GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO 2012 – “L’ITALIA TESORO D’EUROPA”

Il logo europeo delle giornate dedicate al patrimonio culturale

Sabato 29 e Domenica 30 settembre si celebrano in tutta Italia le Giornate Europee del Patrimonio.
Il virgolettato “L’Italia tesoro d’Europa”, che accompagna il titolo, propone la nostra nazione come un meraviglioso scrigno di tesori inestimabili. Davanti a questa affermazione che, per carità, corrisponde a una verità effettiva, non posso fare a meno di sentire, tuttavia, un sordo scricchiolio. Sebbene lo scopo sia quello, e lo dice proprio il sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di ” sensibilizzare i cittadini europei alla ricchezza e alla diversità culturale dell’Europa, creare un clima ideale per fare accettare il ricco mosaico delle culture europee e favorire una più grande tolleranza in Europa che vada al di là delle frontiere nazionali, sensibilizzare il grande pubblico e il mondo politico alla necessità di proteggere il patrimonio culturale” – obbiettivi nobilissimi ed encomiabili – non si può far a meno di sentire tutta una serie di contraddizioni dolorose e profonde. E forse nascono proprio nel leggere anche che durante queste giornate verranno offerte diverse iniziative tra le quali l’apertura straordinaria di diversi siti. E’ proprio questo aggettivo – “straordinario” – che non mi piace. Non mi piace perché sottende una scarsa consuetudine con un patrimonio che ci appartiene e di cui siamo depositari e responsabili. Mi disturba perché significa che ancora una volta vivere l’arte e la cultura sembrano doversi ridurre a eventi da consumare velocemente, in file interminabili e con idee non sempre chiare. Dove il tempo della riflessione? quale l’occasione per porsi domande e cercare risposte? Mi disturba a fronte di ciò che purtroppo vedo accadere in continuazione intorno a me: validi studiosi giovani e meno giovani sono costretti ad accettare lavori sottopagati nel campo dei beni culturali, come se gli studi universitari, i corsi post laurea, i dottorati, le scuole di specializzazione, i master, i corsi abilitanti e via elencando, non siano MAI abbastanza perché archeologi, storici dell’arte, antropologi, artisti, archivisti, bibliotecari e tutti gli operatori culturali in genere, siano finalmente considerati PROFESSIONISTI a tutti gli effetti, con tutto ciò che ne consegue. E la dimostrazione è nelle cronache di questi giorniCui prodest? me lo chiedo tutti i santi giorni e, ovviamente, non ho una risposta, non una sola e non una sola che mi senta di accettare come ineluttabile.
Perciò quella che dovrebbe essere una festa temo che non sia sufficiente – malgrado le intenzioni – a evidenziare il concetto fondamentale che dovrebbe essere ovvio e scontato da tempo e cioè: il valore della cultura a prescindere dal guadagno che se ne può trarre, se non quello nobilissimo di darci l’occasione e gli strumenti di capire chi siamo e di comprendere che se questo stesso concetto fosse stato metabolizzato dalle classi dirigenti e da tutti i cittadini, come corpo sociale, non saremmo qui a discutere di dignità svilita, non saremmo qui ad assistere quasi impotenti davanti allo sfacelo di Pompei (ma è solo il caso più famoso) e ad altri non meno importanti disastri.
Ma non sarebbe giusto arrendersi, non sarebbe rispettoso verso noi stessi accettare la situazione che ci vuole oggi migranti perché in patria non ci sono le condizioni per lavorare nel campo dei beni culturali senza dover fare salti mortali (quando bastano, peraltro) o dover rimanere ma consci di dover combattere rabbiosamente contro i mulini a vento, ebbene, siccome continuiamo imperterriti a credere che le cose debbano e possano cambiare, allora andiamo e partecipiamo a queste giornate. I momenti come quello che  viviamo sono anche un’occasione di riflessione critica: forse sarebbe utile godersi le iniziative non solo per la gioia di vedere cose nuove, ma con l’impegno di iniziare quel percorso per cui in questo campo sparisca la consuetudine alla “straordinarietà”, si smetta di considerare la cultura un divertimento o un passatempo per pochi eletti (specie se ricchi), si capisca finalmente che darsi la possibilità di crescere, conoscere e capire, apre spazi mentali e capacità propositive, ed è comunque il miglior regalo che possiamo fare per l’oggi e per le future generazioni.
Per chi vuol partecipare il programma è vario e ben distribuito nel territorio. Possiamo trovare qui gli appuntamenti, gli orari e le iniziative che animeranno le giornate “sarde”.

