A Como per ricordare Emanuela Loi

A 20 anni dalla sua scomparsa il Circolo dei sardi di Como ha organizzato un incontro per ricordare Emanuela Loi, l’agente della scorta del giudice Paolo Borsellino nata e cresciuta a Sestu che, assieme allo stesso giudice e ad altri quattro colleghi, il 19 luglio 1992 cadde vittima dell’attentato mafioso di via D’Amelio a Palermo. La commemorazione si è svolta sabato 16 giugno nell’Auditorium “Don Guastella” di Como, in presenza di un folto numero di partecipanti che ha ascoltato con attenzione e commozione la rievocazione di quel tragico evento. L’iniziativa è stata patrocinata dalla Polizia di Stato, dal Comune di Como, dalla Federazione delle Associazioni sarde in Italia, dalla Regione Autonoma della Sardegna e dal Comune di Sestu. In rappresentanza del nostro comune ha partecipato l’assessore alle attività produttive e ambiente, Maria Fedela Meloni. Di seguito potete leggere il discorso da lei pronunciato. (S. M.)

…E in quanto rappresentante della comunità di Sestu, voglio ricordare Emanuela Loi proprio come concittadina. Oggi avremmo avuto all’incirca la stessa età. Siamo nate a metà degli anni ’60 in un paese dove – come succede in tutti i paesi – si incrociano amicizie e parentele e per questo ho avuto modo di conoscerla anche personalmente: abbiamo frequentato gli stessi ambienti formativi, la stessa scuola, la stessa biblioteca pubblica, ci siamo spesso incontrate nei luoghi dello svago, e poi abbiamo frequentato le stesse scuole superiori nella vicina città di Cagliari. La ricordo mentre percorrevamo a piedi il tragitto che dalla fermata dell’autobus conduceva all’Istituto Magistrale, o negli anditi della scuola durante le pause della ricreazione, mentre chiacchierava con le sue compagne, spesso allegra e sorridente. Un’immagine, quella del suo volto sorridente, che è coerente con quella che giustamente, nella nostra cittadina di Sestu, si è voluto scegliere per tramandarne il ricordo. Quel volto sereno è ancora oggi affisso nei luoghi pubblici, nell’aula consiliare del comune e persino nella sua tomba, dove quell’immagine è riprodotta in grandi dimensioni. La tomba di Emanuela si incontra immediatamente all’ingresso del nostro cimitero. Una tomba tutta fatta di specchi, per concentrare proprio in quel sorriso la luce del giorno. Scelta che vale il simbolo di una vita spezzata che non si rassegna all’oblio e vuole continuare a vivere nella memoria dei suoi familiari, parenti, amici, di tutti quelli che l’hanno conosciuta e di quelli che quando era in vita non erano neanche nati, ma che oggi alla vista di quella tomba così insolita, fatta di luce e di acqua, non possono fare a meno di domandarsi chi fosse Emanuela e perché la dobbiamo ricordare.

Con Emanuela, dicevo, ho condiviso il sogno di fare l’insegnante elementare, uno di quei sogni che si coltivano negli anni dell’adolescenza ma che, come spesso succede, poi non si concretizzano. Per tanti motivi. Perché nel frattempo si aprono altre strade che poi le circostanze ci portano a percorrere e la nostra vita prende allora una piega piuttosto che un’altra. E’ il caso, più che il destino, a segnare la vita delle persone. Per questo non è condivisibile la rappresentazione di Emanuela secondo la retorica della ragazza meridionale costretta ad arruolarsi per trovare un lavoro. Emanuela Loi era una ragazza intelligente e preparata. Aveva conseguito il diploma magistrale senza problemi e poi aveva partecipato a un concorso che aveva superato con ottimi voti. Certo, ci era arrivata un po’ per gioco, come raccontano i suoi familiari. Ma poi aveva superato brillantemente i test, e lo psicologo, dopo il colloquio attitudinale, le aveva confermato che era fatta apposta per il lavoro in polizia. “Serena e intelligente”, l’aveva definita. Se un limite aveva, legato alle sue origini, era quello che affligge spesso noi sardi. Quel forte attaccamento alla terra e alla famiglia che ci impedisce di adattarci con facilità al di là del mare. “La Sardegna le mancava, le mancava Sestu e soprattutto le mancavano le coccole della madre che per quella figlia stravedeva”, racconta chi le stava vicino. Una condizione che se da un lato le dava sicurezza, la faceva sentire protetta, dall’altro la faceva soffrire quando era costretta a farne a meno. Ma era sardo anche un altro tratto del suo carattere: quella tenacia, quello spirito di sacrificio che le avevano permesso di raggiungere i primi traguardi nella vita. Era orgogliosa del suo lavoro e aveva già iniziato a guardare avanti. Emanuela puntava a diventare ispettore. Pur di avanzare di grado – ricorda sua madre –  era disposta a rimettersi sui libri, a ricominciare a studiare, aveva pazienza e sapeva aspettare.

Oggi, a vent’anni dalla sua tragica e assurda morte ciò che ci amareggia come suoi concittadini è non solo il fatto che a Emanuela è stato negato il sogno di veder realizzate le sue aspirazioni personali, quelle professionali così come quelle di donna. Le è stata negata l’opportunità di farsi una famiglia, di avere dei figli. Ma anche il fatto che noi abbiamo perso lei. La sua comunità, a cui prima o poi sarebbe tornata, ha perso una donna coraggiosa e combattiva che – ne siamo certi – avrebbe contribuito validamente alla crescita civile e culturale del suo paese.

Maria Fedela Meloni

(Como 16 giugno 2012)

Nota: Le citazioni riportate nel testo sono tratte da La ragazza poliziotto. Storia di Emanuela, Francesco Massaro, Edizioni Arbor, Palermo 1994

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