“Su famini de s’annu doxi” a Sestu

Il 2012 è uno di quegli anni neri destinati ad essere ricordati, segnato com’è dall’acuirsi della crisi economica globale, dal crollo della produzione agricola negli Stati Uniti (il granaio del mondo) causato dalla siccità e dal conseguente aumento dei prezzi dei cereali che sta incidendo negativamente soprattutto sui poveri del mondo, cioè quelli che spendono il 75% del proprio reddito per acquistare il cibo. Restringendo lo sguardo alla nostra isola lo scenario non è meno preoccupante: un’estate torrida, incendi disastrosi, turismo in affanno, disoccupazione giovanile con punte da record, fabbriche che chiudono e all’orizzonte il nulla. A prestare attenzione alle coincidenze della storia capita di scoprire che in Sardegna anche un altro dodicesimo anno, quello di due secoli fa, è stato difficile da dimenticare. Nel 1812 infatti una di quelle frequenti carestie che nelle epoche passate colpivano periodicamente la Sardegna, provocò nelle fasce più deboli della popolazione una fame divenuta proverbiale, tramandatasi nella memoria di diverse generazioni attraverso l’espressione popolare “su famini de s’annu doxi“, ancora oggi usata come sinonimo di miseria estrema. Nessuna delle generazioni nate dopo l’ultima guerra mondiale, per fortuna, ha la più vaga idea di cosa possa significare.

La fame provocata dalla carestia del 1812 non ha niente a che vedere con “quel languorino” che precede l’immancabile pasto, a cui siamo abituati e che diamo per scontato. Per questa ragione a molti cinquantenni e quarantenni di oggi è capitato spesso di sentire evocare dai nonni quella fame proverbiale ogni qual volta ci si sentiva autorizzati a rifiutare il cibo, in nome della pretesa di scegliere cosa o quanto mangiare. Cosa è stato “su famini de s’annu doxi”, quali ne sono stati gli effetti e con quali modalità le autorità cercarono di fronteggiare l’emergenza, lo si può leggere in alcuni articoli curati circa venticinque anni fa dallo storico Francesco Manconi e pubblicati nell’Unione Sarda (11 gennaio 1987) e nell’Almanacco di Cagliari (1988). Servendosi di cronache dell’epoca e di documenti d’archivio, Manconi ha ricostruito con precisione la dinamica strisciante e non istantanea dell’evento, tipica di questo genere di calamità naturali. Già nell’anno precedente – riferisce lo studioso – per effetto di una forte siccità e di un rigido inverno si ebbe nell‘isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma solo nella primavera del 1812 la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità. I contadini delle ville rurali del Campidano – secondo una fonte dell’epoca citata da Manconi – “presero a pascersi a modo di bruti, d’erbe silvatiche, anche nocive alla salute”.

Grafico A

Privati del grano, e quindi del pane e della pasta che costituivano gli elementi basilari della loro alimentazione, gli abitanti delle campagne si indebolivano, si ammalavano e morivano a frotte (grafico A). La mancanza di acqua potabile provocata dalla siccità dell’inverno del 1811 – scrive Manconi – favorì inoltre il diffondersi di epidemie, tra cui il vaiolo “che fa strage soprattutto di bambini”. I dati della mortalità infantile di Sestu in quell’anno ce ne offrono una conferma*. Il numero dei bambini registrati negli atti di morte subisce allora una vistosa impennata (grafico B) raggiungendo il 68% sul totale dei morti. Gli effetti della grande fame continueranno a farsi sentire anche in seguito determinando un’inversione di tendenza nella crescita della popolazione in atto negli anni precedenti. Si verifica cioè un aumento della mortalità che in generale supera o eguaglia la natalità (Grafico C): un trend negativo che, fatta eccezione per il 1815, tende ad accentuarsi negli anni successivi.

Grafico B

Gli abitanti delle ville intorno a Cagliari, “informata dalle ossa la pelle, lacere le vesti, a passi stentati e con gemiti e grida compassionevoli”, non riuscendo a sfamarsi abbandonavano le campagne e si riversavano nella città, dove potevano sperare di sopravvivere grazie alle elemosine dei conventi e dei privati. Le istituzioni municipali e i cittadini potevano infatti contare sulle riserve di grano accumulate nei magazzini della città. Da sempre, in forza di antichi privilegi, la città esercitava un forte predominio sul contado costringendo i contadini delle ville a rifornire i magazzini di Cagliari ad un prezzo politico. Per di più quell’anno – riferisce ancora Manconi – per effetto di specifici provvedimenti governativi dettati dall’emergenza, tutto il grano proveniente dai mercati stranieri confluiva in città, dove poteva essere venduto a un prezzo maggiore ma non poteva essere riesportato nelle ville. I “biddunculi” affamati, in pratica, in quella circostanza ricevettero in carità ciò che in gran parte gli era stato sottratto.

Grafico C

La gran massa di mendicanti che confluiva dalle ville preoccupava non poco le autorità cittadine, che vi intravedevano una possibile minaccia per l’ordine pubblico. Cosicché, valutata “quanto pericolosa possa riuscire l’elemosina se in cambio di venir con essa al soccorso della vera indigenza, si fomentasse la sempre perniciosa oziosità”, i poveri delle ville che si trovavano a Cagliari per cercare soccorso furono messi di fronte all’alternativa di prestare la propria opera nei lavori pubblici della città, seppur dietro “adeguato compenso”, oppure venire espulsi. Fu così che anche nell’emergenza sociale provocata da su famini de s’annu doxi, durante la quale – stima Manconi – tra mendicanti e poveri “segreti” gli indigenti a Cagliari erano il 30% della popolazione, gli abitanti delle ville rappresentarono per la capitale del Regno di Sardegna una straordinaria risorsa che venne utilizzata per abbellire la città, rifare i selciati, ripulire le strade e le piazze, aprire e sistemare vie di grande comunicazione. Un’impresa a cui verosimilmente contribuirono anche tanti sestesi.

* Serie Quinque Libri, registri parrocchiali di Sestu (copie su microfilm conservate presso la Biblioteca regionale di Cagliari)

Sandra Mereu

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