Bellas Mariposas nel film di Salvatore Mereu

Chi conosce Cagliari e indugia a coglierne la sua luce, questa luce la ritrova in Bellas mariposas il film di Salvatore Mereu. E chi conosce certi quartieri della città e si aspetta una trasposizione “realistica” nel film, storce il naso ed è fuori strada. Altri, ancora, visto il film, si adombreranno, o magari si sentiranno offesi: s’è esagerato a dipingere così la città, a parlarne così, diranno forse…

D’altronde Bellas mariposas il “racconto” di Sergio Atzeni – scrittura dal ritmo originale – ha tratti favolistici, pagine fantastiche che trascendono la realtà. Come la coga che legge nella mano i destini della gente del quartiere, accorsa al suo arrivo. La maga entra in scena circondata da otto gatti neri con una macchia bianca attorno all’occhio sinistro. I gatti fanno danze strane, gettano i dadi e la aiutano nei responsi, mentre un gatto più vecchio le sta intorno al collo, a mo’ di collana, tenendosi la coda tra i denti. Ricorda Il maestro e Margherita: l’apparizione di Voland preceduto dal suo terribile e mirabolante gatto. Così nel racconto di Sergio Atzeni dove i felini umanizzati danzano in una dimensione magico-onirica.

Il film non si discosta dal racconto scritto, segue il suo svolgimento e ne prende i dialoghi. Caterina e Luna le belle mariposas, si rivolgono a noi “pubblico” guardandoci diritto negli occhi ed oltre – Cate (anche voce narrante) e Luna che come farfalle passano sulla città. Amiche inseparabili che si scoprono anche sorelle. E quando al mare venendosi incontro, nuotando sott’acqua, si scambiano una carezza sul viso, è parentesi di autentica felicità. Qui la sequenza è condotta con mano lieve e cuore gentile. Silenzio e poesia, opposti al frastuono del mondo… Immergersi nell’acqua, nuotare (non ha importanza lo stile), poi asciugarsi al sole, è come un rito che lascia un alone difensivo, una forza protettrice che dura…

Ecco: un racconto è un racconto; un film è un film, non la cronaca d’una giornata di quartiere. E allora attraverso l’occhio e il sentire del regista si potrà cogliere l’anima, la realtà d’un quartiere duro in cui viverci è prova quotidiana aspra e difficile. Ma la violenza non è esibita, non è messa in mostra: essa è insita nel luogo e la si avverte. Lo sguardo si fa implacabile sullo squallore tutt’attorno al quartiere e nei rapporti familiari costretti in alloggi disagevoli, dentro famiglie sgangherate.

E uno si chiede: ma chi è quell’amministratore che ha avuto l’idea di concepire una tale bruttura; e chi il progettista e perché con slancio s’è buttato a realizzarla? C’è una genesi e nomi e cognomi: chi avesse curiosità può andare a cercarseli.

Gabriele Soro

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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