L’intuizione di una donna e il paese modello

amalia-schirru2Esiste a poca distanza da Sestu un paese che per tanti secoli non è stato molto diverso dal nostro, nella sua struttura urbana e nell’architettura delle sue abitazioni, perché plasmato dalla comune economia agricola prevalente nel territorio. Poi a partire dagli anni settanta il volto dei due paesi ha iniziato ad assumere fisionomie molto diverse. Sestu oggi è una anonima cittadina di periferia, San Sperate un paese con ben definite caratteristiche identitarie.
Amalia Schirru
agli inizi degli anni ’80 come giovane sindaco del suo paese è stata una delle protagoniste di quel processo che doveva portare San Sperate a diventare un felice esempio di integrazione tra cultura urbana e cultura rurale, studiato in tutto il mondo. Nella chiacchierata che riportiamo di seguito ci racconta come tutto è nato e si è poi evoluto.

Amalia Schirru, tanti abitanti di Sestu hanno vissuto come un trauma il convulso sviluppo urbano che li ha privati dei tradizionali spazi abitativi fatti di continuità tra dentro e fuori, di cortili e giardini interni (microcosmo di socialità, detti non a caso sa pratza) costringendoli e isolandoli in angusti appartamenti. Per loro San Sperate è lì a dire che un’altra scelta era possibile. Che cosa l’ha resa possibile?

Quello che è successo a San Sperate ha all’origine un movimento artistico-culturale nato negli anni ’70 intorno a un artista di fama internazionale, Pinuccio Sciola, che si è saldato al disagio sociale legato alla forte crisi economica che attraversava il paese in quel periodo. La riconversione del settore agricolo trainante, dalle tradizionali colture cerealicole a quelle più specializzate come la coltura del pesco, non aveva dato nell’immediato i risultati sperati. Il mercato non riusciva a dare il giusto valore alle nuove produzioni e al lavoro che c’era dietro. Così i giovani figli degli agricoltori decisero di portare a Cagliari i loro prodotti agricoli per la vendita diretta. Le pesche venivano esposte nelle varie piazze della città per essere conosciute e apprezzate. Parallelamente i giovani artisti del movimento interpretavano il disagio della loro comunità, costituita prevalentemente da famiglie contadine, rappresentandolo in murales che venivano dipinti sui muri delle vecchie case tradizionali del centro storico. La stampa cominciò a parlarne e incuriositi dal movimento dei giovani sansperatini, i cagliaritani, perlopiù giovani e intellettuali, cominciarono a venire a San Sperate per conoscere più da vicino il paese e i suoi abitanti.

Che legame c’è tra i murales e il recupero delle case tradizionali?

san_sperate_muralesC’è un legame molto stretto. Il movimento di artisti muralisti aveva scelto come supporto dei dipinti i muri delle case campidanesi del centro storico, che i proprietari non avevano avuto troppi problemi a concedere. In quegli anni infatti le case tradizionali in terra cruda erano in via di abbandono a San Sperate, così come in molti altri paesi del campidano, anche per effetto di una legge regionale che le considerava malsane e invitava alla loro demolizione e ricostruzione con i moderni materiali. Nascevano allora tutto intorno, in assenza di regole, nuove case poco rispettose delle dovute distanze e altezze. Questo fatto, unito al miraggio di una nuova casa da sopraelevare per i propri figli, iniziava a compromettere seriamente la sopravvivenza dell’antico patrimonio abitativo e quindi dell’opera artistica del movimento, divenuta nel frattempo oggetto di interesse e studio ben oltre i confini del territorio comunale. Diventa allora naturale per gli artisti muralisti assumere come nuovo tema la salvaguardia delle tradizionali case in mattoni crudi. E per questo entrano in conflitto con l’amministrazione comunale che, così come si era rivelata incapace di valorizzare i prodotti agricoli del proprio territorio, si mostrava ora incapace di difendere il patrimonio edilizio tradizionale che più di tutti rappresentava l’identità del paese.

