Nella bottega dello scultore – chiacchierata con Pinuccio Sciola a margine dell’omaggio a Gaudì

P. Sciola, “No Stone” – Le guglie – vista verso la cupola

“Quando non ero e non era il tempo.
Quando il caos dominava l’universo.
Quando il magma incandescente celava il mistero della mia formazione.
Da allora il mio tempo rinchiuso da una crosta durissima.
Ho vissuto ere geologiche interminabili.
Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica.
Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo.
Il mio tempo non ha tempo”. (P. Sciola) 

Quando Pinuccio Sciola ha accettato di fare quattro chiacchiere sulle curiosità che mi erano rimaste dopo aver visto la sua mostra, non immaginavo che l’incontro avrebbe riservato tante sorprese, tanta poesia e la condivisione, da parte sua, anche di aspetti che, sebbene apparentemente di contorno al suo lavoro, contribuiscono a conoscere e quindi capire meglio lo scultore e le sue opere. Basterebbe concentrarsi sulla poesia che introduce, per trovare già molte delle risposte, ma mi fa piacere condividere alcune delle tante cose che mi ha raccontato in un tardo pomeriggio piacevole e istruttivo.
Dopo avermi accompagnato nel porticato del cortile dove custodisce alcune delle sue pietre sonore, non ho potuto fare a meno di ascoltare le sue parole, certo, ma anche di riconoscere una ritualità “sacra” nel modo in cui si prepara e poi accarezza le pietre per trarne dei suoni, con una ferma e concentrata delicatezza che rivela la conoscenza profonda di questo materiale. Perciò è stato difficile, dopo aver sentito vibrare quei suoni, tornare con la mente alle domande che avevo pensato: meno male che le avevo abbozzate sul notes!

Perchè un omaggio ad Antoni Gaudì, cosa la lega a questo grande architetto?
Il legame con Gaudì è molto più intenso di quanto possa sembrare. E per molte ragioni. Sono, infatti, quasi certo di averlo conosciuto, tale è l’affinità che percepisco tra il mio e il suo modo di sentire la materia e l’arte. E questo perché mi affascina, prima di tutto, la fantasia che tutti possono riconoscere nella sua opera e che esce da qualunque canone conosciuto nel tempo in cui lui operava. Anni fa Paolo Fresu mi chiese cosa pensassi del rapporto tra Gaudì e il Jazz e io risposi citando e raccontando una mia visita al cantiere della Sagrada Familia, oggetto dell’omaggio della mostra di Piazza San Cosimo. All’atto di inoltrarmi sotto le volte, nel cuore del cantiere, dall’apparente rumore dei macchinari e del lavoro degli operai scaturiva una grande armonia: mi pareva sempre più chiaro distinguere un ritmo, acceso dal massimo della libertà espressiva, di gruppi sonori diversi, come in un’orchestra che distingue strumenti e partiture. Gli operai suonavano una musica che li accomunava, in un modo che ricorda molto da vicino il primo jazz che arrivava in Europa negli anni in cui Gaudì moriva.
E naturalmente un altro legame è dovuto alla fonte di ispirazione: la Natura.

A questo proposito, questo legame con la Natura, che sia nella sua opera che in quella di Gaudì è tanto potente, forte, ha ancora un senso oggi, che l’uomo sembra così distante dalla sua naturalità?
Dal punto di vista artistico, sono profondamente legato alla Natura, provengo da lì, la storia della mia famiglia lo dimostra: nasco contadino e la terra era fonte di sussistenza per noi. Non può esserci futuro se non si ritorna alla Natura e alla Terra. Faccio parte dell’Associazione Internazionale Arte Natura che raggruppa artisti, intellettuali e personalità di diversa provenienza e formazione. Tra gli obbiettivi dell’Associazione, si discuteva di definire quali dovessero essere le linee dell’arte del terzo millennio e si arrivò proprio al punto fermo che senza un recupero del rapporto con la natura nulla ha più significato.

