Idee per il centro storico

Venerdì 8 giugno 2012, nell’aula consiliare di Sestu, si è tenuta un’assemblea pubblica per la stesura del piano particolareggiato che dovrà definire l’assetto del centro storico. A chi era presente è stato chiaramente spiegato che quell’incontro era il primo passaggio di un iter che si prevede lungo e articolato, alla base del quale è stata programmaticamente posta una metodologia di lavoro incentrata sulla condivisione delle scelte con i cittadini. E’ stato inoltre evidenziato un aspetto che risulta importante per valutare con obiettività i pregi e i limiti del piano che sarà approvato, cioè il fatto che per effetto del vecchio piano di fabbricazione un centro storico omogeneo, come vediamo in altri centri vicini, in realtà a Sestu non esiste più. Resistono invece, all’interno del perimetro cosiddetto di prima matrice, solo alcuni episodi, spesso non contigui tra loro, che vale comunque la pena di tutelare e recuperare. Ma l’aspetto più interessante e, a mio avviso, assai apprezzabile, consiste nel fatto che il piano particolareggiato si muove intorno a un’idea di riqualificazione finalizzata a migliorare l’estetica e la vivibilità del centro storico. Alla base di questa idea c’è la convinzione che il decoro urbano non sia un fatto privato ma qualcosa che riguarda l’intera collettività: un bene comune. Facciate rifinite, strade lastricate, cubature adattate all’indice medio di ogni singolo isolato, materiali dell’edilizia tradizionale, maggiore viabilità pedonale, sistemi di illuminazione armonizzati col contesto, sono gli esiti che in linea di massima si vogliono raggiungere. “Animare il centro storico per questa amministrazione non significa però aumentarne la densità abitativa”. Così ha replicato l’assessore Sergio Cardia a chi, intervenendo al dibattito, ha posto invece come prioritaria e cogente proprio l’esigenza di favorire, nelle scelte che si faranno, l’aumento del numero degli abitanti.

Si punta sulla qualità del vivere, in linea con la visione che ha ispirato il piano urbanistico comunale di recente adozione e in coerenza con una precisa analisi della realtà di riferimento. I dati demografici che riguardano Sestu ci dicono infatti che negli ultimi vent’anni la popolazione è cresciuta di quasi 6000 persone. In questo lasso di tempo, in particolare l’incremento che si colloca tra il 1995 e il 2004 ha avuto un impatto sul tessuto urbano e sulla qualità della vita degli abitanti del paese tutt’altro che indolore. Sono sorti nuovi quartieri ad altissima densità abitativa e nel perimetro del paese le vecchie case unifamiliari hanno lasciato il posto a palazzine, dove nuovi e vecchi residenti si sono dovuti adattare a vivere in piccoli e scomodi appartamenti. La maggioranza della popolazione ha valutato negativamente gli effetti di questo violento inurbamento non accompagnato da un’adeguata regolamentazione dello sviluppo edilizio e ha per questo favorito un cambio di amministrazione. La nuova giunta di centro-sinistra ha interpretato il disagio della comunità operando scelte urbanistiche tese a frenare il carico di popolazione nel centro urbano e prevedendo nel PUC nuove zone di espansione urbanistica che tengono conto del trend positivo di crescita della popolazione (vedi il grafico), confermato anche dai dati dell’ultimo censimento (21.000 abitanti circa). Definire “consumo di territorio” queste scelte, come fa qualcuno, nel comune con il più alto tasso di natalità e con l’età media più bassa di tutta la Sardegna (una delle regioni più spopolate d’Italia), dove il centro storico è stato snaturato e intasato da un eccesso di abitazioni e di auto, dove di contro esistono vaste distese di territorio in cui l’attività agricola convive accanto ad aree di incolto improduttivo, appare quanto mai improprio. E’ una lettura distorta della realtà, frutto di schemi ideologici preconcetti. Il rallentamento dell’economia e lo stallo del mercato immobiliare provocato dalla contingente crisi economica non può essere un valido argomento per mettere in discussione un piano urbanistico che necessariamente deve prevedere lo sviluppo nel lungo periodo.

Nessun fenomeno di spopolamento è in atto a Sestu, tanto meno nel centro storico, ma è pur vero – come qualcuno ha fatto notare – che alla base di un buon piano ci deve essere un accurato studio sociologico della realtà in essere e delle conseguenze che la sua applicazione può comportare. Il primo dato da cui si dovrebbe partire è che non ci troviamo in una metropoli e che dunque modelli validi per una grande città non necessariamente lo sono anche per un centro di medie dimensioni come Sestu. Ciò significa che la riduzione degli spazi privati a vantaggio di una maggiore densità abitativa nel centro storico, così come nelle altre zone, non verrebbe certo compensata dalla varietà di servizi e dalla disponibilità di vaste aree attrezzate di verde pubblico, come può avvenire nelle grandi città. E forse non si dovrebbe neppure trascurare il fatto che spesso i residenti delle zone interessate dalla riqualificazione sono anziani che provengono dal mondo contadino, per ciò abituati a vivere in case caratterizzate dalla continuità tra spazi chiusi e spazi aperti. Sono magari persone che oggi tirano a campare con pensioni al minimo con le quali non si possono certo permettere di viaggiare o farsi le vacanze tre o quattro volte l’anno per compensare, con la vista di vasti orizzonti e di bei paesaggi, il senso di oppressione e soffocamento che deriva da una vita quotidiana trascorsa in un’appartamento di 45/50 metri quadri.

Sandra Mereu

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