“Sestu plurale” in Sardegna multiculturale

Sonora (Foto di Giovanni Coda)L’Italia è rimasto in Europa uno dei pochissimi paesi dove ancora vigono leggi sulla cittadinanza discriminatorie e restrittive. In Italia è infatti applicato il cosiddetto ius sanguinis, un principio per il quale essere cittadino o cittadina di un paese non dipende dal fatto che in esso si viva, si lavori o si frequenti la scuola, ma dal fatto che nelle proprie vene “scorra il sangue italiano”. Un concetto che rimanda a logiche d’altri tempi, più consone alle usanze primitive delle società arcaiche che a un moderno paese civile. Questa normativa peraltro appare contraddittoria rispetto al nostro recente passato di popolo di migranti e paradossale in relazione alla concessione fatta ai discendenti dei nostri emigrati all’estero del diritto di voto e della cittadinanza, nonostante questi non parlino la nostra lingua, non abbiano studiato in Italia né paghino le tasse nel nostro paese.

Quello dell’integrazione degli stranieri attraverso leggi che facilitino il riconoscimento della cittadinanza non è solo un fatto di civiltà e di buoni sentimenti. Su questo terreno si misurerà la capacità dei nostri politici, di quelli sardi in particolare, di creare opportunità di sviluppo economico per il futuro, mettendo gli immigrati nelle condizioni di insediare o insediarsi in attività economiche utili alla collettività sarda, utilizzando i loro saperi e competenze. Nel 1970 in Italia si contava un cittadino straniero ogni quattrocento residenti; nel 1990 uno ogni cento; oggi è straniero un abitante su 14. Gli immigrati sono quattro milioni e si prevede saranno sei milioni nel 2017 e dodici milioni nel 2050. Di contro, in un recente studio dell’Università di Sassari si sostiene che entro il 2050 la Sardegna perderà 1/3 della sua popolazione.

Lo spopolamento della nostra regione da sempre è stato avvertito come freno dello sviluppo economico. In passato i sovrani piemontesi lo affrontarono con specifiche politiche di colonizzazione. Dalla concessione di terre a coloni tabarchini, provenienti dalle coste del nord Africa, nacque Carloforte e si sviluppò una fiorente attività economica legata alla pesca; ai coloni greci si deve invece l’insediamento di Montresta (vicino a Bosa) e le attività agro-pastorali che si attivarono in quel territorio. Degli “altri” noi sardi, stando alle previsioni demografiche, non possiamo fare a meno neanche oggi e pertanto una politica che si voglia un minimo lungimirante non potrà non tenere conto di questo dato di fatto. Occorre attrezzarsi dunque per creare condizioni atte a incentivare lo stanziamento di nuovi immigrati (sono infatti ancora pochi quelli che decidono di fermarsi stabilmente nella nostra isola) e a favorire un buon livello di convivenza civile tra vecchi e nuovi residenti.

L’integrazione degli stranieri passa innanzitutto attraverso la diffusione di informazione corrette sui vari gruppi etnici residenti e sulla loro cultura. I giornali e i telegiornali spesso non aiutano in questo. Quando ne parlano lo fanno alimentando pregiudizi e luoghi comuni sul loro conto. Ad esempio capita di sentir definire  “nomadi” i rom (più noti come zingari) anche se questi da tempo vivono e lavorano stabilmente nel nostro Paese. Se li si vuole identificare in maniera più precisa, gli stranieri sono genericamente “i romeni”, “gli albanesi”, “i senegalesi”. Raramente sono persone con una storia, con un nome e un cognome. Frequentemente i giornali li definiscono “clandestini”, assimilandoli ai criminali e facendo percepire la loro presenza in Italia come un pericolo: “Investita da un romeno”, “Serie di furti, allarme rom”, sono solo un esempio dei titoli che si leggono sui quotidiani.

Da qui la scelta del circolo tematico “Sestu Plurale” di creare – in occasione dell’inaugurazione, che si terrà sabato 17 novembre – un momento di incontro e di convivialità aperto a tutti i gruppi etnici, linguistici e culturali presenti nel nostro territorio. Osservare i loro oggetti, assaporare il loro cibo, il cous cous e il riso, ascoltare la loro musica e i loro racconti ci permetterà di entrare in contatto diretto con la loro cultura. La conoscenza dell’altro è infatti il vero antidoto contro la paura che nell’immediato crea steccati e alimenta il razzismo. Sentiremo dalla viva voce di Hamze Jammoul quali sentimenti di ansia e preoccupazione attraversano un giovane libanese immigrato che assiste impotente, lontano da casa e dai suoi familiari, alla distruzione del paese dove è nato e cresciuto a causa della guerra, e come solo l’amore e la solidarietà delle persone intorno possono dare la forza per andare avanti. E ascoltando le fiabe palestinesi di Mohammed Ayyoub scopriremo che personaggi e trame di questo genere letterario ci uniscono alla tradizione culturale dei popoli arabi, che il Giufà (lo sciocco) è il “fratello gemello” del nostro Basuccu. E a rendere possibile questa condivisione sono state proprio le migrazioni degli uomini che trasferendo elementi della loro cultura dall’oriente in occidente, e viceversa, hanno contribuito a migliorare, trasformandole, le civiltà.

Sandra Mereu

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