Carlo Felice deve morire!

In questi giorni a Cagliari si stanno svolgendo una serie di manifestazioni per ricordare un avvenimento storico avvenuto 200 anni fa, in quel 1812 a cui è legato il noto detto popolare su famini de s’annu doxi” . Le condizioni di estremo malessere sociale, esasperato dalla crisi economica di quegli anni, unite agli ideali di libertà che dalla Francia erano penetrati anche nell’isola, spinsero allora un gruppo di cagliaritani di varia estrazione sociale, guidati dall’avvocato Salvatore Cadeddu, a ordire una congiura contro i Savoia. Il tentativo di cacciare i reali e la sua corte (in quegli anni in esilio a Cagliari) fallì e gli organizzatori furono ferocemente puniti: alcuni impiccati, altri condannati a lunghi anni di prigione. Per commemorare quell’avvenimento, di cui si è tramandato negli archivi solo il punto di vista del potere (le sentenze) e restituire dignità e valore ai suoi protagonisti, inquadrando i fatti nel contesto storico in cui maturarono, si è costituito a Cagliari un comitato che ieri ha organizzato una manifestazione presso l’Orto Botanico, il luogo dove si riunivano i congiurati. Stamattina, sempre in riferimento a quell’evento, un presidio di indipendentisti ha coperto la statua di Carlo Felice, il Savoia che represse ferocemente nel sangue la congiura. Un’atto simbolico di condanna della politica reazionaria e autoritaria dei Savoia a cui ha fatto seguito la concreta richiesta di rimozione della statua e dell’intitolazione della Piazza ai “Martiri di Palabanda”. Una richiesta che, a me pare, della Storia e delle sue stratificazioni non ha troppo rispetto. Di questo avviso anche Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari e autore di un recente saggio di storia della Sardegna contemporanea (La prima Bardana. Modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell’Ottocento, 2011). (S. M.)

Pensare di cancellare la dominazione sabauda cambiando nomi a piazze e strade, peggio, abbattere i monumenti storici per sostituirli con altri, è demenziale. Sembra un modo per prendersi una rivincita postuma perché in vita non si è riusciti a contrastarli a dovere. La toponomastica storica dei centri urbani ha un significato che travalica le personalità o gli eventi cui sono intestati i siti, perché a quei nomi sono legate le esperienze di vita di generazioni e generazioni di cagliaritani, fanno parte del vissuto e della cultura cittadina. Se in seguito di un evento politico sociale collettivo, non di esigue e autoreferenziali minoranze, si giunge a fare i conti con una presenza ingombrante anche sul piano simbolico, come è stato il fascismo, siamo di fronte a un fatto storico e in quanto tale va rispettato. Non mi sembra questo il caso. Nel secolo passato abbiamo avuto la lotta di liberazione nazionale, il referendum istituzionale e la costituente, ma non mi sembra che cambiare il nome a Largo Carlo Felice fosse tra le preoccupazioni di chi abbatté il passato regime. Probabilmente, avevano cose più importanti di cui occuparsi. Io sono ateo e comunista, ma non mi sogno di far sloggiare da Villanova “San Giovanni” o da “Su Brugu” Vittorio Emanuele, anzi lo trovo ridicolo. In realtà tutta questa gente che sogna la nazione sarda conosce ben poco i cagliaritani e soprattutto ben poco li rispetta. Sento di avere molte più cose in comune con un precario veneto o un lavoratore campano che con un padrone sardo.

Gianni Fresu

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