Anna Pistuddi

Il diritto di conoscere e il dovere di informarsi

Prosegue con una certa continuità la pubblicazione sul sito web del comune di Sestu dei dati che testimoniano l’attività dell’amministrazione comunale svolta per adempiere ai propri compiti istituzionali. Alla pubblicazione degli open data dei bilanci dell’ultimo triennio hanno fatto seguito quelli relativi ai mandati di pagamento con le allegate fatture, emessi a partire dal 2004, e le elaborazioni fatte dallo stesso comune. Inoltre, da qualche giorno è visibile sul sito anche la mappa dei lavori pubblici, dove vengono indicati i lavori in corso o programmati, e per ciascuno una scheda sintetica contenente la tipologia, lo stato di attuazione, i costi e la data di avvio. In qualche caso è anche allegata la relazione  tecnica, il progetto o le planimetrie.

Una scelta, questa, che è giusto evidenziare positivamente perché pone Sestu tra i comuni sardi più solerti nell’attuazione delle direttive in materia di open data, essendo ancora poche le amministrazioni pubbliche, e i comuni in particolare, che in Italia aprono i loro dati, e quindi favoriscono con ciò la crescita democratica della comunità, lo sviluppo e l’innovazione del contesto economico. Più in generale la pubblicazione degli open data è una scelta di segno positivo perché rivela una precisa volontà politica tesa a venire incontro alle sempre più forti richieste di apertura che giungono dalla società di cui il FOIA è una delle più significative espressioni. Il FOIA è un’iniziativa promossa da un gruppo di associazioni e di singoli cittadini per l’adozione anche in Italia di una legge sul modello del Freedom of Information Act adottato dagli Stati Uniti e in linea con la legislazione da tempo vigente nei paesi democratici. In sostanza si mira ad ottenere una normativa che rimuova i principali limiti della legislazione italiana in materia di trasparenza. Di recente, il 19 settembre scorso, l’attività del FOIA è culminata nella “Giornata per la trasparenza”, in occasione della quale è stato organizzato un convegno nazionale che ha visto una larga partecipazione di giornalisti, archivisti, storici, giuristi e amministratori pubblici.

La necessità di rendere totalmente accessibili i dati e gli atti prodotti dalle pubbliche amministrazioni,  superando il vigente limite che subordina la richiesta della documentazione della pubblica amministrazione a un interesse diretto del singolo cittadino, è tema che non ha bisogno di essere ulteriormente commentato. Ciò permetterebbe un diffuso controllo sugli enti pubblici e gli uffici statali da parte dei cittadini e non sfugge a nessuno, alla luce dei più recenti fatti della politica italiana, quale ne sia l’urgenza. Il libero e facile accesso ai mandati di pagamento e soprattutto alle allegate ricevute di spesa (almeno laddove vengono prodotte!) probabilmente avrebbe avuto l’effetto di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica sull’uso improprio e sullo sperpero che in Italia si fa del denaro pubblico e di conseguenza contribuito ad accelerare i processi di riforma del sistema attuale.

Ad una accresciuta trasparenza al servizio della crescita civile e dei diritti dei cittadini, non può però non corrispondere un proporzionale incremento del dovere di informarsi correttamente alla fonte e di interpretare i dati “nel contesto” – come dicono gli archivisti – cioè in relazione con altri dati a cui sono necessariamente collegati. Quando si realizza la trasparenza, infatti, chi (giornalisti, politici o semplici cittadini che partecipano al dibattito pubblico) divulga notizie “per sentito dire” o non supportate dal riscontro sulle fonti autentiche, che riguardano appunto l’attività dell’amministrazione e degli amministratori, si squalifica automaticamente come poco attendibile e il suo operato appare inevitabilmente come una pratica di manipolazione informativa semplicemente finalizzata a danneggiare i detentori del potere.

Sandra Mereu