Analisi del voto: da Cagliari a Sestu

Propongo di seguito l’interessante analisi del voto fatta da Giulio Cherchi, componente della direzione cittadina del PD di Cagliari, a partire dal confronto degli elettori, distribuiti per fasce d’età, che hanno partecipato alle primarie del 2012 e alle elezioni del 2013. In questa analisi, accompagnata da riflessioni serie e profonde, trova posto anche il caso di Sestu. (S. M.)

Primarie 2012 - elettori 2013

I dati relativi all’età dei votanti alle primarie per la scelta del candidato premier a Cagliari confrontati con le fasce elettorali dell’intero corpo elettorale cagliaritano.

Di fronte al voto del febbraio 2013 credo sia poco produttivo concentrarsi sugli ultimi mesi della campagna elettorale o dell’ultimo anno e mezzo. Non si può fare un’analisi di questa ultima fase separata da quella dell’ultimo ventennio. L’elaborazione curata da Cristano Montis che confronta le fasce di etá, per quanto riguarda il comune di Cagliari, di quelli che hanno partecipato alle primarie di Italia Bene Comune (IBC) e le incrocia con la totalità degli aventi diritto di voto alle elezioni, mi aiuta nel ragionamento. Come vediamo le due linee si incrociano proprio sull’etá degli elettori 45enni. Da una parte ci sono fasce di età maggiormente presenti alle primarie, dall’altra quelle che lo sono decisamente meno.

Il primo triangolo (A), formato dall’intersecarsi della linea rossa con la linea blu, individua gli elettori che nella rottura del ’92-’94 avevano almeno 20 anni, e una maturità politica già raggiunta. Sono quegli elettori che il centrosinistra riesce ancora a mobilitare in maniera significativa. Il secondo triangolo (B) rappresenta invece quegli elettori che hanno visto all’opera i partiti della seconda repubblica nel loro perenne arrancare alla rincorsa del nuovo, della partecipazione, hanno vissuto soltanto la politica post democratica e post partitica, specchio troppo fedele dei mali della società civile. Questi elettori si sono formati dopo l’entrata in vigore della riforma Berlinguer, sono i figli della televisione berlusconiana, sono quelli meno attratti dal centrosinistra e dalle sue primarie. Primarie che in teoria erano state costruite proprio per loro, dopo aver predicato per anni che il maggioritario era un rimedio dei problemi italici. Dopo che per 20 anni ci si è concentrati sui processi comunicativi e partecipativi, trascurando la costruzione di comunità politiche più forti e l’elaborazione dei contenuti.

Il primo triangolo è l’immenso debito morale e politico, la montagna su cui stiamo ancora seduti, costruito dai vecchi partiti, dalla vecchia scuola pubblica, dalla vecchia Repubblica. Ma piano piano sta scomparendo. Questa forbice sarebbe ancora più larga, considerando che la città di Cagliari vede una presenza di giovani residenti molto più bassa del normale, frutto di politiche della casa delle destre e di affitti proibitivi, e che quindi la linea degli elettori a livello provinciale dovrebbe essere ritoccata verso l’alto. Non è un caso che a Cagliari IBC ha tenuto, mentre nell’hinterland è crollato. Il risultato del M5S di Sestu del 41% è fortemente significativo.

Ci troviamo davanti una società sempre più chiusa nell’individualismo, più liquida, più piatta. In un Paese dove, quando c’è disoccupazione e i salari sono bassi, si chiede non di alzarli e di creare lavoro, ma di tagliare o eliminare quelli pubblici (dagli eletti a quelli dei lavoratori), non si risponde a nessun principio di logica elementare. Non ci si accorge che quando si saranno tagliati gli stipendi dei nostri rappresentanti, questi ultimi non avranno neanche il senso di colpa nel tagliare sanità e welfare. Come è successo al sobrissimo Mario Monti.

Il sentimento dominante è quello della vendetta, e non è un caso che il film di riferimento della galassia grillina porti proprio questo titolo. Di fronte ad una crisi che ha bruciato più ricchezza di quella del ’29 si può uscire anche vendicandosi contro un capro espiatorio, e non collaborando, solidarizzando, unendosi, lottando insieme. Sulla necessità di vendicarsi sono nati tutti i movimenti reazionari europei degli anni ’20 e ’30 (la vittoria mutilata, la pugnalata alla schiena, la lobby plutogiudaica massonica, l’antinazionalismo dei socialisti). Di fronte a tutto questo la coalizione IBC ha riproposto solo la propria buona amministrazione e la buona politica. C’era bisogno di altro. Di fronte ad una richiesta confusa di rivoluzione, azzeramento, ricostruzione, c’era bisogno di Grande Politica, di ascoltare la società ma anche di saperle parlare, e guidare.

