Parola d’ordine: protestare!

Ieri è stato riaperto il tratto della via Cagliari che da circa un anno e mezzo era chiuso al traffico per essere sottoposto a importanti lavori di sistemazione. Un fatto, questo, che ha provocato le proteste dei titolari dei negozi che si affacciano su quel tratto di strada perché nel periodo in cui si sono svolti i lavori (dilatatosi molto oltre le iniziali previsioni) i commercianti hanno registrato un consistente calo dei loro affari in quanto i cittadini, non potendovi transitare con le auto, preferivano fare i loro acquisti altrove. Un episodio che vale una certezza: i cittadini di Sestu non amano andare a piedi e stando così le cose la “pedonalizzazione” forzata delle strade, qualunque ne sia il motivo, non è un provvedimento privo di effetti collaterali.

Le proteste piombate sui lavori di via Cagliari non si limitano però solo a questi aspetti. I cittadini che prima si lamentavano con le istituzioni competenti perché consideravano le curve della strada pericolose, causa di incidenti anche mortali – e che per questo ne chiesero l’eliminazione – ora, raddrizzata la strada, sostengono invece che il pericolo non sono le curve ma proprio i rettilinei, perché incentiverebbero gli automobilisti a correre più forte. E contestualmente, con analoga disinvoltura, quelli che “questa amministrazione ha scarso spirito ambientalista” ironizzano ora sulle ampie aiuole circolari realizzate in seguito ai lavori di sistemazione della strada, perché – si sente dire – sarebbero addirittura più grandi delle rotonde costruite per regolare il traffico urbano (sic!). Non stupirebbe scoprire che questi stessi cittadini sono anche quelli che giustamente protestano se il comune non costruisce impianti sportivi adeguati e palestre per le scuole e poi ancora protestano quando per costruirle è necessario rimuovere un albero. E a poco valgono le rassicurazioni che vengono date circa il fatto che al posto dell’albero abbattuto se ne pianteranno altri più adatti al contesto urbano.

Però forse questi cittadini non devono essere gli stessi che chiedono insistentemente al comune di estirpare dal marciapiede prospiciente le loro case gli ombrosi pini che adornano alcune strade del paese, perché le radici oltre a sollevare i marciapiedi e a renderli pericolosi per i pedoni si infiltrano nei muri delle case e ne minacciano la stabilità. E nemmeno devono essere parenti di quel ragazzo che qualche anno fa perse la vita cadendo dal motorino in viale Trieste (Cagliari) a causa delle bacche dei meravigliosi ficus retusa che in certi periodi dell’anno asfaltano le strade trasformandosi, quando piove, in una poltiglia oleosa e scivolosa che fa perdere l’equilibrio a pedoni e motorini. Né deve essere a loro collegato quel vecchio signore che per debellare la pianta di fico divenuta troppo grande per il piccolo giardinetto della casa in cui 50 anni prima era stata piantata, non trovò altro rimedio che cospargerla di gasolio. E tutto ciò si verifica in quanto “i cittadini” non sono una realtà monolitica, i loro interessi sono i più vari, e tendono a cambiare nel tempo. Così come quelli delle amministrazioni che in passato, seguendo i gusti del momento e pensando di fare il bene della comunità, piantumarono il paese con varietà di piante che poi si sono rivelate inadatte come verde urbano. Tanto che nessun amministratore oggi si sognerebbe di piantare ficus o pini lungo le strade.

Protestare è esercizio facile e risulta più comodo incolpare gli altri (preferibilmente le istituzioni) piuttosto che assumersi le proprie responsabilità. Ma in definitiva questa cattiva abitudine non è un bene per la comunità, perché quando le critiche sono poco serie, incoerenti, ideologiche e non aderenti alla realtà, alla lunga finiscono per rinforzare l’amministrazione anche nei suoi inevitabili errori.

Sandra Mereu

  1. Sono d’accordo! Bisognerà pure ricominciare a discutere sulla forma della nostra città per i prossimi anni. Il modello di San Sperate va studiato. Lo fanno in tutto il mondo non vedo perché proprio noi dobbiamo ignorarlo.

  2. Siccome protestare non costa nulla, se permette voglio protestare anche io! Protesto perché questo paese è brutto! Ma a me non interessa fare battaglie e petizioni per bloccare, in nome della sacralità degli alberi, il taglio di questo o quell’alberello. Io voglio molto di più. Voglio che si realizzino parchi e boschetti all’interno del paese. Si dice che ci sarebbero tante case vuote nel centro, e allora – se questo è vero – chiedo che il comune acquisti queste case vuote, le butti giù e al loro posto pianti alberi. Voglio che a fare ombra sulle strade non siano i palazzi ma gli alberi. Che si costruiscano di nuovo abitazioni sul modello delle case campidanesi, con il giardino all’interno dove piantare una palma, rose e cespugli di rosmarino e mirto. Dite che questo modello di sviluppo urbano non è più sostenibile per i singoli, per la collettività e per il territorio? Guardate allora cosa è successo a San Sperate. Lì non solo le case campidanesi sono state conservate e restaurate, ma sono anche rimaste nelle mani dei proprietari originari (non necessariamente benestanti). E questo non tanto perché i sansperatini hanno una sensibilità identitaria più spiccata di quella dei sestesi ma soprattutto perché i costi per mantenerle sono stati abbondantemente compensati dall’aumento del loro valore di mercato!

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