Dalle viscere della terra

Leggendo le cronache dei giornali di questi giorni sembra di essere tornati indietro di qualche decennio, tanto è intenso il dibattito sul lavoro, sull’articolo 18 e sui diritti. Dietro le parole emerge con forza la protesta di diversi gruppi di lavoratori e la Sardegna non solo non fa eccezione, purtroppo, ma esprime in modo particolarmente acuto il disagio di chi vede profilarsi sempre più concreta la possibilità di perdere le sicurezze, in un momento in cui trovare un’occupazione è decisamente un’impresa ardua.
Accanto agli operai della Vinyls e dell’Alcoa, i minatori della Carbosulcis esprimono il malessere davanti al rischio della chiusura della miniera, a cui farebbe seguito anche per loro la perdita del posto di lavoro. Ad esso è legata la dignità della persona, ma anche la mera sopravvivenza fisica delle famiglie, la possibilità di far studiare i figli e sperare in una vecchiaia la più serena possibile. Nulla di trascendentale, certo, ma che per molti sembra dover esser messo in discussione pesantemente.
Ho sempre sentito parlare di miniere e minatori, l’ho sempre considerata una realtà connaturata alla Sardegna, ma davvero mi rendo conto di averne sempre saputo poco, e raramente (se non, appunto, in occasione di proteste eclatanti) ne ho sentito parlare dai minatori stessi.
Qualcosa di più l’ho imparata visitando il museo della Grande Miniera di Serbariu, alle porte di Carbonia, ma infilare quell’elmetto, sentire le spiegazioni della guida che ci ha accompagnati lungo il chilometro di tunnel aperto ai turisti, non è stato altrettanto coinvolgente come sentire le voci di alcuni anziani minatori.
E’ stato con la visione di un documentario che ho imparato di più, sia sulle miniere come fatto economico, sia sulla vita di molti dei nostri conterranei che vi hanno lavorato fin da giovanissimi. Sono convinta che la sua visione possa dare un vero contributo alla comprensione di quanto leggiamo oggi sui giornali e sia decisivo nell’aiutarci, da cittadini, a formarci un’opinione personale in proposito.

Il documentario: “Racconti dal sottosuolo” (D. Atzeni)

Anna Pistuddi

Fonte web:
http://www.sardegnadigitallibrary.it/

  1. In relazione a queste tematiche segnalo il bel romanzo di Giulio Angioni: Doppio Cielo (Ed. Il Maestrale). Racconta le vicende di Luisu un ventenne di Fraus che in groppa al suo puledro Baieddu è spedito nel Pozzo Uno a 170 metri sottoterra, in una miniera di Carbonia, la città che Mussolini s’era inventato intorno all’industria estrattiva del carbone in Sardegna.

  2. In perfetta sintonia con le tendenze di questi tempi, di questi anni…ahimè, ahinoi!
    Tutto ruota attorno al motto “compro, consumo e getto via”, senza mai voltarsi indietro…e così pure questo modus vivendi si riflette nei rapporti umani.
    C’è un grande ed allarmante disamore verso quanto ci ha preceduto, ed invece sarebbe necessaria una riflessione sulle nostre radici e sul non loro abbandono.
    Probabilmente lì giace la via per il futuro.

  3. Grazie Anna, per averci segnalato questo bel documentario. La miniera, il lavoro della miniera che credevamo ormai un capitolo della storia del novecento, sfondo ambientale di Rosso Malpelo nella novella di Verga o contesto storico-sociale del figlio di Bakunin nel romanzo di Sergio Atzeni, sono tornati prepotentemente di attualità per le lotte disperate dei minatori in carne ed ossa del Sulcis, che non si rassegnano alla chiusura delle miniere di carbone, considerate “antieconomiche”. Qualcuno sostiene addirittura che l’unica alternativa praticabile sarebbe “la trasformazione dei siti in complessi culturali ed espositivi secondo i canoni dell’archeologia industriale” (G. Sapelli ed epigoni sardi). Guardare questo documentario aiuta anche a capire quanto umiliante e beffarda possa essere per i minatori più consapevoli questa soluzione. Cosa troverebbero i turisti in questi parchi? Solo il cadavere di una miniera, perché – dice uno dei testimoni del documentario – l’anima della miniera, lo spirito vivificatore della miniera, sono i minatori. Se scompaiono i minatori, scompare con loro anche quella che è stata la loro cultura, sia quella tecnica che quella che li spingeva, al di fuori della miniera, a battersi “per una nuova umanità”.

    • è stato naturale proporre un documentario così oggettivo, così emozionante e così necessario in un momento in cui i lavoratori, in questo caso di miniera, sono considerati numeri. A me ha colpito molto l’umiltà del minatore che all’idea del recupero delle strutture per farle conoscere sente il sollievo che la sua storia non sia stata inutile, grazie al racconto della vita e del dolore delle fatiche di quegli uomini. Ma la cosa disarmante è stato sentire le parole con cui si definiva non qualificato per raccontare quella vita, cosa che dovrebbero fare persone preparate….. ecco…. probabilmente a spingerlo è un naturale pudore, o forse timidezza caratteriale, ma io nei racconti di queste persone traggo enormi insegnamenti morali e conoscenze che prima non avevo e ne percepisco tutta l’autorevolezza. Di certo superiore a quanti discettano da comodi uffici su temi che non hanno vissuto sulla propria o sulla carne di un familiare.

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