P. Sciola, “Seme di pietra”

Ecco, in questo senso il mio punto di vista deriva dalla mia cultura “litica”, e propongo di ridare alla natura (e alla terra) i propri elementi, quelli che le abbiamo sottratto, in modo che essa stessa possa rigenerarsi. È questo il senso dei miei “semi di pietra”: mi piacerebbe che un giorno, insieme alle altre opere, tornassero alla terra, perché la mia scuola è stata l’Università della Natura. La mia arte vuole suscitare nuovo amore e ritorno alla natura.

Nel suo percorso non è una novità l’uso di materiali diversi dalla pietra. In questo caso il ferro. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Premetto che nella scelta del ferro non vi è una vera discontinuità concettuale rispetto al mio lavoro consueto, quello con la pietra, perché la mia ricerca degli aspetti sonori di questo materiale rimane valida insieme all’indagine delle sue potenzialità. Le ragioni sono altre: ci sono momenti in cui sento la necessità di staccare da quell’interesse prevalente, e il modo in cui meglio riesco è quello di dedicarmi ad altri materiali. In questo caso, poi, tubi innocenti e altri elementi che hai visto assemblati, erano particolarmente funzionali a rappresentare la verticalità e lo slancio delle guglie della “Sagrada Familia”.

La scelta di installare l’opera nella chiesa di San Saturnino ha una valenza anche simbolica molto importante, sicuramente di forte impatto, anche per il significato di questa architettura nella storia cagliaritana e sarda. C’è una ragione precisa per questa scelta?
Sono convinto che l’arte non abbia tempo e la collocazione di quest’opera in uno spazio pensato e realizzato in un tempo così lontano non costituisca un ostacolo alla percezione né dell’una né dell’altra. Quindi la scelta di San Saturnino, dell’area di Piazza San Cosimo, anche perché sono convinto che attraverso l’arte contemporanea sia possibile appropriarsi del proprio passato: effettivamente è la prima volta che realizzo un’opera così, con attenzione meticolosa per tanti aspetti come la disposizione simmetrica nello spazio prescelto eccetera. In questo senso gli specchi hanno proprio la funzione di ampliare lo spazio in modo illusorio, per quanto riguarda il piano fisico dell’opera, ma anche di dichiarare che si deve andare oltre a ciò che i sensi colgono nel guardare l’opera, oltre l’ovvio. L’arte contemporanea e l’antichità dialogano.

È purtroppo un fatto consueto che tante persone non studiose di arte abbiano qualche difficoltà ad accostarsi all’arte contemporanea. Se dovesse rivolgersi a chi la conosce per la prima volta attraverso quest’opera cosa vorrebbe dire?
A dire la verità non direi nulla: la mia opera sta li a parlare per me. Piuttosto mi piacerebbe stuzzicare le persone perché siano loro a dirmi quello che pensano! Non credo possa importare quello che pensavo o penso io della mia opera, mentre credo sia più importante che così come è susciti delle reazioni in chi la guarda, delle emozioni in chiunque la vede e che sono, per definizione, soggettive.

E con questa ultima domanda, mi rendo conto di aver “meritato” una risposta così: ma, a dire il vero, è piacevole “subire” queste lezioni da un artista generoso di sé e disponibile ad incontrare chi abbia interesse, curiosità e desiderio di condividere esperienze come questa.
A questo punto l’invito spassionato è quello di andare in Piazza San Cosimo a visitare la mostra, che, ricordiamo, si chiuderà il prossimo 25 settembre. Buona visita!

Anna Pistuddi

  1. Bella questa intervista dove viene fuori sia l’artista che parla di se: è l’uomo con il suo trascorso è il suo stare a contatto con la natura fin da bambino… E’ un grande di cui noi sardi dobbiamo andare fieri… Brava hai tirato fuori in questa intervista il bello di un grande artista

  2. Brava Anna e bravissimo Sciola, lui è – davvero è il caso di dirlo – una pietra miliare della nostra cultura contemporanea. Ha la sensibilità del poeta e la manualità del mago. Dare voce alle pietre è suo privilegio, a noi resta di ascoltare rapiti. Le intelligenti domande e le altrettanto semplici risposte ci fanno capire che per far apprezzare l’arte contemporanea basta essere disponibile a comunicare, condividere.

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