Come avete fatto a salvaguardare il centro storico e le case tradizionali resistendo alle sirene della modernità sostenuta dal profitto di immediata realizzazione?

Quando negli anni ’80 sono diventata sindaco, eletta tra le fila del PCI, la scelta fu quella di sanare il conflitto che si era aperto tra l’amministrazione e il movimento degli artisti assumendo a base del metodo il principio di condivisione su cui si reggeva il legame tra movimento e cittadini. Si aprì allora una stagione di dibattiti e assemblee pubbliche tese a sensibilizzare la popolazione sulla  valorizzazione del patrimonio identitario del paese, rappresentato dall’intreccio divenuto ormai inestricabile tra case in mattoni crudi e murales.

Ci fu una sua particolare iniziativa, un’atto di rottura dell’amministrazione, che cambiò il clima dapprima contrario all’edilizia tradizionale e lo trasformò in favorevole? Intendo fra i cittadini di San Sperate, non di Cagliari, e in particolare dei ceti più poveri legati all’identità economica e sociale del paese?

Determinante in questo senso fu senz’altro l’idea di recuperare il vecchio edificio comunale costruito in mattoni crudi, preservandone le caratteristiche e i materiali. Più di ogni teoria quella scelta valse a dimostrare che la terra cruda poteva essere riutilizzata e avrebbe anche potuto rappresentare la ricchezza del nostro paese.

La casa campidanese con struttura a corte è una tipologia abitativa che è stata selezionata dalla tradizione perché funzionale all’economia agraria del centro-sud della Sardegna (“casa fattoria” l’ha definita Giulio Angioni) e a un tipo di insediamento concentrato in grossi villaggi. Oggi che l’agricoltura non è più il settore dominante dell’economia di San Sperate, difendere queste case non rischia di apparire come un’operazione nostalgica fine a se stessa?

san_sperate_murales_2Le case tradizionali costruite in terra cruda (làdiri) non erano solo funzionali all’economia ma la loro struttura architettonica permetteva di difendersi dagli eccessi del clima. Il loggiato (sa lolla) favoriva la refrigerazione delle stanze interne che vi si affacciavano. Inoltre, come è ormai scientificamente dimostrato, i mattoni in terra cruda sono isolanti. Pertanto oggi le case tradizionali continuano a conservare un valore funzionale perché rappresentano una valida risposta alle moderne esigenze di risparmio energetico e di sviluppo compatibile con la difesa dell’ambiente.

Come si è coniugato tutto ciò con il movimento degli artisti e i suoi sviluppi negli anni successivi?

Adesso le case tradizionali ristrutturate nel rispetto dell’antica tradizione, accostate all’arte che ospitano nelle loro pareti esterne, sono quelle che più hanno visto aumentare il loro valore commerciale, ma non hanno cambiato proprietà, come è capitato spesso altrove. Oggi in esse vivono i figli e i nipoti degli antichi contadini, spesso contadini essi stessi, e non i cittadini/intellettuali di Cagliari che pure amano il nostro paese. Questi e altri, attirati dalla suggestione del modello San Sperate, conosciuto e studiato in tutto il mondo, hanno acquistato per lo più nella zona residenziale della nostra periferia.

Quanto di questa bella esperienza che ci ha raccontato è stata riversata poi nella sua attività politica e parlamentare?

Quell’esperienza è stata per me molto formativa e negli anni seguenti ho continuato a seguire e approfondire il tema. L’iniziativa più recente a cui ho lavorato al riguardo è la proposta di legge per la promozione delle costruzioni in terra cruda, presentata in Parlamento nel corso dell’ultima legislatura. Ho inoltre collaborato alla nascita dell’Associazione Nazionale città della terra cruda impegnata appunto nel recupero e rilancio della cultura della terra cruda e a diffondere i valori del modello di vita e di organizzazione sociale ed economica proprio dei territori che a questa cultura appartengono.

Sandra Mereu

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