“Faide” di Maria Lepori

Faide“Faide. Nobili e banditi nella Sardegna sabauda del Settecento”, pubblicato dalle edizioni Viella di Roma, è un libro che sottopone al vaglio dell’incessante martellio della verifica storica, sul campo  o su i documenti se si preferisce, molte delle certezze di comodo che si sono stratificate nell’analisi di un fenomeno cruciale della storia sarda: il banditismo. Maria Lepori, l’autrice del saggio, insegna storia moderna all’Università di Cagliari e ha fatto del Settecento il secolo d’elezione della sua ricerca; ha infatti pubblicato altri due volumi dedicati al secolo dei lumi: “Giuseppe Cossu e il riformismo settecentesco in Sardegna” e “Dalla Spagna ai Savoia. Ceti e corona nella Sardegna del Settecento”.

In Faide la sua indagine mette a fuoco l’aspra competizione che si accese, ancora una volta, all’interno della nobiltà isolana e più in generale nelle comunità rurali, in un momento particolare della storia isolana, l’insediamento nel 1720 nel Regnum Sardiniae dei Savoia. Conflittualità che sfocia in un’aspra lotta per affermare la propria preminenza sociale insieme all’accesso  alle cariche pubbliche e onorifiche, pensioni e benefici,  nonché per la ricchezza e il potere nelle comunità rurali.

All’occhio attento dell’autrice non sfugge che questa tanta nuova animosità è dovuta a duplici fenomeni. Da una parte ci sono i mutamenti avvenuti dopo la disfida tra Carlisti e Filippini che allontana la grande aristocrazia dalla Sardegna, dove la piccola nobiltà rurale rimasta, animata da spirito di rivalsa, continuava a fare il bello e il cattivo tempo senza più egemonia da parte dei grandi feudatari che nel passato ne avevano incanalato il ribellismo all’interno di alleanze per cosi dire istituzionali. Dall’altra si contrappongono, in una sorta di “liberi tutti”, fazioni  provenienti dallo stesso ceppo familiare (come i Delitala e i Tedde di Nulvi) o famiglie intere (come a Chiaramonti, dove i Cossu erano contro i Pes, i Diaz e De Tori di Padria) o intere fazioni (come la Plasa e la Vinaza ad Ozieri).

Lo scenario che ne viene fuori è quanto mai ibrido, Maria Lepori ne tratteggia vicende ed episodi con una scrittura asciutta e nel contempo accattivante, che si serve di stilemi tipici della scrittura letteraria per  descrivere con dovizia di particolari e con una precisa mole documentaria, episodi e vicende che ci rendono un’Isola, la Sardegna, attraversata da tensioni e conflitti endemici. L’autrice rimane, a prima vista, nel solco della tradizione nell’interpretarli, alla fin fine ne da una lettura nuova, meno semplicistica della vulgata corrente, ma ben supportata da continui rimandi agli studi precedenti a alle nuove fonti documentarie da lei studiate.

Ed è così che il primo dei luoghi comuni a cadere è quello legato al luogo di elezione del banditismo, la Sardegna centrale, le barbagie e i supramonti. Non è così. Geograficamente il fenomeno del banditismo nel settecento riguarda l’intera isola, con alte concentrazioni di azioni e reazioni nel nord dell’isola e nel campidano oristanese. Secondo punto, la provenienza sociale dei protagonisti, non il pastore “solu che fera”, ma principales e notabili di paese in lotta per  l’egemonia all’interno di villaggi e comunità, anche grandi, quasi urbane, senz’altro pronti a difendere i loro ricchi patrimoni costituiti da case, vigne, salti, tanche e capi di bestiame.

Un’ultima osservazione, che il libro ci pone davanti, concerne la riguardevole consistenza numerica del fenomeno osservato. Tant’è che i Savoia appena arrivati in Sardegna presero maledettamente sul serio la faccenda e il Vice re Saint Remy ordinò subito l’impiego della truppa e un contingente di soldati partì da Sassari verso Aggius, un  distaccamento di fanti e dragoni raggiunse Ozieri per soccorrere i villaggi di Bono e Pattada, Chiaramonti e Nulvi. Lo stesso fece il Marchese di Rivarolo che appena nominato Vice re usò la  repressione militare come suo biglietto da visita nel nord del Regno. Tutto questo non sortì altro effetto che la sparizione, alla macchia o all’interno di protettive mura religiose, dei numerosi  protagonisti delle faide che, appena la truppa sloggiò, fecero il loro rientro nei territori delle rispettive fazioni. Non mancarono allora di mostrare la loro baldanzosa autorevolezza mettendosi a capo di bande che raggiungevano la riguardevole mole di centinaia armati.

Pier Giorgio Serra

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