Incapaci di ogni ipotesi di trascendenza della realtà economica e culturale attuale, noi ci facciamo piccoli amministratori di un mondo che rovina su sé stesso, non riusciamo ad ipotizzare un più-che-mondo per cui valga veramente la pena di credere, e quindi, di combattere. L’umile riformismo, il piccolo cabotaggio del quotidiano senza la visione di un nuovo sole dell’avvenire che tenga insieme intellettuali e popolo, razionalità ed emotività, non basta più. E’ infatti solo con una promessa di un nuovo mondo possibile e la costruzione di una comunità solidale e unita che si combatte l’angoscia individuale, che con la crisi si trasforma sempre più in paura. Sentimento sempre ricercato da chi vorrebbe imporre, in situazioni di caos, soluzioni autoritarie e reazionarie.

Il Pd, nonostante la svolta imposta da Bersani, non ha mai effettuato un congresso fondativo, non ha mai discusso di cosa volesse essere, ha solo fatto elezioni primarie a ripetizione, sempre apertissime e partecipatissime, per scegliere cariche istituzionali e di partito. Sperando, come dicevo prima, che i processi nascondessero la mancanza di contenuti consolidati e riconosciuti da tutti. Il segretario, pur avvertendo questi problemi, non ha cambiato nulla della struttura del Partito, che oggi è uguale e identica a quella veltroniana con cui è nato. Situazione sintetizzabile nel ruolo dei circoli, che non contano nulla, e degli eletti alle cariche istituzionali che decidono tutto, e che hanno la possibilità di utilizzare le risorse economiche per i propri interessi personali e di corrente. Starebbe qui la questione dei costi della politica: nello spostarli e non nel tagliarli.

L’analisi sulla società italiana della segreteria Bersani era giusta e aveva compreso la debolezza della Repubblica. Purtroppo questa comprensione avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio, qualcosa di più dell’ ”un po’ ”, perché l’accelerazione della crisi, che nel mese di gennaio espelleva dal mercato del lavoro 110 mila persone, non lo permetteva piú. Bisognava avere il coraggio di guardare l’abisso su cui sta per sprofondare l’Italia, con il coraggio e la disperazione di chi vuole salvare il tanto che ha da perdere.

Seguendo la liturgia che nei giorni scorsi ha portato all’elezione di Papa Francesco, liturgia che si ripete quasi identica da un migliaio di anni, quello che mi ha colpito maggiormente è il misticismo e il messianesimo che ha suscitato. Che contribuisce a dare il segno emotivo, ad essere il simbolo dello stare nel mondo e affrontare le sue debolezze e le sue complessità, senza però starci completamente, consapevoli che un altro mondo esiste e si può raggiungere. Noi invece le liturgie le abbiamo buttate, la nostra storia e le nostre emozioni riposte con le vecchie bandiere, come fossero inutili, perché pensavamo avessimo bisogno solo di manuali diritto pubblico e privato e di ingegneria (edile, ambientale, comunicativa, etc. etc.). E con loro abbiamo riposto le nostre emozioni e speranze. I totem, simbolo di lotte-vittorie-sconfitte, che, da che mondo é mondo, rendono una somma di uomini, una comunità.

La domanda dell’ “avere come se non si avesse” del passo della Lettera di San Paolo ai Corinzi (come ci ricorda Pasquale Serra in Trascendenza e politica) non è solo una questione propria dei credenti, è una domanda cui una risposta laica, da parte di chi come me è agnostico, è necessaria. Per rispondere, però – devo dirlo – ci vorrebbe un Partito molto differente. Un partito capace di condurre analisi più profonde, di ribaltare gli strumenti ideologici degli ultimi 20 anni, di non farsi guidare da discipline usurate come la sociologia o la comunicazione. Capace di affrontare l’emergenza antropologica, su cui si è arreso l’ultimo pontefice, che vive l’uomo occidentale. Che non riesce a comprendere che la crisi è figlia di una cultura che ogni individuo ha ormai introiettato, tanto da non riconoscerne le matrici ideologiche: quelle di un naturalismo consumistico schiacciato sul presente, senza passato e senza futuro.

Giulio Cherchi

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