“Jazz: una storia di eroi. Quindici protagonisti della musica afro americana” di Luigi Cancedda (2012)

Immagine di copertina del libro di Luigi Cancedda "Jazz: una storia di eroi. Quindici protagonisti della musica afro americana" (2012)

Immagine di copertina del libro di Luigi Cancedda “Jazz: una storia di eroi. Quindici protagonisti della musica afro americana” (2012)

“Jazz: una storia di eroi. Quindici protagonisti della storia afro americana” è un libro di recentissima pubblicazione ma già noto nei suoi contenuti per essere stato anticipato a puntate, nel corso di quest’anno, sul sito web di Equilibri, www.equilibrielmas.it. Il Circolo dei lettori e Presidio del libro di Elmas ne ha anche patrocinato la stampa. Questo libro nasce dalla grande passione per il Jazz di Luigi Cancedda, tipica di tanti sardi della sua generazione. Una passione coltivata negli anni, alimentata dalla lettura di ricercate biografie, dall’ascolto di una sterminata discografia e nel contempo stimolata dalle tante iniziative concertistiche di grande livello che da oltre vent’anni si programmano in Sardegna e che hanno visto passare nei palchi dei vari festival jazz alcuni tra i più prestigiosi nomi di questo genere musicale. Proponiamo di seguito la recensione curata da Tonino Sitzia. (S. M.)

Nello Zibaldone (cfr. 2 ottobre 1828) Leopardi scrive di aver letto la cronaca di viaggio a Boukhara, avvenuto nel 1820, dell’esploratore russo Meyendorff. In esso si racconta di come i pastori kighisi, nelle loro notti solitarie si rivolgano alla luna intonando canti e nenie malinconiche. Leopardi trasse ispirazione dal racconto per scrivere il bellissimo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” (scritta tra l’ottobre del 1829 e l’aprile del 1830), in cui dimostra come il pastore incolto, interrogando la luna e gli astri, arrivi alla stessa conclusione del filosofo quando si pone gli stessi interrogativi del perché e del posto che l’uomo ha nell’universo quando afferma rivolgendosi alla luna “ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”…senza trovare alcuna risposta consolatoria.

Il canto ha da sempre accompagnato l’essere umano, e se il pastore dell’Asia canta in solitario guardando verso il cielo notturno, i primi schiavi africani nel Nord America alla metà del XVIII° e XIX° secolo con la schiena piegata per cogliere il cotone, cantavano nenie ritmate, aspettando le risposte che altri schiavi come loro, nelle piantagioni attigue del paludoso Mississippi, riprendevano e ampliavano per non dimenticare le loro origini e per trovare consolazione al loro dramma. Canti poetici accompagnati dal battere ritmico delle mani, spirituals, work songs, gospels, sono la materia originaria del blues, la musica dell’anima afroamericana, che sarebbe diventata poi la musica jazz. Chi non ama il blues ha un buco nell’anima…così è scritto nel muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi. Il proprietario dice che sta lì da sempre…e “sempre” evoca tempi lontani, agli albori del jazz. Certo c’è un qualcosa di primigenio nell’ascolto del jazz, energia, malinconia, gioia e dolore, improvvisazione e raziocinio.

Un libro che parla di jazz, come questo di Gigi Cancedda, si legge con un sottofondo di musiche, di trombe e sax, di chitarre e flauti di legno, di armoniche a bocca e pianoforti, batterie, percussioni e contrabbassi, voci che imitano e rincorrono gli strumenti. Ma è anche un libro, come altri che trattano di jazz, che richiama alla mente immagini e luoghi, campi di cotone, quartieri poveri e malfamati, splendide sale da concerto, strade polverose di provincia, strade di metropoli americane, e sfavillio di luci, New Orleans e Baltimora, Kansas City e Washington, New York e Oklaoma City, e altre…, sale d’ospedale, stanze d’albergo sordide o magnifiche, treni in corsa presi al volo, perché non si hanno i soldi per il biglietto o per sfuggire alla polizia, fiumi, delta paludoso del Mississippi, carceri per soli neri, pestaggi dei carcerieri. Sono libri fatti di odori, alcol, moonshine, il whisky di contrabbando prodotto al chiaro di luna nell’età del proibizionismo, marijuana, fiori, il fumo nelle taverne dove si tengono le jam session.

In questi luoghi e in queste atmosfere, tra l’inferno della segregazione, quando i musicisti neri erano giullari dell’uomo bianco, al paradiso dell’universale riconoscimento della loro arte, sono cresciuti gli eroi del jazz. La musica era per loro strumento di libertà, di emancipazione, di creatività. Come l’albatros di Baudlaire, l’alato viaggiatore dei cieli metafora della poesia, questi musicisti volavano alti sui ritmi del jazz, ma quando atterravano il demone della rabbia e del mal di vivere li riprendeva. Eroe è una parola che rende l’idea delle loro vite, e invita a conoscerle, ma per quanto di angelico e di demoniaco si cela in ciascuno di essi, rendendoli simili a noi, io gli chiamerei uomini.

Tonino Sitzia

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