiare tutto, anche la vita; da esse trapela un ansia per un’Italia migliore, che si manifesta sia in quelli che erano animati da forte tempra morale e ideologica, sia in quelli meno preparati politicamente. I valori a cui si richiamano sono alla base della Repubblica e della Costituzione, e, opportunamente richiamati, sono più che mai attuali in un Italia dalla fragile memoria e in stato di profonda crisi morale.

(Da Frammenti dalle lettere di condannati a morte della Resistenza a cura di Tonino Sitzia di EquiLibri )